UN AUTRE MONDE.

L’altrove di Wolf Erlbruch e J.J. Grandville.

Wolf Erlbruch, The King and the Sea, 2015
IL RE E L’OMBRA
“Perché devi seguirmi ovunque io vada?” chiese il re. 
“Per impedirti di saltar fuori con idee stupide” disse l’ombra. “E per ricordarti che ci sono due volti in ogni storia”.
“Ah è così allora..” mormorò il re, fissando la lunga ombra scura lasciata dalla sua piccola corona d’oro.

Due, le facce di ogni moneta. 
Due, almeno, i volti di ogni storia.

A trasportarci in un altrove che in questa dualità trova la propria ragion d’essere, sono Wolf Erlbruch e Jean-Ignace-Isidore Gérard (meglio noto con lo pseudonimo di Grandville): Erlbruch - illustratore tedesco contemporaneo nato a Wuppertal, nel 1948 - e Grandville, caricaturista e illustratore francese d’età romantica, nato a Nancy nel 1803. Oltre un secolo e qualche centinaio di chilometri separano le vite di questi due artisti, eppure, il loro immaginario sembra essere legato da una silenziosa “parentela”, in grado di annullarne distanza e tempo.

J.J. Grandville, Un Autre Monde (1844)

Grandville vuole letteralmente trasportarci in “Un altro mondo” come rivelano titolo e sottotitolo della visionaria opera del 1844, attraverso

Trasformazioni, visioni, incarnazioni, ascensioni, locomozioni, esplorazioni, peregrinazioni, escursioni, stazioni, cosmogonie, fantasmagorie, fantasticherie, capricci, facezie, vaneggiamenti, metamorfosi, zoomorfosi, litomorfosi, metempsicosi, apoteosi ed altre cose

La prima pagina diventa quindi soglia, porta d’accesso ad un mondo governato dalla logica della metafora, ponte verso un altrove surreale.

Wolf Erlbruch, Allons voir la nuit (2000)
Anche la farmacia è chiusa, perché non succede assolutamente nulla durante la notte.

Forse, per i più, è così. Eppure anche Erlbruch ci offre un passaggio privilegiato per attraversare questa soglia - o meglio - lo offre a chi, con occhi ben aperti e passo deciso, non ha paura di raggiungere la notte, al di là del ponte. Erlbruch, in un’intervista per l’editore portoghese Bruaá, alla domanda – perche le figure e gli animali che disegni non sono belli nel senso classico della parola? – risponde in onor del vero che semplicemente è perché anche noi, almeno la maggior parte di noi, non siamo belli nel senso classico della parola.

W. Erlbruch, K. P. Moritz, Le Nouvel abecedaire ( 2003)

E allora, forse, varcata la soglia ci troveremo seduti a tavola a gustare una deliziosa fetta di torta rosso ciliegia assieme ad esseri bizzarri e grotteschi, lussuriosi e misteriosi, e magari faremo indigestione ed avremo davvero bisogno di una farmacia in piena notte, perchè la notte - in realtà - tutto può succedere.

Al bàl masqué di Grandville, un coacervo scatenato di bestie di ogni specie, sta danzando con indosso maschere dalle peculiarità umane. Le bestie sembrano noncuranti del ‘peso’ di quei volti di gomma, forse perchè consapevoli che non apparterranno loro che il tempo di una festa.

J.J. Grandville, Un Autre Monde (1844)

Eppure, una maschera caduta a terra sta guardando le creature, con espressione triste. Sembra voler rappresentare questa nostra umanità, fatta di identità condannate a vivere davvero di maschere, tanto da rischiare di scomparire, lentamente, dietro esse. Tutti possono giocare ad essere tutti. Quanti uomini si può essere?

Gli animali - aggiunge Erlbruch - non sono belli, sono fenomenali. Il loro sincero e istintuale approccio alla vita, il loro questo è ciò che sono non ha bisogno di maschere, possono anzi - aggiungerebbe forse Grandville - aiutarci a smascherare.

Grandville, infatti, riesce a ricreare ‘tipi umani’ utilizzando come unico veicolo l’animale. Les métamorphoses du jour (1829) è una parodia della società del suo tempo, una pungente satira che vede come protagonisti veri e propri umanimali: personaggi nei quali volti animaleschi e peculiarità umane si mescolano e fondono a tal punto da non saper più affermare quale prevalga. La maschera diventa quindi mezzo privilegiato per smascherare: l’artista ritrae gli animali nella loro essenza più intima, ibridando per analogie uomo e animale al fine di accentuarne vizi e virtù.

J.J. Grandville, Les métamorphoses du jour (1829)

La passione veste i panni di una coppia di piccioni in amore, oggetto di sguardi ambigui e maliziosi da parte di un tozzo allocco celato da un albero.
A parlarci del dolce momento, quindi, non sono candidi coniglietti con naso e gote rosee e grandi occhioni azzurri, no. Grandville ci mostra un quadro amoroso che si tinge di realtà: non cerca di edulcorare il sentimento ma lo riporta per ciò che “selvaticamente” è, racchiudendolo nel corpo di una coppia di piccioni umanizzati ( forse amanti segreti colti in flagrante? ) che - per natura, per ore - tuba. E se non fossero piccioni? Sarebbero sicuramente una servizievole micina dagli occhi ammalianti e fusa facili e un tronfio lussurioso signor porcello, un tantino viscido e buon seduttore.

