Medium, reloaded

Cosa penso che stia diventando Medium


Medium ha cominciato all’inizio di quest’anno un’impressionante trasformazione verso quello che ci si augura stia diventando. Alla fine del 2016 le cose andavano piuttosto male: licenziamenti e una nuova direzione da prendere per sistemare le cose. La cosa più difficile da accettare era — immagino — ammettere che il modello di business su cui fino a quel punto si era basato Medium era insostenibile: sostanzialmente si trattava di una formula di totale gratuità punteggiata da qualche isola di contenuti finanziati da sponsor e inerenti al loro core business (ma non sempre). Ecco perché Ev Williams e il board di Medium hanno deciso di cambiare tutto: hanno introdotto gli abbonamenti mensili, i contenuti per soli membri e nuove modalità per retribuire gli autori.

In quanto membro italiano devo ammettere che il sistema paga soprattutto gli autori anglosassoni e va bene così: l’inglese è pur sempre la prima o seconda lingua più parlata al mondo ed è prevedibile che usandola si riesca a raggiungere una platea più vasta.

Dopo una prima fase di cambiamento portata a compimento nella prima metà di quest’anno (introduzione di contenuti a pagamento per soli membri, autori pagati direttamente da Medium dopo l’assegnazione di articoli da scrivere) ora è giunto il momento per la seconda fase che si sta ancora dispiegando in questi giorni. In un primo momento è apparsa quella cosa che io chiamo “La roba degli applausi”: il cuore verde usato sino a poco tempo fa per raccomandare un articolo (la versione del like di Facebook in salsa Medium) che era sostanzialmente il sistema di misura del successo o meno di un articolo/storia all’interno della community di Medium — è diventato un applauso, simboleggiato da due mani che applaudono, appunto. Se applaudi insomma ti piace una storia. Puoi farlo una o più volte e suppongo che più applaudi più ti piace quello che hai letto. Sono un po’ combattuto al riguardo: da un lato mi sembra un sistema stupido e infantile e meno serio del cuore, anche se “cuorare” una storia non è esattamente un modo molto professionale di manifestare apprezzamento, è vero anche questo. Per altri versi mi sto divertendo a ricevere applausi, ok lo ammetto. Ho anche sviluppato una specie di grammatica degli applausi:

+1 applauso: abbastanza buono
+2 applausi: buono
+5 applausi: come il vecchio cuore verde
+10 applausi: hey, molto buona sta roba!
+50 applausi: candidiamolo al Pulitzer Prize

Ma questa cosa degli applausi è stato solo l’inizio e non è nemmeno stata tanto bene accettata da chi frequenta Medium. In realtà questo sistema è stato introdotto congiuntamente a un altro prodotto di Medium: le Series, cioè contenuti che si possono visualizzare solo su smartphone, composti da testi, immagini e video. Pure io ne pubblico alcune e le considero un modo veloce e senza tanto impegno per pubblicare e condividere cose senza pensare molto alla forma.

Insomma: da questo punto in poi gli applausi sono diventati qualcosa di diverso: forse hanno usato le Series per testarli e poi hanno pensato che, visto che le puoi vedere solo su smartphone, un modo diverso per manifestare il tuo apprezzamento fosse appunto quello di farti applaudire. Poi forse hanno pensato che potesse funzionare altrettanto bene come metrica per le storie di Medium, le sorelle maggiori, come dire. Lo scopo non era quello di compiacere l’ego degli autori ma di pagarli perché, come si è poi capito, più applausi riceve una storia per soli membri più il suo autore viene retribuito (quindi applaudi questo articolo come se non ci fosse un domani così mi compro finalmente la Aston Martin, grazie mille!).

Ok, sei ancora qui? Allora, torniamo all’inizio:

Gennaio 2017: licenziamenti, Ev Williams che annuncia che stavano ripensando la missione di Medium. Al riguardo io scrivo un pezzo sul perché penso che Medium dovrebbe diventare a pagamento.

