Il timore di un attacco hacker sul voto e la mossa preventiva del Pentagono

«Qualcuno si sta attrezzando per buttare giù internet». Con questo titolo, Bruce Schneier, esperto di cyber security, ha in qualche modo predetto l’attacco del 21 ottobre che ha mandato in crash per ore servizi online e piattaforme assai utilizzate come Netflix, Paypal, Twitter. Questo attacco — avvenuto attraverso device chiamati internet of things (IoT) — è stato portato a termine con un malware di nome Mirai. Come abbiamo raccontato anche sul Corriere, Mirai era già stato utilizzato per attaccare il sito di un altro esperto di cyber sicurezza, Brian Krebs. I segnali che qualcuno stesse testando la tenuta della rete dunque c’erano tutti e c’erano da tempo. L’Economist però aggiunge un dato a questa analisi: sebbene non sia nota la paternità di Mirai — alcuni dicono sia stato creato da hacker russi, altri puntano il dito contro i cinesi — l’attacco del 21 ottobre potrebbe rappresentare il preludio a un’operazione ben più grande. Ossia mandare in crash la rete il giorno delle elezioni statunitensi. Un attacco DDos non può mettere fuori uso le macchine elettorali e dunque non può influire sul risultato. Ma potrebbe buttare giù una serie di siti governativi e di informazione gettando ombre sulla trasparenza del processo elettorale e dunque su tutta la democrazia in generale. Intanto, però, gli americani hanno messo a segno un colpo preventivo: come ha rivelato nella notte italiana l’emittente Nbc, gli hacker del Pentagono sono riusciti a penetrare i sistemi di comando del Cremlino, rendendoli vulnerabili ed esposti a possibili attacchi, in particolare se si realizzasse la minaccia di inquinare il voto di martedì per la Casa Bianca (qui la notizia su Corriere.it).