Erlbruch in risposta ci propone un ritratto dell’amore sicuramente più tenero e innocente, e - seppur spoglio dell’invettiva satirica presente nelle immagini di Grandville - notiamo che che incredibilmente la scena riporta la stessa dinamica: effusioni spiate dall’alto da indiscreti occhioni gialli.

W. Erlbruch, Kiss trial, risorsa web
Non mi piace mostrare cose fatte apposta per bambini - afferma Erlbruch - molte sono kitsch, come Barbie, Mickey Mouse, o se pensiamo a Pinocchio. Il pinocchio di Walt Disney sembra fatto di gomma, un marshmallow, nulla a che vedere con l’originale marionetta in legno. Questo è ciò che odio. Tu puoi disegnare in maniera molto seria per loro ed è ciò che faccio. Voglio mettere bambini e gli adulti sullo stesso piano, vicini, fare cose e parlare di cose dalle quali possa nascere una discussione.

E allora, l’amore può essere si, effusioni e baci rubati, ma può essere anche altro. Può essere amore tenero e ardente per la vita, nel momento dell’abbraccio con la morte.

W. Erlbruch, L’ anatra, la morte e il tulipano, (2007)

Un amore che Erlbruch veste d’abiti leggeri, color pastello, nonostante il peso sul cuore di quello sguardo ricambiato che vuole dire solamente una cosa: non ci sarà altro orizzonte, per la piccola oca, al di là di quel nero abisso in cui proprio ora sta proiettando il suo sguardo.

E noi, attraverso l’immaginario di questi due artisti, veniamo proiettati in un altro mondo - il loro. Un mondo in cui il confine tra animale e umano sfuma, stravolgendo il senso iniziale delle cose e creandone uno totalmente nuovo. Il senso, però, è da ricercare tra le righe di una narrazione che spesso cela in modo silenzioso il proprio messaggio, l’altra faccia della medaglia.

J.J. Grandville, Les métamorphoses du jour (1829)

All’Accademia d’Arte di Grandville, ad esempio, scimmie in vesti umane sono intente a raffigurare una sensuale modella, che nella sua immobilità si offre alle matite degli artisti. Ognuno, però, sembra ritrarla in maniera differente. Chi, austero e composto, la dipinge totalmente spoglia delle sue vesti; chi, lanciando occhiate maliziose, ne abbozza solo il volto. Intanto, un topo smaliziato alle prese con la caldaia si lascia scappare una sbirciatina, mentre dal fondo della stanza qualcuno ci osserva, e dalla cartella posta ai piedi dello sgabello possiamo ben capire che si tratta dell’artista stesso. Ci fissa con espressione interrogativa, e complice, come a dire “Sappiamo entrambi cosa sta succedendo qui, giusto?”.

L’immagine, nella sua tagliente onestà, veicola un messaggio che non conosce mezzi termini. Grandville ci parla di sessualità, malizia, vizi e perversioni taciute, a discapito di ogni sentimentalismo, e lo fa attraverso un pacato ritratto di gruppo, in cui tutto sembra apparentemente al proprio posto. Baudelaire parla di caos ordinato, e definisce il mondo di Grandville come un appartamento in cui il disordine è sistematicamente organizzato. L’artista, infatti, classifica e sistema il suo folle immaginario in maniera così accurata, precisa e coerente da renderlo quasi probabile.

Eppure, basta uno sguardo silenzioso dal fondo della classe, a rivelare la frattura, il cortocircuito, e ricordarci che ci sono due volti in ogni storia.

La scelta, allora, è nostra. Possiamo continuare a credere che durante la notte non accada nulla, che le farmacie siano chiuse, e che - “Il n’y a que l’obscurité, rien d’autre” - non ci sia nulla di più che l’oscurità. Allora, torneremo a dormire e sarà come non aver mai varcato la soglia di casa. Oppure, decideremo di restare svegli ed accettare l’invito, spalancare la porta e gli occhi e correre al di là della soglia, del ponte.

Wolf Erlbruch, Allons voir la nuit (2000)
C’ est pour le coté fou de son talent che Grandville est important.

Grandville è importante per il lato folle del suo talento - continua Baudelaire. E così anche Erlbruch, a mio avviso. Probabilmente, ad accoglierci, nella notte, troveremo la grande famiglia degli insonni: cavatappi danzanti e tulipani sui pattini, animali dalle zampe lunghissime in vestaglie stravaganti.

Da sinistra: J.J. Grandville, Les métamorphoses du jour (1829) - Wolf Erlbruch, Allons voir la nuit (2000)
Wolf Erlbruch

Non ci stupiremo, allora, di incontrare anche Alice - magari - e il Bianconiglio.

Wolf Erlbruch, Allons voir la nuit (2000)

Sono infiniti i ponti che questi due artisti riescono a costruire, i mondi che riescono a creare e mettere in collegamento attraverso il loro segno, passe-partout per un altrove che ha tutto il sapore di un sogno. A noi, non resta che accettare l’invito..

Wolf Erlbruch, Allons voir la nuit (2000)

… chi lo avrà fatto, al mattino, lo ricorderà.


BIBLIOGRAFIA

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