Io molto creativo

Di cosa parliamo quando parliamo di creatività


Il concetto che ho di creatività, come credo quello di molti, è legato al mio amore per la musica. Ogni volta che mi sono innamorato di qualche gruppo o cantante ho sempre atteso con trepidazione ogni sua nuova opera. Cosa c’entra la creatività? C’entra ovviamente perché si tratta di artisti ma c’entra soprattutto perché da loro mi sono sempre aspettato qualcosa di inaspettato. Se ho amato e amo qualche artista è perché spero che mi illumini la via e se una sua nuova opera getta la stessa luce sulla stessa via mi sento tradito. Per questo si è sempre detto del gruppo X o della cantante Y “Si è commercializzato” per intendere che non aveva detto niente di nuovo col suo ultimo album e che, soprattutto, questa cosa ci aveva molto delusi. Un artista non deve compiacermi e a X e Y ho sempre perdonato più facilmente un album che mi faceva schifo o che non mi diceva niente piuttosto che uno che mi diceva la stessa cosa che mi aveva detto due anni prima.

Dall’artista — o dal creativo, come si chiama oggi — mi aspetto lo stimolo, non la conferma. Nell’arte è persino preferibile il calcio alla carezza, ebbene sì.

Non il compiacimento, non la reiterazione perdio. Non la comodità. L’instabilità, la ricerca, la scomodità, per intraprendere nuove strade, per esplorare nuovi territori.


Ci pensavo guardando un manifesto di una qualche mostra di Botero, passeggiando distrattamente. Botero è un artista, nel senso che se ne ha socialmente: dipinge, quindi tale è. Però vedevo ancora le sue donne rotonde e paffute. “Dopo decenni che dipinge ancora a quel punto è?”, pensavo. È riconoscibile, senz’altro. E quello che dipinge le persone rotonde. Se un artista è riconoscibile — mi spingerò a dire — è perché si è trasformato in un prodotto. È commerciale. E non significa solo che ha uno stile ma piuttosto che ha una predisposizione per ripetersi e nell’arte non l’ho mai giudicata una bella cosa.

Esiste l’esplorazione, ci mancherebbe. Esistono le variazioni sul tema che sono, appunto, tentativi di affrontare una questione artistica da più punti di vista approfondendo, cambiando punto di vista, magari ripetendo decine di volte lo stesso soggetto con esiti diversi. Francis Bacon dipinse Innocenzo X diverse volte eppure ogni volta ottenne risultati diversi. Non erano copie di copie di un originale che aveva avuto particolare successo. Se un artista ritorna spesso su uno stesso soggetto è perché ha individuato un nodo da sciogliere ed evidentemente ogni attacco, ogni tentativo è un progresso verso la soluzione di un enigma che non viene mai svelato.

Il vero artista compie un percorso, nemmeno un’evoluzione. Un’evoluzione presuppone un susseguirsi di stadi in cui il seguente è migliore rispetto al precedente. Un percorso può essere accidentato, prevedere fallimenti, può prendere vie che non conducono a niente e poi può liberarsi verso una qualche soluzione e anche un’evoluzione. Ma non è detto che così sia e in fondo non ha importanza. Quanti artisti morti giovani avrebbero potuto continuare a esplorare ma non ne hanno avuto il tempo? Questo compromette la qualità della loro ricerca? Affatto. Nick Drake è forse stato un artista incompleto per essersi suicidato a 26 anni? Per niente. Quello che ha lasciato è il corpus di un’opera sorprendentemente completa e compatta nonostante la giovane età.

L’artista che ripete sé stesso non sta compiendo alcun percorso: sta solo incassando i dividendi di una buona idea.

Il percorso artistico definisce la qualità di un artista. Non sono solo le sue idee a farlo. Perché un artista indica una strada ma per poterlo fare deve anche percorrerla, non fermarsi a un certo punto e girare attorno a sé stesso.


