Il grande giorno

The big day.

Andrea oggi va a letto presto, molto prima del solito. Domani, in fondo, è il suo grande giorno. Magro, i muscoli definiti sotto jeans troppo skinny, ventisei anni per uno e ottantadue di altezza. Un geometra, uno di quei personaggi che la routine la respira con naturalezza e senza noia incattivita: alle 7 tintinna la sveglia, vorrebbe crogiolarsi ancora a letto, ma il senso della puntualità lo pizzica forte. Veste abiti scelti con cura, anche se ordinari. Per le 7.30 sorseggia il caffè corretto al bancone del solito bar, il liquido denso e forte macchia i bei denti piccoli e bianchi. Per le 8 sta già inevitabilmente incravattato alla scrivania dello studio, quello che gli ha lasciato il papà quando è andato in pensione.

Al liceo Andrea diceva che mai e poi mai avrebbe fatto il geometra, mai e poi mai avrebbe riscattato lo studio del papi. Ma al liceo hai tutti i sogni e i desideri che vanno a mille, esplodono e scintillano, rifiutano di appiattirsi. Sono una burrasca fortissima. Otto anni dopo magari la vita ti ha già preso per il collo e, tra la mattina presto a lavoro e la partita a calcetto del venerdì sera, i sogni liceali come terremoti, li ha già bocciati uno per uno.

Per tutta la giornata Andrea si destreggia bene, le scartoffie vengono smaltite con ordine, gli appuntamenti segnati con cura sull’agenda, le telefonate, anche quelle più fastidiose, tutte fatte. Il pranzo è una pausa breve che lo lascia incatenato alla routine. Le posate avvolte nel tovagliolo di carta, il contenitore opaco dell’insalata di riso. Il Friuli fuori dalla finestra è una pozzanghera di verde smaltato su una tela grigia. Il Friuli che ha l’odore della rugiada e del ferro, le strade larghe e pulite, la villette in ordine ai lati, le macchine che procedono senza sbalzi. La vita si ferma un attimo, pronta a ruggire, solo quando il semaforo è rosso. La solita vita allora ribolle piano e poi sempre più forte. Sempre più violenta. Ma quando è il momento di esplodere e ribellarsi, il semaforo diventa verde e tutti riprendono la lenta corsa fino a casa.

Alle 19.35 Andrea ripone tutto nei cassetti, si lava le mani nel bagnetto privato accanto alla sala d’aspetto, spegne i computer.

Si guarda intorno, tutto regolare.

Di solito fa un salto al bar del centro per un aperitivo con gli amici, ma domani è il suo grande giorno e proprio non si può sgarrare. Mette in moto l’auto nera e lucida, nelle narici sente ancora il profumo di pelle nuova e plastica.Torna verso Cordenons, le strade praticamente vuote e il cielo che si annuvola veloce, qualche goccia possente sul parabrezza. Andrea pensa con un sorriso sornione, meno male che sono già sulla via di casa.

Le scarpe le lascia dentro la scarpiera, corre scalzo un gradino dopo l’altro fino in taverna, dove fuma la sua unica sigaretta della giornata. Poi si fionda nella doccia. Una cena consistente mentre il telegiornale balbetta morti blande, i politici indemoniati, calciatori come dei e le rivolte che non si faranno mai. Andrea ascolta attento e mentre spezza il pane con le mani dice, ma dove andremo a finire. Chissà.

Per le dieci ha già preparato tutto. Solitamente guarderebbe un film, una serie tv, riderebbe al telefono con la fidanzata. Di solito, dorme puntuale alla mezzanotte. Il sonno lo rapisce allo scoccare preciso delle lancette, il sonno quieto e profondo di chi ha una vita pacifica, cucita su misura. Oggi però deve andare a letto presto, perchè domani è il suo grande giorno. Alle dieci e cinque si raggomitola contro al piumone caldo, chiude gli occhi e aspetta.

Il pensiero schizza per un attimo ai vestiti preparati per l’indomani, fa un breve riepilogo delle cose che può avere dimenticato. Mentre aspetta le lancette battono veloci e il sonno oggi pare appena in ritardo. Allora Andrea balbetta in silenzio lo speech del giorno dopo, lo conosce a memoria parola per parola. Il sonno è ancora in ritardo. Le palpebre chiuse, lo spazzolino, il rasoio in carica, è già tutto pronto per domani. Ha persino girato la manopola dell’acqua calda, per scongiurare i primi schizzi di acqua fredda sulla pelle. Deve essere tutto perfetto per il grande giorno.

Perfetto come sempre, ma più perfetto.

L’orologio batte le due, la pelle prude sulla schiena, prima ha caldo e subito dopo ha i piedi congelati. Il sonno sta rintanato sul fondo dell’armadio e lo guarda rigirarsi nel letto, le palpebre serrate e i pensieri ingombranti. Il sonno è un gran bastardo, gli piace che gli umani si sfiniscano nell’attenderlo. Le tre, ora le quattro. Due salti e sono già le cinque. Finalmente alle cinque e mezza Andrea respira pesante, il sonno non è quieto ma violento, agitato come il mare forte d’inverno. Come quei sogni liceali che non volevano appiattirsi alla vita vera.

Andrea si rigira sul fianco e poi staziona infelice sulla pancia. Sogna il grande giorno con tutte le possibilità e sfumature. Prima immagina che va bene, allora sente gli applausi e ride leggero, poi sogna che tutto va per il verso sbagliato, allora singhiozza come un bambino sulla cravatta da adulto. Il sonno, quel bastardo, lo vuole punire. Ride di gusto e lo tortura senza pietà.

Ore 7, la sveglia scatta feroce e molesta. Andrea prova a schiodarsi dal suo incastro storto. Lotta contro il sonno, s’ingarbugliano insieme e lottano, si mordono impazziti mentre l’uno tenta di prevalere sull’altro. Andrea, per un solo limpido istante, riesce ad avere la meglio, uno scatto in velocità, allora afferra il telefono che ancora squilla impazzito, farnetica qualcosa ancora ammorbato dal sonno e poi fa quello che non fa mai, lo spegne.

La stanza ripiomba nel silenzio e nella pace.

Si riaddormenta piano, il respiro pesante.

Sonnecchia, le lancette corrono, il buio della stanza non viene rischiarato dalla luce. Il Friuli resta una pozzanghera di verde smaltato e grigio melmoso fuori dalla finestra. Il sonno è spietato, ride stridulo dal fondo dell’armadio dov’è nascosto, spiando il ragazzo magro immobile sul piumone blu notte.

Andrea dorme nel suo grande giorno.