L’uomo fortunato che divenne il fotografo dei Beatles.

La storia dei Beatles è tra le più saccheggiate da agiografi e studiosi.

Ma è anche una tra le carriere del rock più fotografate, con storie di fotografi nati e cresciuti dentro la storia dei Beatles. Come accaduto a Robert Whitaker, fotografo ufficiale dei Fab Four dal 1964 al 1966.

Whitaker, all’epoca freelance con un passato nel campo della moda e dei motori, incontrò i Beatles durante il loro tour in Australia nel 1964. Scattò un ritratto al loro manager Brian Epstein, il quale lo chiamò e gli propose di diventare il loro fotografo ufficiale.

Whitaker è stato anche l’unico a fotografare i Beatles durante la loro tournée in Giappone e nelle Filippine nell’estate del 1966. Uno degli ultimi tour, dopo che stressati dall’isteria di massa che li circondava e ormai proiettati verso nuovi orizzonti musicali decisero da quel momento di dedicarsi solo alla musica in studio dopo essere incappati in vari incidenti.

A Tokyo, dove suonarono per quattro giorni di fila, furono il primo gruppo pop a esibirsi alla Budokan Hall, l’arena riservata agli incontri di arti marziali, sollevando così proteste e minacce da parte del partito conservatore giapponese. A Manila, snobbando un invito di Imelda Marcos, moglie del dittatore, vennero quasi picchiati in aeroporto, riuscendo a decollare solo dopo aver rinunciato all’ incasso.

Whitaker documentò tutto.

Alcuni anni fa, lo incontrai per l’uscita di un suo libro dedicato proprio alle foto di quei concerti ( “The Beatles. L’ ultima tournée”, Gremese Editore).

Cosa ricorda di quel tour?

«I Beatles erano al massimo della fama e la gente faceva veramente follie per poterli vedere. Quando il 23 giugno ’66 partimmo da Londra per Monaco, eravamo tutti davvero entusiasti, mai avremmo pensato che fosse l’ ultimo tour».

Era difficile fotografarli?

«No, erano fotogenici e persone che sapevano ascoltare e quindi capaci di capire che pose volevo da loro. Erano anche molto aperti a qualsiasi idea gli si proponesse. Anzi, a volte offrivano loro degli spunti. Erano disponibili e gentili a ogni esperimento, come spesso gli proponevo, visto che quella era la tendenza negli anni Sessanta».

Che rapporto aveva con loro?

«C’ era innanzitutto un rapporto di amicizia più che di lavoro, soprattutto tra me e John. Li avevo conosciuti nel ’64, quando arrivarono in tour in Australia, dove sono nato. Ero un fotografo free-lance a Melbourne. Riuscii a scattare delle foto al loro manager, Brian Epstein, il quale mi chiese di diventare il fotografo ufficiale. Accettai solo qualche mese dopo, perché non avrei mai immaginato che sarebbero diventati leggenda».

Chi era il vero leader?

«Nessuno in particolare, anzi tutti e quattro partecipavano alle decisioni più importanti. I Beatles erano ragazzi semplici e alla mano, molto professionali ma a cui piaceva divertirsi».

Che cosa facevano nel tempo libero?

«Scherzavano, disegnavano, ricevevano venditori di oggetti vari in albergo, essendo assediati dai fan. In Giappone poi, per via delle minacce, la polizia andò fuori di testa, programmando persino il tempo che i Beatles dovevano impiegare dalla loro suite all’ ascensore. Per divertirsi, loro quattro ogni volta che bussavano alla porta si nascondevano in bagno o sotto il letto».

E a Manila che cosa accadde?

«Scesi dall’ aereo, i Beatles furono presi quasi di peso e portati dall’ organizzatore su uno yacht e fatti tornare a terra solo alle 4 di mattina. Lennon in un primo momento si divertì molto, ma poi tutti si preoccuparono anche per via della marijuana nei loro bagagli. Quando andarono a dormire erano ormai le sei di mattina e così si dimenticarono dell’ invito a colazione alle otto dalla moglie del presidente Marcos».

Il momento più emozionante che ricorda con loro?

«Forse allo Shea Stadium il 15 agosto del 1965, quando suonarono davanti a 65mila persone. Incredibile, il rumore dei fan era tale che pareva di essere su una pista di decollo».

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