‘Del tempo che passa la felicità’ raccontata da MOTTA.

La fine dei vent’anni è l’album d’esordio di Motta, prodotto da Riccardo Sinigallia per l’etichetta Woodworm. La fine dei vent’anni è un colpo ben assestato. Uno di quei pugni che ti entra veloce nella pancia e nella testa e dice tutto quello che deve dire.

Del tempo che passa la felicità è il primo brano del disco e anche quello che ha dato spazio al suono che caratterizza l’intero lavoro. “È il brano su cui ho più cose da dire, forse perché è anche quello che è stato più complicato da registrare” dice Francesco.

Rumori di sottofondo

Il pezzo è nato nel 2014, durante un periodo in cui il cantautore era impegnato contemporaneamente in due tour, quello con i Pan Del Diavolo e quello con Nada, in cui suonava rispettivamente batteria e basso. “In quel periodo portavo sempre con me la chitarra, passavo le estati e gli inverni a girare in macchina, a volte registravo delle cose a Livorno, altre dalla mia ragazza a Noci, in provincia di Bari”. Il giro di chitarra era nell’aria, o meglio nella testa perché per registrarlo ci sono volute svariate prove e qualche imprevisto: “sono stato impegnato per più di una settimana a cercare di registrare il giro iniziale” racconta “e alla fine, proprio quando ci sono riuscito, c’erano dei rumori di sottofondo, la mia ragazza e la sua amica che stavano chiacchierando e lavando i piatti. Abbiamo deciso di tenere quella versione perché ci avevo messo tanto ad ottenerla e in fin dei conti il suono dei piatti e della casa è comunque musica”. Il testo e gli arrangiamenti sono tutte cose venute successivamente. L’importante era preservare e portare avanti la bellezza dell’idea originaria e un’idea di suono che aveva la necessità di essere portata avanti e concretizzata “è uno dei pezzi che ho scritto che mi ha emozionato di più, ho pensato che avesse il suono che volevo nel mio disco”.

Un suono che non cerca la perfezione

Ma la purezza del suo manifestarsi, così come è stato ascoltato e inteso la prima volta.“Mi sono emozionato a ricreare un mantra psichedelico attraverso i cori del ritornello. Ho chiesto alla mia ragazza, che non è una cantante, di registrare dei cori. Il tipico errore che fa chi non sa cantare è quello di emettere un suono molto chiuso ed era esattamente quello che volevo”..

Rumori casalinghi di sottofondo, voci di donna improvvisate, accordatura leggermente slabbrata: tocchi di verità e realtà che restituiscono la musica ad un momento preciso e la legano al rituale del presente. Anche l’accordatura non ha seguito gli schemi tradizionali: “Quando ho registrato la chitarra nel trullo di Noci non avevo l’accordatore. L’accordatura è ad orecchio. La cosa assurda è che in fase di missaggio questa parte della strofa che non è a 440Hz è stata tenuta, mentre il ritornello è stato aggiustato in digitale in modo che raggiungesse l’accordatura tradizionale. È qualcosa di impercettibile ma è andata così”.

“Parla della bellezza e della sofferenza di pensare tutto il giorno alla musica, da quando mi sveglio a quando mi rialzo il giorno dopo. Il ‘lasciare tutto’ è il non avere più quel mostro alle calcagna che mi dice di dover suonare”

