42

Una lettera a me stesso


Ciao Martino,

oggi ne fai 42. Come la risposta a tutte le domande, come i km di una maratona che alla fine non hai mai corso. 
Di lettere ne hai scritte tante e così tanto come in questi ultimi anni non avevi mai scritto. Io stesso poi sono il tuo Io Scrivente che ti scrive, quindi potrebbe quasi chiudersi un cerchio.

Queste sono anche le lettere più difficili da scrivere perché darsi consigli è impossibile e disattenderli poi significa deludere se stessi. E non parliamo di bilanci poi, per carità.

Però, ti avessi scritto a 40 anni uno dice “Beh, ora potresti farlo un bilancio no? È un numero tondo”. Invece a 42 è come farlo dopo, un giorno qualsiasi, come iniziare una dieta il mercoledì, per ingannare il destino, per essere imprevedibili.

Del resto la vita è così: oggi fai cose che non pensavi anni fa che avresti fatto. Non che non le ritenessi possibili, ma proprio non ci pensavi. Scrivi molto e disegni soprattutto. Scrivere può starci ma disegnare? Come ti è venuta l’idea?

E continui a correre. E a fare foto.

Non so se hai capito alla fine cosa vuoi fare. Credo che alla fine ti piaccia essere curioso e mostrare quello che scopri lungo la strada. Un’idea che ti è venuta o una foto che ti piace perché ti ricorda il momento in cui l’hai scattata o perché non c’entra niente con quello che vedevi ma ti ha fatto vedere qualcosa di diverso. Alla fine ti piace grattare la superficie delle cose e vedere cosa c’è sotto. Vedere un’idea che ti è venuta in mente diventare un disegno e significare qualcosa.

Ma non facciamo nessun bilancio, no. In fondo sei arrivato a 42 anni e non hai fatto nemmeno un milione di euro. Te ne manca giusto uno per arrivarci, dai.

Che poi, mica saranno questi i bilanci, no?

No, un bilancio serve a capire cosa è cambiato rispetto anni fa, e ormai si sono accumulati fino a formare decenni. Sei peggiorato, sei migliorato? Secondo me hai acutizzato certe caratteristiche che avevi: affronti le cose davvero importanti con una calma che rasenta l’incoscienza e ti danni per le cose piccole. Hai una pigrizia selettiva e procrastini certe incombenze. Continui a essere testardo nel voler capire le cose da solo e nel chiedere poco aiuto. Così ci metti solo più tempo ma hai questa forma di orgoglio che non sei mai riuscito a uccidere. Devi arrivarci da solo. A volte ti ci vogliono degli anni però.

Te la prendi anche di meno se le cose non vanno nel verso giusto. Te la prendi di meno se non riesci a leggere quanto vorresti o a fare tutto quello che vorresti fare. Resti un nostalgico represso. Guardi raramente le vecchie foto perché gestisci male la vertigine anagrafica. Ti metti a piangere quando le sorellastre maltrattano Cenerentola e resti freddo di fronte a certe tragedie. Forse vedi distanze che allontanano le emozioni oppure hai il dosaggio ormonale di una gestante.


Forse invecchiare vuol dire alleggerirsi ogni giorno di qualcosa e possedere sempre meno. Continui a non collezionare niente e a non avere alcun attaccamento per le cose. A parte i libri. Nei libri nascondi biglietti e foto per farti degli agguati nel futuro. Il tuo Io del Passato che ti scrive lettere o lascia messaggi in codice al tuo Io del Futuro. Frammenti di lettere o una foto. Vedi l’inconscio come è potente? Sa che pensare al passato ti dà le vertigini e allora ti lascia queste tracce. Il tuo inconscio ne sa molte ma è sempre simbolico nel mostrarsi. E tu i simboli li vedi a stento, se li vedi.

Non fai mai programmi. Io stesso poi sono l’esempio che di programmi non se ne possono fare. Se avessi continuato a pensare che scrivere in fondo non ti piaceva io non sarei potuto esistere. Invece questa tua vocazione a essere uno che si adatta alla vita piuttosto che a esserne il dominus mi ha creato, in un certo senso. Forse era destino che dovessi esistere. Non dico che tu sia arrendevole: sei uno che valuta la lunghezza dell’onda e il vento e poi decide come armare la barca. E come una lunga traversata oceanica sai che non arriverai presto. Ti ci vorranno anni a vedere terra e poi quando la vedrai saprai che sarai arrivato. Ma arrivare in questo caso significa che il viaggio è finito. Significa che tu hai finito il tuo viaggio. No, restiamo ancora per mare.


Non si fanno bilanci perché per mare si decide giorno dopo giorno. In mezzo all’oceano tutto sembra uguale: tutto è acqua e cielo e a volte nuvole e pioggia e buio. Così si allena la vista e la percezione: nel vedere le variazioni in una distesa monotona. Nel misurare distanze che sembrano infinite.

42 anni. È un numero e il tempo è ciclico per convenzione. In verità si procede per vedere cosa succede domani.


Ho ripensato a un libro giorni fa: è La Strada di Cormac McCarthy. Un padre e un figlio che camminano su strade desolate e spogliate di ogni vegetazione dopo che è successo qualcosa di devastante. Una guerra nucleare? Una catastrofe naturale? McCarthy non lo dice. Non ha importanza perché la storia che racconta è il disperato viaggio di questo padre e questo figlio verso il nulla. Non sanno neanche loro verso cosa. Sopravvivono giorno dopo giorno. Non so perché ma mi ha fatto pensare agli atei. Come te, no? Lo sei diventato o forse lo sei sempre stato. Hai scoperto di esserlo. Gli atei non hanno in fondo una missione. Non fanno parte del disegno di Dio. Non devono pregarlo, supplicarlo, ringraziarlo, amarlo, venerarlo. Gli atei vivono e basta. Non tendono a niente, non hanno una meta. Sanno che un giorno tutto finirà.

È una prospettiva sconfortante se ci pensi. Eppure, come quel padre e quel figlio in quel mondo in cui Dio evidentemente non c’era, andavano avanti. Curandosi l’uno dell’altro, anche se sapevano che li aspettava solo la morte.

Non vorrei lasciarti con una riflessione così cupa ma in fondo, se ci pensi bene, non lo è: loro andavano avanti perché erano animali. Siamo animali progettati per farlo: per procedere e sopravvivere. Lungo il cammino ci prendiamo cura l’uno dell’altro però. Ecco cosa ci differenzia da (alcuni, non tutti) gli animali. Possiamo condividere il viaggio e il suo peso. Non siamo soli. E siamo programmati per sopravvivere. Quello che siamo o che possiamo diventare dipende solo da noi e dai compagni di viaggio che scegliamo. O che ci scelgono.


Non so se ti scriverò ancora fra 10 anni. Non so nemmeno se questa lettera mai stampata su carta sopravviverà 10 anni. Non posso infilarla in un libro. Non posso fartela trovare quel giorno.

Oggi è il 23 settembre del 2016 e ti ho scritto una lettera. Sono Martino Pietropoli e mi rivolgo a te Martino Pietropoli.

Buon viaggio

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