In questi giorni, quando si parla di far ripartire il settore editoriale (che è quello in cui lavoro da vent’anni) ne sento parlare come se fosse una indiscutibile priorità nazionale; quando si parla di far ripartire la serie A, ne sento parlare come se fosse un capriccio di gente strapagata.

Ma a ben vedere: una partita IVA che ogni mese da anni (senza contratto di assunzione) fattura X euro a un grosso gruppo editoriale e una partita IVA che ogni mese da anni (senza contratto di assunzione) fattura gli stessi X euro a una squadra di serie A sono o no, come lavoratori, a livello di tutele, di diritti, di problemi, nella stessa barca?

E anche, mi chiedo: gli sgravi fiscali alle imprese nel dopo-Covid vanno concessi solo a seconda del tipo di cose che le imprese producono o vendono (libri, pizze, racchette da tennis)? O a seconda delle loro dimensioni, per fasce di fatturato, o a seconda di quanto tutelano i lavoratori, o che ne so, di quanto sono ecologicamente sostenibili? Lo stato deve aiutare la filiera del libro in quanto Filiera del Libro, a prescindere?

Se mai — per ipotesi — questa fosse una fase in cui si può operare un minimo cambiamento nel sistema economico preesistente, per sfruttarla non sarebbe importante scongiurare ogni rischio di fare ragionamenti corporativi e cercare di ragionare il più possibile in termini di sistema, non so, mi verrebbe da dire “di classe”? Non si dovrebbe, a prescindere dal settore e anzi tutti i settori insieme, provare a far passare un piano economico per la ripartenza che vada nella direzione del contrasto alle concentrazioni di capitale, alla speculazione finanziaria, all’evasione fiscale, al lavoro interinale semischiavile, e via dicendo?

A me, lo confesso, non frega poi tantissimo di quanti soldi lo stato stanzierà per assistere il settore editoriale rispetto al settore, non so, del fitness, che immagino duramente colpito dalla crisi del Covid: mi frega tantissimo che lo stato stanzi soldi per assistere nella ripartenza le imprese che non frodano il fisco, i lavoratori più fragili, le aziende che costruiscono valore per il loro territorio… cose così.

Cioè, io avevo capito che essere di sinistra era questo.

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