BRUGES DI CIOCCOLATO

Bruges è il luogo in cui il mio eroe romantico si sarebbe innamorato. Che come descrizione potrebbe già bastare. Al resto, pensateci voi. Vi dirò soltanto che si tratta di un borgo medievale, intatto come una cartolina datata al XV secolo, e intrecciato di canali, come intrecciata è la storia di questa regione. Regione dal nome evocativo, che ne ferma il tempo all’inizio del Quattrocento, perché le Fiandre non possono davvero appartenere al planisfero moderno. Le Fiandre sono materia di studio d’altro tempo, contemporanee del nostro Rinascimento. Appartengono a carte geografiche di un mondo ormai scomparso, riemerso solo a Bruges, che l’insabbiamento del canale ha tutelato dallo sviluppo lasciandola inalterata, ferma, e dimenticata come una Pompei del Belgio. Belgio, ecco, questo sì, è un concetto alla portata dell’uomo del nostro tempo. Le Fiandre si riaccendono solo nella pittura a olio del ricordo, nell’eco incomprensibile di ogni linguaggio fiammingo, fra ragazze con orecchini di perla e tutto il resto. Le Fiandre, oggi, non esistono. E se anche esistono, non dovrebbero. Come non esistono più Lega Anseatica, pittura fiamminga e duchi di Borgogna. E non senza che io, fiorentina fino all’essenza, non li rimpianga. Del resto, a volerla dire tutta, le Fiandre sono l’espressione nordica della nostra toscanissima rinascita umanista. Le Fiandre sono quello che succedeva oltre l’arco alpino mentre noi eravamo qui, immersi nel cupolone, tutti presi dalle evoluzioni del cantiere del Duomo. Bruges e Firenze hanno qualcosa in comune, riconducibile a un inesauribile senso di stupore. La differenza è che la Toscana esiste ancora, mentre le Fiandre scompaiono assorbite dalla nebbia mattutina, o più semplicemente da un’Europa in cui la parola Fiandre, onestamente, stona. Niente contro i fiamminghi, che, nonostante la mia reazione di rifiuto, non solo esistono ma sono vivi, vegeti e anche piuttosto nazionalisti, ma, lo ammetteranno loro stessi, sono anacronistici.

Bruges, per l’esattezza, scompare nel XVII secolo. Avevano provato a ritirarla su puntando sull’industria dei merletti, ma capirete che un tentativo simile aveva già un destino segnato. Le origini di Bruges, come vuole la tradizione, o forse piuttosto l’abitudine, risalgono ai Romani, al buon vecchio Giulio Cesare. Dopo l’incursione dei Franchi, per difendersi dall’attacco dei Vichinghi, il conte delle Fiandre costruì la fortificazione che avrebbe fatto da confine alla città medievale. Il nome di questo personaggio, che alcune fonti per pudore preferiscono non citare, era Baldovino Braccio di Ferro. Se Baldovino vi ricorda un marinaio è perché allora, nel lontano IX secolo, Bruges si affacciava ancora sulle fredde correnti del Mar Nordico, attraverso lo Zwin, il canale che le scorreva accanto. Finché l’insabbiamento non la privò della passeggiata lungomare e in una sorta di ciclo karmico del suo futuro mercantile, una tempesta nel 1134 le regalò un nuovo canale naturale. Collegato, questo, a uno storico porto fluviale, Damme, anche questo a mio parere destinato a sparire dalle carte se non come sito di archeologia locale. Siamo quindi nel XII secolo quando Bruges diventa un importante centro commerciale. A fiorire è innanzitutto il mercato della lana, in un parallelo con la Firenze rinascimentale che non sembra destinato ad esaurirsi a breve. La vicinanza di Bruges alla costa inglese permette agli imprenditori più audaci di stabilire colonie economiche in queste terre ricche di pecore dal filato nobile, e ben presto comincia l’importazione di altri beni dall’isola britannica all’Europa continentale. Arrivano nell’avamposto portuale di Bruges navi genovesi e galee veneziane, si intensifica il traffico di spezie dall’Oriente, la città diventa uno snodo nel commercio fra l’Europa mediterranea e quella settentrionale. Nascono le fiere tessili e la Borsa Valori. Se oggi esistono la settimana della moda e l’indice Dow Jones che piace tanto a Mentana, lo si deve al rischio imprenditoriale di qualche corporazione fiamminga. Ma ai tentativi di conquista da parte delle grandi potenze non sono estranei neanche nelle Fiandre, e sono già un paio di secoli che la Francia prova ad annettere al suo regno Bruges e Damme. Si arrende quando, nel 1302, il 18 maggio, i cittadini insorgono, massacrando i francesi in quelli che sarebbero passati alla storia come ‘Mattutini di Bruges’. Questi fiamminghi mi stanno sempre più simpatici: se non fosse per l’ostilità nei confronti della tempera, l’affinità con lo spirito fiorentino sarebbe assolutamente perfetta. In tempi moderni, se Bruges li avesse davvero conosciuti, quest’intesa avrebbe la forma del gemellaggio fra squadre di calcio. Purtroppo il calcio sembra essere uno sport ancora sconosciuto in questa parte del Belgio.