Sarà una visione molto personale quella che ho dell’artista ma tant’è: chi si ripete può essere stato artista perché ha incontrato un gusto particolare a un certo punto della carriera e attorno a quello ha cominciato a girare per anni e anni “perché funzionava” ma da quel punto in poi non è più stato artista: è diventato il prodotto di sé stesso. C’è un gioco divertente da fare per capire se un artista è diventato commerciale e ha smesso di esplorare. Lo chiamo il “Generatore automatico”: se le opere — canzoni, libri, quadri, architetture, sculture — di questo o quello possono essere generate da un computer ed essere purtuttavia perfettamente credibili e confondibili allora quell’artista non è più tale. È diventato un’azienda, un nome, un brand. Non c’è niente di male, ma tale è. Se la società moderna valuta il successo come il più alto valore, ottenerne prima uno artistico e poi uno commerciale è un modo lecito e perfino augurabile dal punto di vista personale ed economico per ogni artista. Da David Bowie però non sapevi mai cosa aspettarti ed è questo che lo renderà per sempre un vero artista. 
Per seguire un percorso artistico non devi avere uno stile: devi avere un’attitudine. L’attitudine è fatta di curiosità, di volontà di mettersi consapevolmente a disagio, di necessità di prendere sempre strade inesplorate. Questa caratteristica è più importante dello stile di un artista perché è personale, non può essere riprodotta da chiunque come lo stile. L’artista governa l’imprevisto e lo fa con un predisposizione d’animo, non con uno stile. Il suo stile, potrei invece dire, è la sua attitudine, non la sua riconoscibilità.

Se invece da un artista non sai mai cosa aspettarti, allora stiamo parlando di un vero artista. E come il nuovo album del tuo gruppo preferito o del tuo amato regista possono essere incomprensibili o infastidirti o non dirti niente ma purtuttavia — almeno — non essere la copia sbiadita della precedente opera, non c’è niente di male se un artista delude, è incomprensibile, fallisce.

Un artista non sa quello che sta facendo mentre lo fa. Fa per capire e poi, anche dopo, magari non sa spiegare perché l’ha fatto.

Un artista ormai commerciale sa benissimo perché l’ha fatto e il saldo del suo conto in banca glielo conferma.

Dal vero artista non sai mai cosa aspettarti perché l’artista apre squarci su panorami mai visti, sul futuro addirittura. Se parla del presente o del passato è un conservatore e non si può fregiare del titolo d’artista. 
Se non si capisce la sua nuova opera, se non lo si riconosce rispetto a cosa ha fatto in passato — penso — va tutto bene, è così che deve essere. Del resto un vero artista parla di cose che ancora non abbiamo visto, figurarsi immaginarle. Lui le immagina per noi. Lui ce le fa vedere. Per questo tanti artisti vengono capiti solo a decenni di distanza e altri non vengono mai scoperti o capiti: hanno parlato e scritto e dipinto di cose che non eravamo ancora in grado di capire.


Negli ultimi tempi il creativo è diventata una professione. Cosa crei non è dato sapere. In certi casi è giustificato che i suoi confini non siano precisi perché i mestieri creativi non sono facilmente comprensibili. Un creativo lavora con i concetti e produce idee. A volte solo parole, altre musica, immagini, video. Qualsiasi mezzo. La sfuggevole natura di questo mestiere l’ha reso anche più vulnerabile all’attacco di soggetti che siccome fanno cose, allora creano, o così almeno dicono. Ma non mi interessa dire cosa sia esattamente un creativo e se sia o meno un artista. Non è neanche molto interessante saperlo. È più interessante dire cosa non è un creativo.

Chi riassembla idee nemmeno sue e le spaccia per sue non è un creativo
Chi ripete indefinitamente una formula non è un creativo
Chi è prevedibile non è un creativo
Chi ha uno stile e non un’attitudine non è un creativo

Uno stile si adatta a qualsiasi problema: un’auto o un quadro, una casa o una borsa. Prodotti appunto, che possono essere personalizzati con l’inconfondibile stile di questo o quell’artista. Ma l’attitudine non è replicabile. L’attitudine è la predisposizione mentale del vero artista che affronta un problema non adattandoci il suo stile come un abito ma affrontandolo con una certa predisposizione, con una personale intelligenza. Per questo gli esiti sono diversi: perché un particolare intelletto artistico arriva a soluzioni diverse a prescindere dal suo stile, non perché ha uno stile.

L’arte non deve compiacere. L’artista non deve per forza piacere e nemmeno essere capito. L’opera d’arte non deve confermare o ripetersi ma tirare anche calci e non dare carezze. L’arte non deve mettere a proprio agio.