Zákány: la porta sul retro per l’Europa.

di Marta Pacor e Maddalena Zupin

Zákány, località ungherese a pochi chilometri dal confine con la Croazia. La stazione ferroviaria, vista dall’esterno non sembra molto diversa dalle altre stazioni periferiche dell’Europa orientale. Ma, una volta attraversati i binari, ci si rende conto di quanto questo luogo sia divenuto uno snodo centrale per il viaggio infernale verso l’Europa.
In questa stazione, cinque volte al giorno, tutti i giorni, migliaia di rifugiati provenienti dalla Croazia vengono caricati sul treno e portati a Hegyeshalom, vicino al confine austro-ungherese. Dal campo di Tovarnik, appena oltre il confine con la Serbia, attraversano la Croazia in treno fino a Botovo (Croazia), dove vengono fatti scendere. Qui vengono scortati a piedi dalla polizia croata lungo un tratto di strada asfaltata, per poi essere indirizzati verso il bosco. Percorrono circa quattro chilometri su sentieri fangosi attraverso il bosco e i campi coltivati, prima di giungere a Zákány, in territorio ungherese. Il bosco li inghiotte e scompaiono dalla nostra vista. La polizia ci impedisce di seguire i rifugiati fino al punto in cui avviene il superamento del confine vero e proprio.

Paradossalmente, in questo punto la frontiera è aperta solo per chi non ha un documento europeo. Il governo ungherese, in accordo con la Croazia, in maniera non ufficiale sta tenendo aperto un varco nel muro di filo spinato eretto dall’Ungheria in questi ultimi mesi, ed è da qui che passano i rifugiati in fuga verso il nord Europa. Così, da una parte l’Ungheria continua la costruzione del muro lungo i suoi confini, dall’altra i paesi confinanti (e l’Ungheria stessa) hanno trovato un modo per far fluire masse di persone non gradite nel proprio territorio, senza assumersi direttamente la responsabilità del transito. E poco importa se quei chilometri che queste persone stremate percorrono a piedi corrispondono al tratto fino alla fermata successiva di quella stessa linea ferroviaria.
La volontà di tenere questa procedura lontana dai riflettori dei media si accompagna con la totale assenza di un sistema strutturato di soccorso da parte dello Stato, dell’Europa o delle grandi organizzazioni internazionali. A Zákány, così come nella maggior parte di questi luoghi di transito fra due confini, sono singoli volontari a dare qualche forma di aiuto.
Tante famiglie, bambini piccoli, neonati. Persino un invalido sulla sedia a rotelle. Le carrozze vengono riempite una ad una, circa 100 persone per vagone, i posti a sedere sono solo per chi è stato abbastanza fortunato da salire per primo. Quando tutte le dodici carrozze sono state riempite, il treno si sposta indietro lungo il binario per qualche centinaio di metri fino al fondo della stazione, ed è in questo momento che i volontari possono agire.

Durante le operazioni di imbarco, mentre gli agenti ungheresi, muniti di guanti di gomma e mascherine protettive, caricano le persone sul treno, non possiamo avvicinarci (ci è stato possibile solo un giorno, perché erano in visita due rappresentanti dell’UNHCR). Per ogni treno la polizia ci concede dieci minuti per distribuire sacchetti di cibo e bottiglie di acqua, allungandoli oltre i finestrini. Dieci minuti per mille persone circa. Un modo di distribuire non solo umiliante per chi è bloccato nel treno, ma anche di efficacia limitata: è difficile per noi capire quante persone ci siano in ogni scompartimento e in quali condizioni. Oltretutto i volontari sono davvero pochi. Una decina di ragazzi provenienti da tutta Europa che corrono avanti e indietro lungo le carrozze del treno cercando di fare il possibile, sapendo che il possibile davvero non basta. Il lavoro frenetico si svolge di fronte a una fila di soldati immobili disposti lungo il binario a pochi metri da noi, che guardano imperturbabili la scena. Dall’interno del treno alcuni ci chiedono di aprire gli sportelli: “I bagni sono chiusi, vi prego, fateci scendere”. Noi possiamo solo, ancora una volta, vergognarci profondamente e cercare con grande imbarazzo di spiegare che la polizia ha deciso di impedire loro anche solo di andare in bagno. Ma come glielo spieghi? Welcome to Europe.

Finita la distribuzione abbiamo un minuto per chiacchierare con qualcuno di loro. Ci presentiamo, ci dicono da dove vengono. Molti cercano informazioni riguardo a dove si trovino e a cosa succederà dopo: “Questo treno va in Austria? Quanto tempo dura il viaggio?”. Dovranno viaggiare per altre quattro ore circa fino al confine austriaco. Da lì scenderanno, attraverseranno il confine a piedi e aspetteranno di risalire su un altro convoglio verso Vienna. Stessa dinamica del “non-vedo-non-sento” spiegata sopra. Li salutiamo, affacciati ai finestrini, mentre si allontanano, i volti sorridenti e grati, nonostante tutto.

Partito un treno ci si prepara subito per il successivo. La base dei volontari si trova a fianco della stazione di polizia e questa vicinanza fisica crea un’innaturale situazione di convivenza fra noi e le forze dell’ordine. Non c’è alcuna comunicazione (scopriamo poi che i soldati hanno il preciso ordine di non interagire con i volontari), ma notte e giorno si condivide lo stesso spazio. Il gruppo lavora come in una catena di montaggio per confezionare le razioni da distribuire: una banana, due fette di pane, due formaggini, una barretta muesli e si chiude il sacchetto. L’acqua viene passata a parte. Tutta la merce è stata comprata solo grazie a piccole reti di solidarietà createsi intorno ai volontari che, prima di partire, hanno raccolto donazioni da amici e conoscenti. L’unica organizzazione umanitaria presente sul luogo è la Croce Rossa Ungherese ma fa il minimo indispensabile e malvolentieri. Nonostante siano pieni di materiale e di operatori, per ogni treno si occupano solo di due carrozze, e neanche sempre. I treni dell’una di notte e delle 6 del mattino passano evidentemente in orari troppo scomodi: in questi orari ci ritroviamo sempre da soli. D’altra parte qualche dubbio sulla genuinità dell’operato della Croce Rossa sorge già nel vedere che, a differenza nostra, possono disporre a loro piacimento della stazione di polizia come base di raccolta.

Dopo tre giorni di lavoro, notte e giorno fianco a fianco con gli altri volontari, perdiamo quasi la cognizione del tempo. Una situazione surreale nella sua assurdità, ma che nello stesso tempo diventa presto una routine fatta da una sequenza di azioni sempre uguali che si rinnova ad ogni arrivo dei treni. Eppure in tutto ciò non c’è nulla di normale e neppure di legale. I posti di confine come Zákány sono dei non-luoghi, lontani dai riflettori dei media, che permettono ai governi di ostentare politiche di totale chiusura ai flussi migratori, e nello stesso tempo far passare i rifugiati dalla porta sul retro (per farli poi uscire nello stesso modo). Senza garanzie, senza umanità, senza rispetto dei diritti di chi fugge e cerca riparo in Europa.