Nel XV secolo si stabilisce a Bruges la corte del duca di Borgogna. Nello stesso periodo si succedono a Firenze Cosimo il Vecchio e il Magnifico Lorenzo. Mentre Brunelleschi ripara il tetto del Duomo e Ghiberti olia i cardini della Porta del Paradiso, Jan Van Eyck scopre la pittura a olio, e alla tempera spetta un pensionamento anticipato. Ora. Non che io non sapessi tutto questo. Della storia di Firenze ho una linea cronologica scritta a mano in pieno stile umanistico. Dandoci uno sguardo anche in tempi non sospetti una relazione fra la mia città e questa Bruges del Quattrocento sarebbe certo saltata all’occhio. Ma avvinta com’ero dal fascino medievale di questo pittoresco borgo, mi serviva un romanzo, ‘Il ragazzo di Bruges’ appunto, per vedere quello che avevo avuto sotto il naso fino a quel momento. Aprire le scatole del cervello e capire, controllando per sicurezza la mia linea del tempo, che Ghiberti, Brunelleschi e Van Eyck hanno impreziosito il mondo nello stesso periodo, coetanei nel Rinascimento. C’è stato uno scorcio di secolo in cui, diviso fra la Toscana e il Belgio, succedeva tutto questo. Bruges diventava una fiorente città di commercio, le attività finanziarie aumentavano decretando il destino dell’economia virtuale del nostro tempo, e con tutto questo denaro in movimento aumentavano anche le filiali di banche aperte dall’estero. Quella Medici, per citare un nome come un altro. Così Bruges diventava cosmopolita, vivace e aperta alla cultura, e in questo clima frizzante, mentre da noi Masaccio riscopriva la prospettiva, Van Eyck inventava una nuova tecnica pittorica. È il momento tanto temuto di affacciarsi sulla pittura fiamminga.

