Una Tesla nello spazio

Elon Musk ha creato la più grandiosa opera d’arte contemporanea della storia. Senza neanche saperlo, forse


In questo momento c’è una Tesla che orbita attorno alla Terra. C’è da poco più di un giorno. È lassù e c’è un fantoccio vestito da astronauta al posto del guidatore: ha un braccio sulla portiera e uno sul volante e ascolta “Space Oddity” di David Bowie, in loop. L’ha spedita Elon Musk là a bordo del Falcon Heavy, il più potente vettore aerospaziale mai costruito e fatto volare. Non ci sono termini di paragone per definire questa impresa perché, semplicemente, non c’è precedente. Non c’è neanche un precedente nel marketing e neppure nell’arte perché, signore e signori, quella che sta orbitando sopra le nostre teste è arte pura. Duchamp si sarebbe inchinato di fronte a tanto genio, così potente e stellare da essere poco comprensibile a noi umani. Alcuni dei quali, infatti, non hanno perso occasione per derubricarlo a puro marketing, svilendone la potenza immaginifica, la forza filosofica e l’importanza che ha per il genere umano.

Forse il genio di Musk è incomprensibile anche a Musk stesso. Eppure se si analizza l’intuizione di mandare una Tesla nello spazio (deciso, è giusto ricordarlo, perché la missione di Falcon Heavy era solo dimostrativa e serviva un carico per collaudarlo. Non stupisce che fra qualche metro cubo di mattoni e una Tesla, Musk abbia scelto quest’ultima) non si può che restarne affascinati. Tralasciando i motivi che l’hanno giustificata e ammettendo e giustificando che fossero in gran parte un puro tentativo di mettere a frutto una necessità (fare peso), una Tesla nello spazio è una cosa grandiosa e pure un buon titolo per un romanzo.

Ma non solo.

Me ne sono reso conto guardando la diretta trasmessa ininterrottamente da ieri dall’abitacolo. C’è Starman che fluttua nello spazio. C’è un fondale che ci è familiare dopo innumerevoli film sullo spazio e dopo le centinaia di migliaia di foto della Terra che abbiamo visto. Eppure c’è qualcosa di surreale e sconvolgente: non è la solita vista della Terra dallo spazio. O meglio: è la solita ma con qualcosa in più. Qualcosa di diverso. Qualcosa di familiare.

Non stiamo infatti vedendo le ““solite” immagini spaziali: le stiamo vedendo incorniate in qualcosa che conosciamo bene: il parabrezza di una macchina. E ok. Ma questa macchina sta orbitando nello spazio. E non è più ok. Cioè, lo è ancora ma è anche tremendamente strano e rivelatore.

Insomma: mi sono ritrovato a guardare questo spettacolo ascoltando la colonna sonora di un film di fantascienza più bella del mondo, anzi, dell’universo: quella di Intestellar di Hans Zimmer. E non riuscivo a capire cosa mi mandasse in loop il cervello. Cercavo l’Italia là sotto ma le nubi la coprivano. Volevo trovare una connessione fra me e Starman, volevo capire cosa mi tenesse incantato, stregato da quel video. Perché non riuscivo a smettere?


Non ci riuscivo perché quello che stavo vedendo era un’opera d’arte, forse la più riuscita opera d’arte contemporanea che sia mai stata realizzata. E non l’ha fatta un artista ma un imprenditore, forse il più bravo degli ultimi decenni ma sicuramente non un artista.

Se l’arte contemporanea si fonda anche sulla decontestualizzazione, da oggi siamo di fronte a un’opera che ha portato questo concetto alle sue estreme conseguenze: un’installazione non solo fatta con qualcosa di comune e familiare, ma addirittura sparata nello spazio. Signore e signori, questo è il genio.

Ma l’arte ha bisogno dell’osservatore e non della sola opera, specie quella contemporanea: ed eccolo l’osservatore, davanti al suo computer o cellulare a guardare la diretta streaming di Starman, vedendo quello che vede lui, vedendo lui sullo sfondo di una terra coperta di nubi o tagliata dal terminatore. Vedendo i giorni che passano, vedendo l’ombra della terra stessa su sé stessa, vedendo un corpo celeste che non è rappresentato dall’arte, non è dipinto, non è scolpito: è reale, è riprodotto in codice binario e diffuso a milioni di persone ovunque nel mondo.

Se l’arte ha uno scopo, è quello di far vedere le cose come non le si sono mai viste. Rappresentando i diversi livelli di lettura che si possono applicare alla realtà.

Mettendo un parabrezza fra noi osservatori e la Terra, Musk non ha creato un disturbo (e soprattutto non ha fatto solo del marketing) ma ha rivelato un significato che era latente ma nascosto: noi apparteniamo a questo pianeta, lo possiamo vedere ma possiamo percepire il legame e la relazione solo quando un elemento intermedio e familiare – “normale” – funziona da filtro.

Chi ha mai visto da vicino la ISS? Chi c’è mai stato a bordo? Pochi astronauti. Ma una macchina? Tutti sappiamo come è fatta, cosa si prova a starci dentro, cosa è concettualmente il bordo del parabrezza: è una cornice che inquadra la realtà. È normale vedere un parabrezza, è normale vedere quel che incornicia, è surreale che questa esperienza si svolga nello spazio. Davvero.

Musk ha creato la più grandiosa opera d’arte della storia.

Magari senza neanche rendersene conto.