Marzo 2017: incredibilmente ho ragione ed Evan Williams spiega che Medium diventerà a breve parzialmente a pagamento. La cosa è in realtà un po’ più complicata perché i soldi raccolti con gli abbonamenti non pagheranno solo la “macchina Medium” ma anche alcuni dei suoi autori. Insomma, non va esattamente come avevo pronosticato ma avevo ragione riguardo al costo mensile dell’abbonamento, che è di 5 dollari (scusami se continuo a ripeterlo ma mi capita così raramente di azzeccare una previsione che volevo celebrarmi un po’). Succede anche un’altra cosa importante: la home page di Medium cambia completamente abbandonando il modello del blogroll per diventare più simile a un giornale tradizionale: blocchi di notizie, sezioni e un numero limitato di articoli per singola pagina. Questo cambiamento è fondamentale perché significa che Medium si è riorientato dallo stile “a blog” a una versione più matura: quella della rivista. In questo mese vengono introdotte anche le Series (e il sistema degli applausi).

Agost0 2017: improvvisamente e senza alcun annuncio cambia il suo logo e la sua immagine: scompare l’origami verde della M verde e appare una categorica e solida M che ricorda molto il primo, vecchio logo.

Sta succedendo qualcosa. Di primo acchito non capisco il senso di questa mossa: perché cambiare ancora il logo dopo meno di due anni? E perché cambiarlo per tornare al vecchio, anche se lievemente diverso? Medium sta forse riconsiderando tutta la sua immagine (beh, questo è ovvio) o hanno pensato che la vecchia era semplicemente migliore?

Credevo fosse così ma mi sbagliavo. Quella solida e perentoria M del 2014 non era la stessa che stavo guardando ora: la vecchia diceva “Hey, devi prendermi sul serio, sono grossa e categorica”. La nuova non deve dimostrare niente se non di essere il logo di un tipo di company molto più matura: un editore vero e proprio. E anche un social network. Ma soprattutto un editore.

Prova ne è stato l’aggiornamento della app di Medium: quando la apri la prima cosa che vedi non è più il vecchio logo verde che pulsa solitario e perso al centro di una pagina bianca ma invece trovi l’immagine che sta all’inizio di questo pezzo: l’illustrazione di un uomo con cose che gli escono dalla testa (idee? Storie?) e di una donna che gentilmente gli porge dei soldi. È come un rebus che forse dice che Medium è diventata una piattaforma di pubblicazione con cui farci soldi? Forse, non mi interessa. Ciò che mi interessa è che la schermata di benvenuto non è più una M pulsante ma:

È una copertina, quella di una rivista. Medium è diventato una rivista fatta di migliaia di diverse riviste scritte da milioni di autori.

Dentro ci trovi articoli e storie organizzati per temi e sezioni, esattamente come in una cara, vecchia rivista. Ma la puoi leggere su un tablet o sul tuo smartphone. La forma e il layout sono bene o male quelli soliti ma il medium — mi si perdoni il gioco di parole — è aggiornato e contemporaneo. Ed è un tipo di rivista molto più moderna perché la puoi creare e personalizzare secondo i tuoi interessi.

Non c’è niente di nuovo in questo concetto: forse pochi si ricorderanno di Firefly, forse il primo tentativo di creare un’esperienza di rete personalizzata datata 1997 o giù di lì. Funzionava bene o male nello stesso modo: sceglievi cosa leggere e… beh, te lo leggevi.

Quello che è cambiato in questi 20 anni è che ora abbiamo i social network e il vero, unico vantaggio di Medium: l’esperienza di lettura. Medium è infatti ancora il modo migliore per leggere cose online e parlo della tipografia e del puro piacere della lettura.

Lo vedi? Il logo “Medium” centrato nella pagina in alto, come una testata? Riconosci quella vecchia cara sensazione di leggere un affidabile giornale? Capisci ora perché hanno deciso di abbandonare un logo che comunicava qualcosa tipo “Beh sì, ok, siamo una piattaforma di pubblicazione” in qualcosa che grida compostamente “Io sono il New York Times dei tempi moderni!”?

Medium è diventato adulto e non è più un semplice strumento di pubblicazione ma è diventato una cosa più curata e organizzata. Una gigantesca rivista. Un medium, alla fine.