Brivido. Io, che venero i colori chiari dei quadri del Botticelli e vedo nella Venere il mio vero ideale di donna, con la pittura fiamminga ho sempre avuto una relazione incerta. Prima di tutto, mi trovo costretta in questa sede ad ammettere che la parola ‘fiammingo’ mi spaventa. Deve essere una roba del subconscio, un trauma avuto in culla, forse un’identificazione istintiva del fiammingo con l’uomo nero delle filastrocche per l’infanzia. O forse c’è una spiegazione più artistica, forse la mia sensibilità ferma alla Firenze quattrocentesca si scontra ancora con lo stile di questa pittura nordica. Il mio cervello registra informazioni confuse in cui i dettagli del ‘Trittico Portinari’ degli Uffizi e quelli del ‘Giardino delle delizie’ di Bosch conservato al Prado si sovrappongono e assumono tutti, inevitabilmente, un tono macabro. Brivido. Forse mi rendono inquieta i colori a olio. Forse mi rendono inquieta le miniature stile Alto Medioevo. Forse mi rendono inquieta tutti questi personaggi vestiti di scuro. Forse si tratta solo di una forma di campanilismo, perché del resto la somiglianza fra Bruges e Firenze stimola la tendenza innata alla concorrenza, che mi impedisce di guardare con occhio obiettivo alla inquietante pittura fiamminga. Brivido. Come critica d’arte avrei sicuramente fallito. La cosa più sconvolgente è che, di tutte le sale disponibili nella Galleria degli Uffizi, il ‘Trittico Portinari’ è andato a finire proprio accanto al Botticelli. I pastori in adorazione di Hugo van der Goes e la mia Venere saranno costretti a fronteggiarsi per sempre contendendosi l’attenzione dei turisti. Così la storia di queste due città protagoniste della cultura del XV secolo si intreccia ancora oggi nelle sale di un museo. Anche perché, attratta dalla nebbia dei miei ricordi artistici, finisco per scoprire che il trittico è stato dipinto proprio a Bruges su commissione di Tommaso Portinari, direttore della filiale del Banco Mediceo aperto nelle Fiandre. Al suo arrivo a Firenze l’opera suscitò grande scalpore, perché nessun quadro fiammingo di tali dimensioni era mai stato alla portata degli artisti fiorentini. E quest’opera presenta tutte le caratteristiche dell’arte fiamminga, fra cui la spazialità resa con l’uso della luce e la rappresentazione dettagliata del reale, che tanto avrebbero influenzato la scuola artistica locale. La globalizzazione colpiva. La pittura a tempera era segnata. Brivido. Ed è un brivido di paura.

La vicenda comincia da lontano. La tempera ha una storia antica, che raggiunge le grandi civiltà dell’Egitto, della Cina, dell’America precolombiana. A detta di Wikipedia, gran parte delle pitture realizzate nel mondo sono state eseguite con una sorta di tempera, ovvero con un colore preparato mescolando pigmenti in polvere con un legante acquoso. E qui cito Wikipedia senza decoro. In Europa, l’apice di questo stile pittorico coincide con il Medioevo. La mia Venere, tanto per dirne una, è un dipinto a tempera su tela. Dopo l’incontro con la scuola fiamminga, e considerando che il ‘Trittico Portinari’ non può essere esente da colpa, si inizia a parlare di tecnica mista. La tempera combatte strenuamente per trecento anni prima di abbandonarsi sfinita al trionfo della pittura a olio. Anche questa affonda le radici della sua storia nel passato, per cui agli artisti fiamminghi non si deve l’invenzione di una nuova tecnica pittorica, ma il suo perfezionamento davanti a inconvenienti che ne rendevano incerto il risultato. Questo sembra ormai essere un dato certo e documentato, ma se Vasari nelle sue ‘Vite’ cita Jan Van Eyck come inventore dei colori a olio, io, comunque, ci credo. Diffusa dapprima nelle Fiandre, questa nuova tecnica raggiunse l’Italia sul finire del Quattrocento, quando le prime opere realizzate completamente a olio fecero la loro comparsa nelle città che più delle altre avevano legami con la pittura fiamminga. La responsabilità del declino della tempera sarebbe quindi da attribuire a Antonello da Messina. La pittura a olio, ottenuta con pigmenti in polvere mescolati con basi inerti e oli, permette all’artista un uso più ampio delle sfumature, e attraverso velature trasparenti di vernice, rende più profondo, lucido e brillante il colore. Apre le porte al Barocco. E questo non glielo posso perdonare.

È così, cercando nella pittura a olio un complice per il passaggio dal Rinascimento al Manierismo, che mi metto sulle tracce delle opere tarde di Michelangelo e per caso mi imbatto in una ‘Madonna col Bambino’ di marmo. Fin qui niente di straordinario. Michelangelo, al marmo, non era certo estraneo. Quello che attira l’attenzione è la collocazione di questa statua, nella Chiesa di Nostra Signora, a Bruges. La ‘Madonna col Bambino’, o ‘Madonna di Bruges’, è stata eseguita nei primissimi anni del Cinquecento per una famiglia di commercianti di tessuti fiamminga, clienti della banca di Jacopo Galli, mecenate del nostro artista. La ‘Madonna col Bambino’ è contemporanea del David che ci saluta imponente dall’ingresso del Palazzo della Signoria. È venuta in Italia, ospite al Bargello, nel 1952, in uno scambio in cui il famigerato ‘Trittico Portinari’ tornava nel luogo che gli aveva dato i natali. Scopro che la storia di queste due città di memorie medievali non solo scorrono parallele, ma si incrociano a più riprese. Ignoravo che ci fosse un legame così stretto fra il baluardo della Lega Anseatica e la città della stirpe medicea. Lo ignoravo mentre, affascinata, scendevo dalla serie di mezzi navetta che mi avevano portato nel cuore della città vecchia.

