Farewell Ketchum

Credere che nella vita sia tutto bianco o nero è il modo più facile per ridursi a viverla in bianco e nero. Ecco perché, proprio come il tizio qui a sinistra, io sono un grande fan delle sfumature. La cosa non è priva di conseguenze: cambio idea, sembro e sono incoerente, mi contraddico più spesso di Whitman e ho sempre molti, molti dubbi.

Ecco perché, forte di questa premessa, posso dire di aver amato sinceramente lavorare per Ketchum e allo stesso tempo di non aver mai saputo soffocare l’idea di un cambiamento.

E questo ci porta dritti al menu del giorno, il mio ultimo.
Dicono che dire addio sia la parte più difficile, secondo me invece è più difficile dire ciao per la prima volta. Io l’ho fatto via skype, era fine agosto e grazie al piano americano sotto alla giacca e alla camicia indossavo il costume. Da quel giorno mi sembra passata una vita, e non parlo solo di tempo: davanti a me vedevo una montagna di cose da costruire.

E poi a un certo punto quella montagna finisci per scalarla. Crei relazioni, dimostri il tuo valore, cresci, vai in ufficio volentieri (e in ritardo), ci resti fino a tardi perché se ti piace quello che fai non guardi l’orologio. Prendi una multa, torni a casa, dormi e rifai tutto da capo, tutti i giorni lo stesso, solo un minuto più in ritardo.

Se hai fatto le cose per bene, arriva in premio la sensazione più bella: sentirsi a casa.

E in Ketchum mi sono sentito a casa. E alla fine dei conti è decisamente più quello che ho ricevuto di quello che ho dato. E per questo sarò sempre grato a tutti quelli che mi hanno permesso di starci felice per 3 anni e mezzo.

Ecco perché la sola cosa che mi spaventa davvero oggi che me ne sto andando è proprio l’eventualità di non riuscire a provare più questa sensazione, o nel migliore dei casi dover aspettare anni prima che torni.

Dire addio invece arriva dopo che tutti questi pezzi di vita ti hanno riempito la testa e il cuore, e sapere che non te li potrà mai portare via nessuno ha in sè qualcosa di rassicurante. Per questo è più facile, almeno per me.

Ho fatto un bel po’ di cose, a volte guardando come le facevano quelli bravi, a volte buttandomi con coraggio; è un bel posto Ketchum, sei hai qualcosa da dire ti ascoltano anche se fai lo stagista.

Non la faccio lunga, vorrei tentare di restare alla larga dai luoghi comuni e vi chiederei la cortesia di non inciampare nemmeno voi nella retorica. Della quale troviamo qui alcuni ottimi esempi:

E ai più preoccupati del team Estra ricordo che:

Buon 2007 anche a te, Britney.

Ringrazio tutte le persone che hanno fatto qualcosa per me in questi anni, quelle con le quali sono stato in sintonia e quelle con le quali non lo sono stato. Mi avete fatto crescere entrambe.

Un grazie più speciale degli altri va a Conny, una persona che ha significato davvero tanto per me professionalmente e umanamente, che mi ha dato fiducia e spazio quando ne avevo più bisogno, che mi ha permesso di fare praticamente tutto quello che avevo sempre desiderato fare. Tranne esordire in A con la Roma. Conny, dovrai impegnarti di più col prossimo, ma grazie comunque.

E se dovessi scegliere soltanto una parola per descrivere quello che provo oggi sarebbe questa.

Nostalgia — its delicate, but potent. Teddy told me that in Greek nostalgia literally means “the pain from an old wound.” It’s a twinge in your heart far more powerful than memory alone.

Mi auguro di non tornarvi in mente solo quando sarete incazzati perché non riuscite a montare una Billy o un Lack. Ad ogni modo, non cercatemi per sapere se i pezzi che avanzano dalle scatole sono lì solo per farti credere di aver sbagliato qualcosa. La risposta la conoscete già, ed è sì.

Vi lascio con un monito che ho ricevuto a mio tempo da una persona che stimo molto:

Se quello che stai scrivendo non suscita almeno un’emozione, 
che sia un sorriso o una lacrima, stupore oppure indignazione, 
non merita di essere letto. Figuriamoci di essere scritto.

Vi voglio bene, mi mancherete tanto.
Massi

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