Hai visto la luce in India caro Sunshine Superman.

Cinquant’anni fa sbocciava il mito della Swinging London.

Donovan era già famoso. L’alter ego inglese di Bob Dylan, come qualcuno l’aveva chiamato. Una versione più soft e cangiante di Mr. Zimmerman in realtà. Di Dylan c’era l’impronta, ma non di più. Dylan era Dylan.

Donovan no, lui era sempre “il menestrello” con visioni oniriche e amico fraterno dei Beatles, con i quali condivise piaceri, emozioni e anche le vibrazioni spirituali del guru indiano Maharishi Mahesh Yogi nel ritiro indiano di Rishikesh.

“Un viaggio che facemmo per scoprire prima di tutto l’importanza della pace per l’uomo e per il mondo”, ricorda oggi, rispondendo dalla sua casa in Irlanda, dove Donovan vive dal 1990.

Come conobbe i Beatles?
“Li conoscevo come gruppo già dal loro primo singolo. Fu Bob Dylan a presentarmeli, durante il suo tour inglese nel 1966. Diventammo subito molto amici perché in fondo condividevamo gli stessi ideali e il nostro background era molto simile. E poi c’era la creatività delle nostre menti, in quei giorni eravamo tutti molto impegnati a sperimentare e a cercare di creare suoni per il futuro”.

Divenne così amico dei Beatles da scrivere per loro un verso di “Yellow Submarine”. 
“Sì, è vero. Io avevo composto da poco “Sunshine Superman”, forse uno dei miei dischi più conosciuti. Ai Beatles piacque molto. Così, divenni ancora più intimo con loro. Condividevamo quasi tutto. Quel verso (“sky of blue and seas of green”, ndr)lo scrissi assieme a McCartney nel mio appartamento a Chelsea e non come spesso si racconta a Abbey Road”.

Come nacque l’idea del viaggio in India?
“Il Mahirishi ci aveva insegnato un mantra. Per noi era la vera soluzione alla sofferenza del genere umano. Per questo decidemmo di seguirlo in India. La meditazione trascendentale ci sembrava quasi la chiave del tempo. Partimmo con l’idea che poi avremmo potuto diffondere questo messaggio ai nostri fan. E ancora oggi sono convinto che questa sia una delle soluzioni più plausibili alle storture del mondo e dell’animo umano”.

In India, i Beatles composero anche molto materiale per il “White album”.

“Già, ci sedevamo ogni sera con le nostre chitarre. Fui io a insegnare a George e a John l’uso del fingerpicking. Una delle prime canzoni che Lennon compose con questo stile fu “Dear Prudence”, pensando a Prudence Farrow, sorella di Mia. C’era un’aria molto creativa e stimolante in India. E non è neppure vero che i rapporti con il Maharishi si guastarono così tanto durante la nostra permanenza a Rishikesh. Ce ne andammo in parte perché pensammo di aver imparato a sufficienza”.

Chi le manca di più di quegli anni?
Ovviamente John e George, il mio fratello spirituale.

Ci sono artisti oggi a cui si sente più vicino?
“Direi Devendra Bernhardt”.

Ricorda con nostalgia quei tempi?
“In parte sì, mi mancano molto le occasioni che avevamo per ascoltare musica nuova, la possibilità di condividere emozioni e idee tra di noi”.

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