Srotolo i miei primi passi nel centro storico di Bruges sul selciato del Markt, la Piazza del Mercato, brulicante di vita come già doveva essere quando la città, anziché un’attrazione del turismo, era fulcro attivo di manodopera e commercio. Sono attratta dai frontoni e dalle guglie che si affacciano sulla piazza, un ettaro di suolo pubblico chiuso al traffico in cui si concentrano i visitatori in arrivo prima di riversarsi nei vicoli e lungo i canali del piccolo borgo. Il duca di Borgogna sarà già sparito da un pezzo, ma ancora gli fa eco una politica intrisa di Rinascimento. O forse la lungimiranza è solo un privilegio dell’appartenenza all’Europa nordica. Io continuo a guardarmi intorno, nel sole accecante, come se non avessi mai visto prima una piazza. È spaziosa, popolata di inglesi in vacanza, estranea alle zone d’ombra, e intatta. Piacevolmente intatta. Anche se in realtà rinnovata completamente nel ’95. Se è un prodotto della modernità certo non lo dà ad intendere, e non ha perso niente del fascino medievale autentico che ci aspetta, inalterato, appena svoltiamo l’angolo. Prima di insinuarmi nelle vie del centro, continuo ad allenare lo sguardo spostando il mio obiettivo da un frontone all’altro. Condivido la gioia dei tedeschi in viaggio, anche se forse, fiorentina fino in fondo, mi concedo a un po’ più di entusiasmo. Mi concedo a uno stupore umanistico. Smorzato soltanto dalle visite guidate in russo e dai crocieristi in processione dietro al lollipop. Prima di insinuarmi nelle vie del centro, scelgo di dedicarmi a un’esperienza forse poco medievale ma tradizionale più di tutto il resto. Così mi metto in fila dietro a un gruppo di americani col colesterolo in crisi d’astinenza, e me ne esco con un pranzo bisunto da asporto, protagonista il tubero affogato nell’olio combusto.

Sembrerà poco romantico, poco realistico, poco affine a questo clima idillico, sembrerà troppo legato alle memorie di un fast-food moderno e troppo lontano dall’eco poetica di questa città persa nel tempo, ma che le patate fritte siano il piatto tipico di questo posto resta un fatto. Un indiscutibile e unto dato certo. Nonostante un tentativo di rivendicazione di questo piatto di fama mondiale da parte di qualche fautore della Rivoluzione Francese, ci ancoriamo a un manoscritto belga del 1781 nell’affermare che i lipidi in eccesso delle nostre cene fuori nascono nei Paesi Bassi sulle rive della Mosa. I valloni erano infatti soliti friggere dei piccoli pesci di fiume, ma quando d’inverno il fiume gelava portavano avanti la poco salubre abitudine friggendo delle patate tagliate in fette sottili così da ricordare la fauna ittica del canale. Un’origine certo più nobile di quella parigina che vuole le patate fritte essere una sorta di operazione di marketing per rilanciare il mercato infiacchito del tubero. Comunque la si voglia vedere, le patate fritte di Bruges sono più corpulente di quelle di ogni altra nazione. Lontane dalla parvenza afflosciata dell’insetto stecco, si presentano dorate in un cartoccio dall’insolita forma triangolare, un cono rovesciato che può raggiungere volumi inusitati in cui le patatine affogano, al bisogno, in onde generose di maionese sbiadita. Atta al recupero dei mattoncini riemersi già a stento dall’olio da frittura, una forchettina di plastica fa leva per affacciarsi oltre la salsa scolorita. Ma ungersi le dita è un elemento caratterizzante di una visita a Bruges. Stempera la tensione medievale, fa sentire tedeschi e americani meno estranei al fascino intatto di queste terre, fa perfino sembrare più reali le Fiandre.

