Tarragona, destinazione Bruxelles
La fatalità, la guerra, il terrore


Prendo spunto da un ispirato e toccante articolo di Beppe Severgnini, pubblicato oggi, prima che si fosse a conoscenza dei fatti di Bruxelles (vedi Corriere), a proposito del tristissimo incidente di Tarragona, dove sette studentesse Italiane, assieme a molti altri loro colleghi e amici, hanno trovato una morte improvvisa, ingiusta e — come ogni morte giovane — del tutto priva di senso.
Severgnini parla di rischio e di paura, e della necessità, assoluta e inderogabile proprio oggi, di non lasciarsi vincere da questa paura, anche per rispetto, dice giustamente, delle sette ragazze vittime di quel bus maledetto.
Mentre l’articolo — come si dice — andava in stampa, sono giunte, rapide e incalzanti come accade ora in epoca di Twitter, le notizie da Bruxelles, e queste hanno provveduto a scuoterci violentemente dai nostri amati e dolci “primi giorni di primavera”, compleanni di Alda Merini, giornate mondiali della Poesia…
E ci siamo risvegliati in una realtà dove la Fatalità non è solo quella consueta, dovuta a una catena “innocente” di eventi (un autista stanco da troppe ore di lavoro, un bicchiere di troppo, una curva anomala proprio lì, proprio in quel momento), tessuta da Parche svagate e del tutto indifferenti ai nostri valori comuni (giovinezza, bellezza, speranza, libertà…), ma Fatalità, oggi, è anche ciò che non osiamo pronunciare, cioè guerra.
Ebbene sì, ci siamo risvegliati di soprassalto (come è capitato molte altre volte di recente, sempre più spesso e a cadenze più serrate), e ci siamo resi conto di essere in guerra. E ci siamo resi conto che c’è anche una Fatalità forse più terribile e spaventosa, governata da Parche tutt’altro che svagate, tutt’altro che indifferenti, ma ben determinate (con rabbia selvaggia, a costo della loro stessa vita) a odiare e colpire i nostri valori comuni, gli stessi che ho elencato sopra: giovinezza, bellezza, speranza, libertà.
Sì, è una guerra a tutti gli effetti, anche se diversa da quelle, atroci, bestiali, e “leali”, che finora la Storia ci ha sciorinato. E noi siamo chiamati TUTTI a combatterla, purtroppo. Come in tutte le guerre della storia questo può piacerci o non piacerci, possiamo volerlo o non volerlo, averne orrore o terrore: la nostra volontà di singoli non conta nulla. La guerra c’è, e noi la “dobbiamo” combattere. E poiché si tratta di una guerra che si prefigge di annientare i nostri valori più sacri, conquistati in secoli di sacrifici, impegno, lavoro, e — ancora — guerre, dobbiamo cercare di vincerla, poiché ne va della nostra sopravvivenza.
Ma, come ho detto, non si tratta di una guerra come quelle che la Storia ci ha insegnato a conoscere, qui le forze in campo sono estremamente differenziate: semplificando, da una parte un nucleo microscopico e letale di disperati senza nulla da perdere, dall’altra una infinità di persone, individui, del tutto diversi tra loro, privi di qualsiasi capacità organizzata di difesa/offesa, e con molto, molto da perdere.
Noi, questa “nazione” virtuale di “vittime” (non prendo in considerazione qui il groviglio di errori, mistificazioni, svalutazioni e colpe commesse dalle nostre amministrazioni politiche, e di cui tutto questo può dirsi l’effetto, ma mi limito a ciò che tocca direttamente il singolo individuo), siamo tutti chiamati, volenti o nolenti, a combattere questa guerra che si gioca nelle nostre vite, nel nostro quotidiano.
Non siamo però chiamati a combatterla come nelle guerre del passato, imbracciando armi e cercando di uccidere il nemico prima che sia lui a uccidere noi. Per questo abbiamo delegato delle forze armate e di polizia che hanno la funzione di rispondere ai colpi.
Noi siamo chiamati a combattere questa guerra, semplicemente, con la nostra stessa “normale” vita.
La nostra forza, la nostra capacità di resistenza è data dalla nostra volontà di continuare a vivere secondo i nostri princìpi fondamentali, che sono quelli cui ho accennato prima, cui aggiungerei altri che costituiscono un nostro impegno continuo, anche tra noi stessi: solidarietà, giustizia, tolleranza, fratellanza…
Ma l’arma più potente a nostra disposizione, non a caso quella che più di ogni altra il “nemico” odia e si impegna a toglierci, è la nostra LIBERTA’.
Per questo ripeto ciò che scrissi non molto tempo fa, a proposito degli attentati di Parigi: il nostro combattimento è contro il TERRORE, ma non quello incarnato dai disperati che si fanno saltare per odio: quello che abbiamo e alleviamo DENTRO DI NOI. Quel terrore che ci limita, nega, impedisce di esercitare la nostra LIBERTA’. La paura che abbiamo di fronte ai rischi di una “banale” fatalità (come bene dice Severgnini nel suo articolo) e quella di fronte alla battaglia quotidiana che, da cittadini e individui, siamo chiamati a combattere.
Rintanarsi nelle nostre case non serve a nulla, nascondersi, noi che abbiamo molto da perdere, nascondersi dietro la nostra paura di perdere questo molto, questo è l’atto di viltà che il “nemico” si attende da noi, e su cui conta, e che ci porterà inevitabilmente (e ci sta già portando, pensiamo a quanto più complicato è divenuto viaggiare, prima e più che “rischioso”) alla disfatta.
Per questo, personalmente, io sono tornata, torno e tornerò a Parigi, per questo io tornerò a Bruxelles (conosco molto bene quell’aereoporto, tra l’altro, ho amicizie importanti in Belgio), continuerò, se posso e/o devo, a imbarcarmi ovunque sui voli (pur avendo una paura fottuta di volare, in sé) e a girare il mondo, a parlare più lingue, continerò a indossare i miei abiti succinti o “indecenti”, a fare l’amore, a studiare, a creare, a scrivere, a ballare, a cantare. Continuerò a combattere le forze oscurantiste e reazionarie interne al nostro sistema, a rispettare la culture del mondo, a comunicare, a fare amicizia. Continuerò a odiare e aborrire la guerra, e ogni forma di violenza o prevaricazione. Continuerò a battermi per la giustizia e il rispetto delle persone, e per i diritti di ogni individuo. Continuerò, ad innamorarmi follemente e ad amare!
Perchè so che questo mio ostinato amore per la vita, questa mia passione, questa mia libertà assunta come regola di vita è l’arma più potente che ho a disposizione; la impugno con forza, e sono pronta a morire per essa. Non lo dico tanto per dire: la mia vita priva della libertà sarebbe lo stesso che essere morta. Per cui tanto vale battersi.
Questo, e non altro, è il nostro compito in questa guerra, questo è il coraggio che ci viene richiesto: semplicemente continuare a vivere secondo i nostri princìpi di civiltà.
E pensiamo che in fondo siamo fortunati, altre epoche storiche e altre situazioni hanno imposto a popolazioni anche più innocenti di noi sacrifici, rischi, e tributi di sangue ben più gravi e terribili, pensiamo solo all’Olocausto! Quindi, amiche mie e amici cari:
Torniamo a Parigi, torniamo a Tarragona, torniamo a Bruxelles, liberi, in barba ai profeti di sventura, sempre!
Marianna