L’olmo e l’olmo bonsai

Ci sono due piante che io non conosco, ma che sogno da sempre.

Una volta ne comprai una bonsai, morì.

Erano i caldissimi giorni di un’estate di cinque anni fa e io non sapevo cosa fosse l’amore.

Avevo appena vent’anni e questo bonsai. Mi innamorai di lui pur non sapendomene prendere cura.

Mi innamoravo, nel frattempo, di qualcos’altro che mi avrebbe fatto molto più male.

Un ragazzo biondo, biondissimo, che nella mia mente era il Piccolo Principe di Saint-Exupéry sia nell’aspetto che nella potenza delle sue parole, nella sua dolcezza e nella sua apparente fragilità.

Mi innamoravo, sì. Perdutamente come succede nei film, nelle canzoni, nei libri d’ogni epoca.

Ero persa, totalmente disarmata e ricordo, in un modo così vivido che può spaventare, quanto bruciassero quelle mani sulla mia spalla, nonostante il giacchetto di cotone bianco che indossavo.

Bruciavano e io fui disarmata, io non seppi resistere a qualcosa che da tempo rinnegavo, maltrattavo, nascondevo goffamente.

Vivevo in una casa in cui ho lasciato i più bei ricordi di una mente fervidissima e adolescente, che si astraeva a guardare i piccioni della chiesetta di fronte nell’arsura delle due di pomeriggio, quando fuori ci sono quaranta gradi che fanno sfocare la vista come il vapore dell’asfalto.

Il mio sguardo era più vivo che mai, il mio entusiasmo per la vita incontenibile. M’innamoravo.

Quel piccolo bonsai era un Olmo bonsai, uno splendido vasetto quadrato e delle foglie piccole e numerose, su rami contorti che ogni tanto potavo se mi sembravano secchi.

Lo avevo messo in terrazza, sotto una tenda che probabilmente non servì a coprirlo per bene.

Passò un mese, forse poco più e il piccolo Olmo fu tutto secco e io piansi, come quando a sette anni morì il mio pesciolino rosso. Ma con un pensiero diverso, dietro.

Se l’estate è gialla, il sole è giallo, il colle che ho davanti a questa casa, ora, è giallo di un giugno inoltrato e secco, quei capelli lo erano ancora di più e io mi perdevo nelle loro fibre, scattavo foto di dettagli microscopici che non potrò mai dimenticare.

Il mio sguardo era vivo, appunto. L’Olmo era vivo, ma andava curato.

Passavano le settimane tra entusiasmi e deliri, allora.

Era tutto come nei libri, forte e intenso e io soffrivo e gioivo come nei libri.

Soffrivo la distanza da quella testa gialla, a mille e più chilometri da me.

Soffrivo i suoi ritorni tra le mie braccia e le sue partenze, per orizzonti più freddi e più dinamici di quelli che avevo davanti agli occhi io.

Soffrivo e capivo perché l’Olmo era morto.

Aveva bisogno delle cure che distrattamente non avevo saputo dargli, così come avevo bisogno di cure io, cure che non avrei trovato nella solitudine e nella malinconia.

Quelle foglie secche mi facevano piangere per una consapevolezza che maturavo pur nell’ingenuità e nella follia di quei miei vent’anni.

Ero consapevole che le cure dell’amore, per me, non sono che quotidiane.

Ero consapevole e sono consapevole di essere una pianta che dipende dall’irrigazione di qualche anima vicina, che capisca che gli strappi del cuore non si leniscono con una telefonata, con Skype, con quest’illusione di perenne raggiungibilità, di continuo avanguardismo verso l’ultima frontiera della tecnologia che collega, che unisce.

Io guardavo quel bonsai e temevo, sapevo, dicevo di essere come lui, di avere bisogno di un riparo e di acqua fresca, sebbene amassi il giallo secco e i caratteri troppo spesso duri e forti come non avrei mai immaginato.

Noi esseri umani non riusciamo ad essere come le amebe, non siamo intelligenti come loro, non ci accontentiamo di un habitat che ci faccia star bene e che ci permetta di sopravvivere e assaporare la gioia di stare semplicemente bene.

Spesso andiamo a cercare e cadiamo in fissazioni per cose che ci fanno male, addirittura ce ne innamoriamo perdutamente, perdiamo di vista chi siamo, facciamo finta di potercela fare, facciamo di tutto per potercela fare, fino a mentirci, fino a non rispettarci più, fino a non riconoscerci più.

Mi è successo.

L’Olmo non c’era più e io sapevo che per quanto fossi dispiaciuta era un bonsai.

Non il tuo uomo è mobile,

leggero, da commettere

maligno tradimento

e dormire diviso

dai tuoi morbidi seni,

no, ma come sinuosa

vite s’abbraccia all’albero,

l’avvincerà il tuo abbraccio.

Era un bonsai, per quanto dolore abbia generato, per quanto amore guastato, era un bonsai.

Ma tu sei una vite e devi abbracciare un olmo vero.

Passano gli anni. Rinasce in me e germoglia di nuovo quella che ero un tempo e che non ero stata più.

Di tutto questo verde nuovo non mi accorgo perché sono ancora grigia, i miei occhi sono confusi, non vedono il giallo, non vedono il blu, non guardano al cielo e le rondini non le seguono più.

Le parole degli altri mi riportano dove mi ero lasciata.

Mi ritrovo lì, più forte di un mare di lacrime e più grande solo d’ un paio d’anni.

Una nuova me che ha messo le radici su terreni franosi che il tempo, inesorabile ma finora sempre amico vero, continua ancora a far franare.

E cadono sassi del mio mondo, sassi che avrebbero solo rovinato le radici di qualcosa più profondo.

Io sono qui, io sto su un fazzoletto di terra che mi sorregge e sono ancora qui, l’estate non mi brucia e l’inverno non mi uccide più.

“Viti maritate”