È quindi così, affondando la forchetta rossa in un cartoccio di patate con la stessa fierezza con cui un cavaliere medievale sfoderava la spada, che mi avvio, unta e ancora stupita, alla scoperta di questa cittadina, sospesa tra friggitrici e memorie rinascimentali. Attraverso in un vuoto di consapevolezza il Burg, centro amministrativo della città, e oltrepassato il piccolo passaggio ribattezzato ‘strada dell’asino cieco’ sbuco finalmente sul canale. Non so dov’ero, ricostruisco le mie manovre incrociando la cartina e le fotografie stranamente poco numerose. Non ricordo i dettagli della facciate. Non ricordo l’opera d’arte contemporanea che a detta della Lonely Planet deturpa la piazzetta alberata. Ricordo solo, improvviso, il senso di stupore. Lo scorcio inaspettato sul canale. E mi sforzo di farmelo bastare.

Sono ancora tutti lì i tetti scuri, le guglie, i frontoni delle facciate, eppure l’unica cosa che si è fissata distintamente nella mia memoria è un’immagine che perde di tridimensionalità come una foto panoramica, dominata da un corso d’acqua, da un salice piangente e da una torre campanaria. Non so dov’ero, anche se posso fare in modo di triangolare la mia posizione e rintracciarmi sulla mappa come un rilevatore satellitare. Ma non lo faccio. Riesco, almeno per un attimo, a togliermi di dosso l’obbligo di un ricordo convenzionale, dove i palazzi devono avere un nome e soprattutto una loro collocazione spaziale. Riesco, almeno per un attimo, a ricordare cos’è che per me ha avuto davvero importanza. La meraviglia. C’è quindi, a Bruges, un angolo noto a ogni turista medio che io scelgo di far restare sconosciuto, come una bella sorpresa in cui ci si imbatte per caso. C’è un angolo prezioso di cui ho forse un ricordo vago ma di cui so esattamente che quello è il luogo in cui il mio eroe romantico si sarebbe innamorato.

Da lì proseguo lungo il canale, e seguendo l’architettura di questa città medievale, o forse l’istinto di qualche altro viaggiatore, il destino mi conduce al parco dell’Hof Arents e al suo Ponte dell’Amore, che si affaccia su contrafforti gotiche e piccole casette in mattone. Ignara del valore culturale degli edifici in cui mi sono imbattuta sgranocchiando le mie patatine, il fato ha però scelto di condurmi verso un luogo che per me avrebbe avuto un valore particolare. Il destino mi ha portato nel luogo in cui il mio eroe romantico avrebbe dato il suo primo bacio. Da qui in poi tutto il resto è ignoranza. Non c’è museo che tenga, non c’è cattedrale in grado di deviare la mia rotta. A guidarmi è la fretta, e ancor più la sensazione di essere immersa in un’atmosfera fiabesca che mi costringe a volteggiare assorta camminando a dieci centimetri da terra. Fare cultura a Bruges è un oltraggio al romanticismo: innamorarsi dovrebbe essere lo scopo ultimo di chiunque visiti questo borgo. Così, sognando, rinuncio alla scoperta di qualche nuovo, inalterato scorcio di Rinascimento, e risalgo il canale accompagnata da casette in pietra e salici che piangono. Torno a un sogno che già conosco. Torno alla perfezione immobile di quella vista sul fiume cui l’incantesimo di una fata buona ha impedito di cambiare. Sono una Bella Addormentata sonnambula che si aggira nella città assopita senza riuscire a tenere chiusa la bocca. I turisti sono una scomoda presenza fantasma cui passare attraverso come se si trovassero in una dimensione diversa. Mi insinuo in una traversa. A una bancarella trovo il ritratto perfetto di questa terra: un carboncino che non mi costringe a scontrarmi di nuovo con la pittura a olio. In qualche passo sbuco di nuovo nella Piazza del Mercato. Ma c’è qualcosa che ho dimenticato, l’altro prodotto tipico cui Bruges si è consacrato: il cioccolato.

