Orlando, l’odio che chiama l’odio e la necessità di andare oltre le definizioni

Atto contro la comunità gay e dunque omofobico, terrorismo islamico o mass shooting. In queste ore si discute molto su cosa sia la strage di Orlando. Un tragedia che ci lascia senza fiato. Ma anche un atto che ci coglie impreparati. Per cercare di riavvolgere il nastro torniamo con la mente al Bataclan. E ci chiediamo perché.

Allora si disse che i terroristi avevano colpito la voglia di libertà dei giovani di divertirsi e vivere. Hanno colpito la generazione Bataclan, titolò Libération. Oggi ci sentiamo di fronte ad un attacco alla libertà di amare chi ci pare. Intolleranza, terrorismo, e le armi ormai troppo facili da trovare sono le tre componenti di quest’ultimo massacro cui addossiamo la colpa del sangue.

In realtà, come spiega John Horgan in Psychology of Terrorism (libro che consiglio, davvero), per capire il terrorismo bisogna usare un nuovo strumento, la psicologia. Essa ci costinge a fare uno sforzo di comprensione immenso. Secondo questo studioso statunitense ci forza ad andare oltre il nostro disgusto di fronte ad una persona che toglie 50 vite umane. Il motivo di questo lavoro? “Non vogliamo cercare una giustificazione, non ci serve e non ci darà sollievo. Andare ad analizzare il profilo psichico del killer è fondamentale per mettere a punto programmi di prevenzione e di de radicalizzazione, unica vera arma per combattere il terrorismo”, scrive Horgan.

Horgan spiega come un terrorista agisca sulla base di vari impulsi. Tra questi ci sono le motivazioni personali, quelle ideologiche e infine quelle strumentali. E’ sulla base del mix di queste tre componenti che si delinea il profilo del killer. Ma va fatta un’altra considerazione. Oltre a una profonda capacità di reclutamento, Isis è riuscita laddove altri gruppi hanno fallito o sono arrivati solo dopo decine di anni. Il gruppo jihadista ha, di fatto, abbattuto il confine tra criminalità e terrorismo, diminuendo i costi in termini di tempo e denaro nelle attività di reclutamento. La dimostrazione? Non importa più essere affiliati, per dirsi membri dell’Isis. Non c’è più distinzione tra killer, terrorista e miliziano. Non c’è nemmeno bisogno di partire per il jihad. Per dirsi dell’Isis, basta odiare e uccidere.

Ma da dove viene l’odio? In Francia gli ambienti jihadisti sono prolifici da tempo. Le carceri pullulano di micro criminali che una volta radicalizzati sono pronti al «martirio» o quantomeno al massacro. La radicalizzazione nasce, lo sappiamo bene ormai, nelle banlieue, trae linfa vitale dalla rabbia verso il passato imperialista, e trova conferma nel qaedismo. L’odio chiama altro odio era il filo rosso della celebre scena del film Mathieu Kassovitz che terminava con il racconto della morte di Grunwalski.

Negli Stati Uniti lo scenario jihadista è decisamente più recente. Gli accusati di affiliazione, come sottolinea uno studio del Program on Extremism della George Washington University, sono 88. Pochissimi dunque, soprattutto se guarda al rapporto tra numero di cittadini e numero di affiliati.

Sono giovani, per lo più lupi solitari, come Carlos Bledsoe che freddò due soldati statunitensi davanti a un ufficio di reclutamento o come Syed Rizwan Farook, 28 anni, e la moglie Tashfeen Malik, 27, responsabili del massacro di San Bernardino. O, ancora, come Mohammed Oda Dakhlalla, 22 anni, e la sua giovane moglie Jaelyn Delshaun Young che avevano deciso di andare in Siria. I loro profili hanno tratti comuni. Non necessariamente frequentano le moschee. Sono nati negli Stati Uniti ma hanno nomi e cognomi che rivelano le origini delle loro famiglie. Arabia Saudita, Afghanistan, Siria. Sono uomini e donne che si conoscono in rete, sui siti di dating, alla faccia della tradizione, che vanno in giro vestiti all’occidentale e che non hanno mai conosciuto la povertà dei loro Paesi di origine. Anzi, spesso hanno un buon livello di istruzione e non sono certo mancate loro le possibilità di combinare qualcosa di buono.

«Per certi versi il panorama jihadista italiano e statunitense si somigliano molto», mi ha spiegato Lorenzo Vidino esperto di terrorismo e autore con Seamus Hughes dello studio della George Washington University, per un articolo che ho scritto l’anno scorso. Oltre i numeri («che sono in entrambi gli scenari molto bassi») ad accomunare è anche «la mancanza di un ambiente salafita che crea il contesto adatto per reclutare». Siamo lontani anni luce dal Belgio e dalla Francia, dove gli ambienti radicali forniscono terreno fertile alla propaganda jihadista. «Sia negli Stati Uniti che in Italia i ragazzi si auto reclutano per lo più su internet ma poi difficilmente trovano figure di riferimento nel mondo reale che permettano loro di continuare il percorso di radicalizzazione», mi ha detto ancora Vidino. Lo scenario socio economico tuttavia è completamente diverso. «In Italia non abbiamo politiche di integrazione. Negli Usa invece la famiglia musulmana media ha un reddito più alto della media americana, vive nei bei quartieri».

Difficile dunque che sia solo il malcontento a fare scattare la molla della radicalizzazione. Ma allora la domanda torna. Da dove viene questo odio? E’ una questione religiosa? Sostenerlo significa non capire la differenza tra il jihadismo qaedista e quello delle nuove generazioni, perché la sensazione quando ci si approccia a Isis è di essere lontani anni luce dalle interpretazioni religiose o dai sermoni di Bin Laden. Piuttosto pare di essere di fronte a una setta, cui ci si unisce da morti, versando sangue. Più che considerare l’Islam come la radice del terrorismo dei tempi moderni, lo stesso John Horgan definisce il radicalismo religioso come una manifestazione di un disagio sociale più profondo, una frattura psicologica che si esprime e manifesta attraverso la radicalizzazione. E il pensiero torna al film L’Odio e alla scena in cui il vecchietto del bagno racconta a Vincent Cassel la storia di Grunwalski.

Un modello che si adatta perfettamente alla strage del Bataclan così come a quella di Orlando e che ci costringe ad andare a scavare nella ricerca e nell’analisi. Costa fatica? Sicuramente perché ci costringe a ragionare. Fa vendere meno i giornali? Anche. Ma è forse lì che dobbiamo andare, più nel profondo, se vogliamo evitare che accada ancora. E se vogliamo evitare che Grunwalski muoia di freddo.