Dentro cassetti vuoti milioni di versi

Il testo è uno degli elementi chiave del brano. Dà e riceve splendore liberandolo in un’atmosfera che è sacra nel suo mantenersi profondamente ribelle. Le parole vengono da una canzone che Motta ha scritto anni prima e che aveva delle frasi servite a costruire il testo. “La cosa importante di questo brano è che essendo il primo descrive il passaggio che c’è stato tra tutte le mie esperienze passate e l’inizio di una nuova vita. E si capisce anche dal testo, che da una parte è vago e confuso e dall'altra rappresenta esattamente un ponte. Una cosa su cui ho lavorato molto e che è stato anche uno dei consigli che mi ha dato Riccardo Sinigallia la prima volta che ci siamo incontrati era quella di cercare di essere il più incisivo possibile sul ritornello. Era quello che mi veniva meno a livello di scrittura. Soprattutto la parte ‘lasciare tutto e godersi l’inganno ogni volta”. Il senso del brano è sfuggente proprio perché è personale e riguarda da vicino la vita di chi lo ha scritto e l’essere incalzato ogni giorno dal bisogno di fare musica: “parla della bellezza e della sofferenza di pensare tutto il giorno alla musica, da quando mi sveglio a quando mi rialzo il giorno dopo. Il ‘lasciare tutto’ è il non avere più quel mostro alle calcagna che mi dice di dover suonare ed è anche il saper dare alla noia un’accezione positiva, una sensazione che vorrei poter conoscere, mentre sono sempre ossessionato dal dover imparare cose nuove e continuare a costruire un mio mondo a livello musicale”.

E poi: ‘Dentro cassetti vuoti milioni di versi’ e non ‘dentro casse di vuoti milioni di versi’ come molti hanno capito e scritto su qualche post di Facebook. E se Francesco ci tiene a precisarlo potete star certi che non è un caso: “sono i milioni di versi che non ho mai usato. Ho hard-disk pieni di testi, fogli, parole. Mi ci sono ucciso sulle canzoni”.

“L’errore nella musica è importante perché rende le cose vive, soprattutto riascoltandole. Se c’è un errore è difficile che ci si annoi”.

La registrazione, il missaggio e l’impronta di Sinigallia

Gran parte delle registrazioni del brano, comprese quelle della batteria e del basso, sono state confezionate in casa mentre Riccardo Sinigallia ha aggiunto le parti elettroniche. La voce invece è stata registrata in studio: “È stato uno dei pochi pezzi che ho cantato in studio di registrazione in cui Riccardo mi ha dato una mano. Io lo cantavo in modo aggressivo e lui ha cercato di far sì che si ammorbidisse, anche perché la tonalità è molto alta e non c’era bisogno di cantarla in modo troppo spinto”. Il brano prende vita da sessioni di registrazione fatte in posti diversi e spesso con strumenti e mezzi decisamente lo-fi. Proprio per questo la fase del missaggio è stata quella più delicata e la più lunga. “Ci siamo stati almeno un mese e mezzo perché per Riccardo era sacro salvare le cose che avevo registrato nel trullo di Noci e da altre parti. Non è stato facile perché ogni traccia aveva dei problemi che in realtà erano le cose più belle del pezzo. E alla fine è valsa davvero la pena tenerle”.

“Il lavoro e la pazienza, anche laddove non vedi la luce, servono e sono importantissimi per qualsiasi tipo di lavoro, anche per chi non deve fare il musicista”.

L’importanza dell’errore e quello che resta

Quello che ha reso possibile Il tempo che passa la felicità è un lavoro meticoloso per restituire un paesaggio sonoro autentico, quel luogo ancora incontaminato dove nascono la creatività e l’ispirazione. La cura è anche nella resa dell’errore, come un accadimento magico, il disvelamento della possibiltà e dell’imperfezione. “È stata soprattutto la parte dei cori a farmi intravedere una luce nuova in quello che facevo. Ho capito che l’errore nella musica è importante perché rende le cose vive, soprattutto riascoltandole. Se c’è un errore è difficile che ci si annoi”.

Dietro l’immediatezza di una canzone ci sono giorni di duro lavoro e notti passate a pensare alle scelte migliori per far meglio. Ma dopo la fatica e la soddisfazione, dopo la gratificazione del pubblico e della critica, resta il messaggio che l’esperienza creativa lascia a chi l’ha percorsa dall’inizio alla fine. E così viene spontaneo chiedere cosa rimane più di tutto Del tempo che passa la felicità : “La cosa che ho imparato di più dalla creazione di questo brano è che il lavoro e la pazienza, anche laddove non vedi la luce, servono e sono importantissimi per qualsiasi tipo di lavoro, anche per chi non deve fare il musicista”.

E ora, finalmente, buon ascolto.

Articolo pubblicato nella rubrica ‘Raccontami una canzone’ del settimanale online 7tracks: http://www.7tracks.it/#sthash.ypk0lGYc.dpbs