La storia del cioccolato ha origini ben diverse da quelle che, addentando il mio ovetto Kinder, avrei mai immaginato. Innanzitutto comincia dal formato liquido. La pianta di cacao era un prodotto molto prezioso per le popolazioni precolombiane: i Maya e gli Aztechi ne usavano i semi come monete e ne ricavavano una bevanda insaporita con peperoncino che bevevano nelle cerimonie religiose. Il primo europeo ad avere l’onore di assaggiare questa bevanda rituale fu Colombo, che forse poco colpito dal suo gusto amaro ne riportò qualche seme in Spagna solo per dovere di studio botanico. Nonostante la sua reputazione a dir poco disdicevole, il personaggio al quale dobbiamo davvero l’arrivo del cioccolato nei nostri calendari dell’Avvento è Hernàn Cortéz. Fece dono di alcuni semi di cacao a Carlo V, e quando i monaci pensarono di sostituire al peperoncino la vaniglia e lo zucchero, il cioccolato fece il botto. Cortéz avrebbe potuto rinunciare all’oro del Nuovo Mondo e arricchirsi con tavolette di fondente al 99%, ma purtroppo per le popolazioni indigene del Messico, il cappello da pasticcere non gli donava e lo spirito imprenditoriale lo portava su un’altra strada.

Per tutto il Cinquecento il cioccolato restò un privilegio della Spagna, e solo sul finire del secolo, attraverso gli incroci matrimoniali dei reali spagnoli, raggiunse il Piemonte e la Sicilia. Nel secolo successivo un commerciante fiorentino lo portò in Toscana. Il parallelismo tra Firenze e Bruges continua quindi anche sul piano nobile dell’arte gastronomica. Certo, a Firenze il cacao arriva prima, come testimoniano numerose opere raccolte nella nostra Biblioteca fra le quali, a mio parere, spicca la ‘Lezione accademica in lode della cioccolata’, cui dovremmo dare seguito trasformando il Lindor in materia di studio universitaria. Dall’Italia il cacao raggiunse la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda. Ancora nessun cenno del suo arrivo in Belgio. Il primo cioccolatino fu prodotto alla fine del Settecento a Torino, e nonostante l’opinione contrastante della Proloco belga, l’inventore della tavoletta di cioccolata è originario della Svizzera e la prima tavoletta in commercio è datata al 1820 in Inghilterra. Ed è un olandese, una decina d’anni dopo, ad estrarre per primo il cacao in polvere e il burro di cacao. Il ruolo di Bruges fin qui pare, nonostante i musei a tema e la pubblicità illecita dell’Ente del Turismo nazionale, assolutamente marginale. Caffarel introduce il cioccolato alla produzione industriale, il Piemonte presenta la pasta Gianduia che lo renderà più famoso della Mole, e gli svizzeri fanno dono al mondo del cioccolato al latte e del cioccolato fondente, con l’ausilio di due grandi personaggi che la storia non onora come si dovrebbe, Henri Nestlè e Rodolphe Lindt rispettivamente. Il contributo del Belgio riguarda la produzione delle praline all’inizio dell’Ottocento. Contributo che sembra modesto, soprattutto adesso che i centritavola di confetteria sono ormai una consuetudine portata avanti solo da Enzo Miccio nel matrimonio perfetto. Ma la pralina ha in effetti un suo fascino. Senza pralina il Natale non avrebbe lo stesso gusto. Il Ferrero Rocher è uno dei miti del nostro tempo. E, in qualche modo, affonda le sue radici in Belgio. Così, ormai sulla via del ritorno, mi fermo a fare shopping riempiendo di assaggi di cioccolato un cestino di giunco. Dei piccoli waffles renderanno più dolce il mio viaggio di ritorno.

Sono venuta a Bruges per innamorarmi, ed è successo. Me ne vado col cuore spezzato e, come d’abitudine, affogo i miei dolori nel cioccolato. Improvvisamente capisco perché in questo posto il cioccolato è il prodotto tipico: le praline non c’entrano, il cioccolato è l’unico rimedio per le pene d’amor perduto.

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