Un articolo virale

Tutti vogliono scrivere un pezzo virale. Poi un giorno ti capita di farne uno e di non saperlo nemmeno.

di Martino Pietropoli


Più di 2 mesi fa scrissi un articolo su RunLovers sulla storia di un curioso americano: Benedict, un 35 enne noto come Ultra Romance. Riassunta in poche parole, la sua storia è quella di un ragazzo che lavora 6 mesi per guadagnare quello che gli basta nei successivi 6 mesi per girare il mondo con la sua bici. Uno un po’ borderline, non psicologicamente, anzi: lui si dice felice, allergico alle convenzioni e alla vita comune, uno che ha deciso che per stare bene con se stesso deve essere in sella alla sua bici.

Gli elementi sono: un ragazzo un po’ hipster, sognatore, che rifiuta in maniera non violenta la società e che sceglie una sua personale idea di felicità. Shakerare moderatamente per ottenere un pezzo “aspirazionale” come lo chiamano quelli che ne sanno: una cosa che può motivare alcuni o essere un buon tema di conversazione per l’aperitivo per altri. Un pezzo leggero insomma.


Come avevo previsto l’articolo va bene: Benedict è simpatico, magari suscita qualche invidia ma dai più è visto come uno che ha un’idea di vita che è semplicemente irrealizzabile per la maggior parte della gente: senza legami, senza casa, senza conto in banca, senza famiglia o figli. Un freak, direbbero gli americani. 
Benedict fa buoni numeri: gli scrivo dicendogli che ha ispirato molti e che la sua storia è piaciuta. Lui risponde gentilmente e si dice contento. Chissà dov’era quando mi ha risposto, penso.


Fin qui, preciso, la sua storia fa buoni numeri per RunLovers ma tutto sommato cifre ragionevoli. Abbastanza alte, ma proporzionali alla storia in sé.

Dopo qualche mese — e siamo a qualche settimana fa — l’articolo viene riproposto su Facebook. E da lì inaspettatamente esplode.

Per chi non è abituato a certe dinamiche editoriali, semplificando si può dire che un articolo fa, diciamo, 100 unità di esposizione (quante letture fa, insomma) quando è nuovo. Riproposto dopo un po’ di tempo si comporta inevitabilmente in maniera diversa: fa meno letture, tanti l’han già letto, non è più nuovo, bla bla bla. Diciamo che ne fa 50 o anche meno.

Benedict invece alla seconda lettura fa 1000, tanto per dare una proporzione indicativa. Cioè performa molto meglio nella sua seconda vita. Non solo: viene likato su Facebook, ad oggi, 31000 volte. E continua imperterrito a farsi leggere, migliaia o centinaia di volte al giorno, senza essere spinto in altro modo che con i like, la condivisione o il passaparola. Ripeto: un articolo di qualche mese fa.

A modo suo Benedict è diventato virale. Non me ne prendo alcun merito: ho solo trovato una storia interessante — non per sminuirmi ma, anche da quello che spiegherò dopo, come ho scritto la storia e quindi il mio contributo autoriale non c’entrano niente con il successo dell’articolo in sé.


Quello che mi apre la mente è un commento ricevuto “nella seconda vita” di questa storia.

Quattro scarpate in culo a lui e a chi pensa che si possa fare, e andate a lavorare”. Io SONO FELICE, e per esserlo ho dovuto lavorare seriamente da appena finito gli studi, farmi una casa ecc. ecc.

Mi stupisce il tono alterato e soprattutto quel “IO SONO FELICE” gridato in maiuscolo che stride con il resto che è un po’ più aggressivo. Mi stupisce anche che un uomo come Benedict che non fa obiettivamente male a nessuno e che vive la sua vita in solitudine e perfino mangiando radici o funghi o quel che trova (davvero un uomo a impatto zero) possa suscitare sentimenti così aggressivi. Capirei l’invidia ma questa non è invidia: sembra quasi odio.

Ora che la storia di Benedict è virale però mi diverto ad analizzarla, per isolarne gli elementi e per cercare di capire cosa ha funzionato (involontariamente) nel suo meccanismo editoriale.

Analisi virologica

Quelli che seguono sono elementi che questa storia ha e che spiegano parzialmente il suo successo. Non tutte le storie virali funzionano secondo questo schema. Se esistesse un metodo tutti ne scriverebbero e tutto sarebbe virale. Di storie ne ho raccontate molte ma poche hanno raggiunto la viralità di Benedict. 
Bene, procediamo.

1. La storia

Pochi si identificano in lui, alcuni vorrebbero, i più lo considerano divertente o singolare. Le storie virali sono storie molto diverse e stranianti, distanti comunque dalle vite comuni. Fanno sognare, fanno arrabbiare magari ma non lasciano mai indifferenti. Altrimenti non sarebbero virali, ovvio. Il fiuto aiuta a trovare la storia giusta, quindi l’intervento dell’autore può essere determinante.

2. Timing

La prima volta che la storia venne postata fu forse — non ricordo — di prima mattina. Andò bene, ma come previsto. La seconda era un fine settimana, cioè un momento in cui un articolo può produrre la eco di una moneta lasciata cadere in un pozzo profondo 863 km. E invece. Quindi? Il timing con cui pubblicare una storia sui social (e su Facebook in particolare) è imprevedibile. Ci sono orari preferibili e poi ti capita un tranquillo fine settimana in cui Orione si allinea a Cassiopea e tu ovviamente non lo sai e BOOM. 
Ogni elemento in questo caso è aleatorio e non pianificabile. L’intervento di chi pubblica sui social o il suo intuito potrebbero essere determinanti o non contare niente.

3. L’odio

Questo è il fattore più interessante e devo ringraziare quel commentatore per avermelo fatto capire. Quando si valuta il successo o meno di un pezzo si considera un dato grezzo: il numero di letture. Si tratta però di un numero che non dice altro che quante volte è stato letto. Non dice per esempio se è piaciuto o meno o che sentimenti ha suscitato. Grazie a quel lettore ho capito che Benedict aveva fatto tante letture per un motivo a cui non avevo pensato: perché alcuni (molti, azzardo) lo leggevano per invidia o anche per odio. Del resto il pezzo era proposto con un sibillino “6 mesi di lavoro, sei mesi di ferie: la ricetta della felicità?”. Poi uno legge e capisce che si tratta della felicità di uno scansafatiche senza famiglia e solitario. Non che non avessi calcato su quell’aspetto, sono perfido e ho qualche malizia (editoriale). Però non avevo minimamente pensato che tante letture venissero da chi non trovava Benedict “aspirazionale”, ma anzi, gli stava proprio antipatico. Lo detestava quasi.


Riassumendo: un articolo virale deve raccontare la storia di qualcuno che fa cose strane o diverse ed è felice, deve essere pubblicato quando capita ed è meglio se suscita disprezzo o odio. Hitler è perfetto ogni giorno dell’anno insomma! Ammesso che Hitler fosse felice, ovviamente.

No. Non funziona così. In ogni storia virale ci sono elementi comuni e moltissima, tantissima, troppa materia imponderabile e imprevedibile che fa fallire certi esperimenti che in teoria dovevano avere successo e fa avere successo e riscontro (positivo o negativo) ad altri che sulla carta eran cose che potevano funzionare, che hanno funzionato e che un giorno, senza preavviso, hanno iniziato a correre alla velocità della luce.

La regola è che non c’è una regola per scrivere un articolo virale. E lo metto qui alla fine, perché sono cattivo.