Second me: il postmodernismo (una prova)

Banalizzando molto, quella post-moderna è l’individualità che si vuole credere misura di tutte le cose. E post-modernismo è questa stessa concezione eretta a sistema; particolarmente insidiosa, dal momento che non si formalizza o si evidenzia nello svolgersi concreto delle cose e degli eventi, in special modo quelli che riguardano l’ambito dei media e della comunicazione (e quindi, in fondo della politica).

Una specie di impalcatura invisibile, quindi, ma allo stesso tempo molto solida. Personalmente diffido da quelli che dicono ‘mah! il postmodernismo significa talmente tante cose da non poter essere definito e identificato in maniera precisa’. Al contrario, in fondo, è piuttosto chiaro: significa il superamento della modernità, ovvero una sua critica radicale che fa piazza pulita di tutte quelle categorie che hanno indirizzato la società occidentale, nel bene e nel male, fin quasi alla fine del Novecento. E sì, erano più di una.

Da un certo punto in poi, fra gli anni ’60 e ’70, è iniziata quella deriva che ha cercato di emanciparsi da alcuni schematismi del pensiero in quanto sentiti troppo rigidi, binari insopportabili, dal punto di vista di alcuni “principi liberi” (come dice Samuel Bellamy) spiriti bollenti e frementi dell’”imprenditoria” giunta al punto di potersi asserire insofferente alle ragioni della collettività. Per un po’, per continuare a guardarsi allo specchio, costoro si sono finti (prima di tutto a sé stessi) novelli Robin Hood. Oggi, ma da un bel po’ in realtà, l’ipocrisia è caduta.

Le cose non vanno bene per niente, pertanto.

[…to be contunued…]