Letteratura e poesia non possono essere lasciate ai soli “critici di professione” (dalla premessa)

Realismo e idealismo sono semplicemente due utopie. La terza via si rivela essere quella più adatta non già al cambiamento, quanto piuttosto alla trasmissione delle proprie esperienze: ed è ciò che consente la presa di coscienza dell’impossibilità “de facto” di un’azione individuale “rivoluzionaria”.
 Vivere davvero non dovrebbe essere confuso con i successi di carriera personale. La realizzazione dei diritti umani è ciò che dovrebbe costituire l’aspirazione-principe di un semplice uomo degno di tal nome. La Arendt associa a questo profilo la figura di Kafka. Ai tempi dello scrittore (e ancor oggi, tuttavia…) era molto in auge l’idea che l’uomo dovesse lasciarsi scivolare nella corrente determinata da chissà quali forze preesistenti non riuscendo, in questo modo, nemmeno a comprendere il perché di certe accelerate sensazioni di declino.
 Kafka, per la Arendt, si può considerare il primo, vero maieuta letterario della storia: al lettore, infatti, Kafka parrebbe richiedere uno sforzo almeno pari a quello impiegato nella produzione dell’opera. Il comune sentire (quello della sottomissione al destino), che popolava il romanzo ottocentesco, è scardinato dalla volontà dello scrittore boemo d’instillare nuovi stimoli nel lettore attraverso l’esistenzialismo dei suoi personaggi.
 “Angelus Novus” (l’angelo della storia), di Benjamin (raggiunto da fama postuma), ci racconta in modo epico, quanto illuminante, cosa significhi “progresso”: una tempesta che sospinge l’uomo di spalle, alla cieca, in un futuro costruito sulle macerie prodotte con inarginabile continuità. La fama postuma, specificamente nel caso di Walter Benjamin, sembrerebbe riconducibile al suo ruolo di “socialmente inclassificabile” in vita. Il funzionamento (per ampi versi discriminatorio) della società è basato su sistematiche classificazioni, umane e materiali.
 WB bazzicò a Parigi, restituendoci un’analisi attenta e condivisibile di classificazioni e non-classificazioni della capitale francese. Il “flâneur” è chi bighellona per la città, solitamente un rampollo di ricca famiglia borghese: senza fretta, né doveri. La “bohème” è rappresentata da coloro i quali non aspirino a un’appartenenza politica e sociale: solitamente aggregati a letterati e artisti. WB ragiona in questi termini, riguardo alla sua infanzia agiata: “I poveri, per i bambini ricchi della mia età, esistevano solo come mendicanti. E fu un gran progresso per la conoscenza quando per la prima volta iniziai a capire la povertà nell’infamia del lavoro malpagato”.
 WB è un “flâneur sui generis”: si affida al caso, nel suo vagare, ma con intelletto attivo e pronto. Coglie al volo il sostanziale, incolmabile distacco esistente tra opere artistiche e fruitori delle stesse.
 La Arendt, nel proseguire del proprio libro, passa dapprima a porre l’accento sulla dichiarazione pronunciata da Bertolt Brecht durante la fuga dalla Germania (avviata nel 1933, all’indomani dell’incendio al Reichstag, in Danimarca, e conclusasi negli Usa, nel 1941, via/Finlandia-Russia): a Hollywood si possono acquistare bugie, e lui si è “speranzosamente” posto in fila tra i venditori. La Arendt pare difendere le qualità artistiche di BB, dagli attacchi operati soprattutto da letterati considerati marginali. Appare ironico, poi, il riferimento all’iniqua deresponsabilizzazione concessa soltanto ai poeti, e non ai comuni mortali.
 La Arendt, successivamente, accosta BB a sorta di praticante di culti incentrati sulla dissolutezza, in chiara rottura con quel mondo ordinato in cui ora si muove.
 E’ la compassione a muovere i rivoluzionari verso il mondo di deboli e infelici: la bontà dovrebbe essere, tuttavia, bandita, poiché non in accordo con l’intento di migliorare il mondo. BB pone il proprio sguardo sull’invisibilità di certe situazioni, prim’ancora che sulle sofferenze che ne possano scaturire. L’indifferenza, aggiungerei, non ha cittadinanza recente nelle nostre società.

Vorrei concludere con due citazioni letterarie dalle note del libro.

“Mangia e bevi”, — mi dicono: — “E sii contento di averne”.
 Ma come posso io mangiare e bere, quando
 quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
 manca a chi ha sete il mio bicchier d’acqua?

Giaceva nel letto di morte
e disse: per me è finita
mi sento come un bimbo
che torna la sera a casa.

Dal libro di Hannah Arendt, “Il futuro alle spalle”

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