“Esiste il razzismo inverso?”

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Una delle domande che ricevo più spesso ultimamente è: “Le persone bianche possono subire razzismo?”.

Le persone bianche possone essere soggette a preconcetti stereotipati basati sul loro colore di pelle e dunque essere vittime di pregiudizi riazziali.

Il pregiudizio razziale si riferisce ad una serie di atteggiamenti discriminatori o dispregiativi basati su stereotipi derivanti da percezioni generalizzate sulla razza e/o sul colore della pelle di un individuo. Pertanto, il pregiudizio razziale può effettivamente essere diretto ai bianchi, ma non può essere considerato razzismo, a causa dello squilibrio di potere tra le persone caucasiche e le minoranze etniche (ed in particolare i neri), soprattutto in una società dove questi rapporti di potere rimangono immutati, perché radicalmente intrisi nel tessuto culturale. Se (e solo se) sostenuto dal potere, il pregiudizio si traduce in atti di discriminazione e oppressione sistematica e istituzionalizzata nei confronti di gruppi o individui.

Sebbene i pregiudizi razziali possano influenzare le persone a livello individuale e ferirle a livello personale, essi non hanno il potere o l’autorità di influire sui privilegi sociali, economici, politici della persona (esempi: non essere assunti per un determinato lavoro a causa delle proprie origini, vedersi rifiutato l’affitto di una casa, essere uccisi per il semplice fatto di essere neri), nel caso in cui questa appartenga alla classe dominante e, dunque, non hanno le stesse conseguenze su scala socio-culturale.

Credere nel mito del razzismo inverso significa ignorare la questione fondamentale di chi detiene il potere ed il privilegio tra le persone/i gruppi coinvolti (oltre che l’esistenza stessa di questi gruppi), dichiararsi come qualcuno che ha poca o nessuna esperienza o conoscenza di cosa sia il razzismo e, nel peggiore dei casi, trarre così tanti privilegi da una situazione di inequità, che l’uglianza – e dunque la perdita di questi privilegi – viene percepita come oppressione.

La discriminazione, qualsiasi essa sia, è un problema culturale ed una responsabilità sociale. Nella dualità oppresso-oppressore riconoscere il proprio privilegio è il primo passo verso una lotta concreta.

Mettere in discussione anche una propria responsabilità nel contribuire all’ingiustizia è fondamentale. Negare l’esistenza di problemi storicamente radicati nella società, perché voi non ne siete i diretti responsabili, rende voi stessi parte integrante del problema.

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280 caratteri non erano sufficienti per smantellare la retorica oppressiva. Su Twitter @jemenfousoui

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