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HEX0x6C
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Jul 11 · 10 min read

9 erbe magiche, 9 racconti fantastici, 9 opere misteriose.

Un progetto artistico dedicato alle Erbe di San Giovanni a cura di HEX0x6C (coding e story writing) e Combugnera (digital painting e story writing), con il contributo di Francesca (story writing). Reso unico, immutabile e immortale grazie alla blockchain Ethereum.

Un incontro tra saggezza popolare e tecnologia all’avanguardia.


Elena aveva 13 anni. Quel giorno era uscita per i campi con le amiche per raccogliere l’iperico, la prima Erba di San Giovanni. Elena soffriva di melanconia, e i vecchi del paese dicevano che i fiori d’iperico, raccolti nella notte del 24 giugno — giorno di san Giovanni — avessero proprietà magiche e il potere di scacciare i demoni del male dal corpo e dallo spirito. Ai margini del bosco Elena incontrò una vecchietta che le disse di vedere tutto nero e di non trovare più la strada di casa. Elena e le amiche, giovani e allegre, la derisero. A tal punto della storia la vecchietta scomparve e Elena cominciò a vedere solo buio. Iniziò a correre, le sembrava di correre su una bellissima strada piena di rose. Le amiche la rincorsero urlandole di farsi il segno della croce. Elena provava a segnarsi ma una mano, più forte e invisibile, glielo impediva. Infine riuscì a farsi il segno della croce e la luce ricomparve. Aveva i vestiti a brandelli e la pelle insanguinata, perché le rose erano in verità rovi di spine. Alle amiche e ai vecchi del paese disse che il Mazaròl, il folletto che abitava in quelle zone, l’aveva portata via (che sia vero o no nessuno lo sa). Elena aveva una figlia che si chiamava Edda.


In piccolo paese di montagna la vita scorreva tranquilla al ritmo lento delle stagioni, i pochi abitanti che erano rimasti vivevano con i frutti della terra, li vendevano giù in città e compravano quello che serviva. Era un paese di gente ostinata, che più di una volta era stata messa a dura prova dalle leggi emanate dal nuovo governante, che non poteva sopportare di avere nel suo territorio una repubblica indipendente. E così dopo il divieto di allevare bestiame, il divieto di bere l’acqua della fonte, il divieto di riunirsi in gruppi con più di tre persone, il divieto di navigare in internet dalle 9 alle 23, il divieto di pubblicare online qualsivoglia ideologia, per ultimo giunse il divieto di ridere, anche sorridere, insomma dimostrare uno spirito allegro. La gente si abbatté, quest’ultimo divieto era veramente la fine per loro. Ma per fortuna in questo piccolo paese viveva una vecchia sciamana, una strega buona che curava le persone con le erbe, e sorridendo sfacciatamente raccolse un mazzetto di ruta, che ha il magico potere di far ritrovare il buonumore, di notte scese a valle e lo nascose fra i vestiti del governante. Il giorno dopo gli abitanti del paese furono svegliati di soprassalto dalle parole che uscivano dal megafono montato sopra un camioncino, guidato dal governante in persona in abiti da contadino: “Ah ah ah asini che non siete altro! Avete creduto a tutti gli editti ma sono uno scherzo, ah ah ah asini!”


Edda faceva largo uso, in quel periodo, della verbena. Aveva imparato dagli indiani Pawnee che quell’erba aveva il potere di migliorare i sogni. Un giorno fece questo di sogno. Il marito un pomeriggio la salutò con un affetto strano e fuori dal comune. Salutò anche i figli abbracciandoli uno a uno. Qualcosa non tornava, pensò la figlia di Elena. Andò al lavoro come al solito, cucinò come ogni giorno mille primizie per gli ammalati del sanatorio. Finché non fu distolta da uno scoppio, simile ad una bomba. Guardò istintivamente in cielo (nessuno sa perché) e vide… il marito pilotare un aereo, salutava dal finestrino felice e trascinava uno striscione in cielo con scritto ‘vola chi osa volare’. Corse a casa, abbandonando le lasagne a tre quinti di cottura, il marito la raggiunse. Le disse che era una sorpresa, aveva preso il brevetto di volo di nascosto. Sapeva che Edda era terrorizzata dal volo, ma l’unico figlio maschio che avevano adorava volare. Edda si svegliò di soprassalto a causa di un forte boato, simile ad uno scoppio di una bomba. Il loro figlio maschio di chiamava Massimo.


Artemisia era una ragazza selvatica e solitaria, viveva rinchiusa nella sua stanza satura di sogni e di progetti mai realizzati. La gente del villaggio la considerava un po’ tocca, visto che non era per niente interessata ai coetanei e ogni tanto diceva di sentirsi una straniera nel suo paese, nella stessa sua famiglia, come se arrivasse da un altro pianeta. Ma era gentile e buona con il prossimo, per cui tutti le volevano bene. Un giorno, mentre stava scrivendo un pezzo del suo romanzo, come sempre chiusa in camera sua, vide fuori dalla finestra il bambino dei vicini che stava giocando con arco e frecce, cercando di colpire una mela sull’albero del suo giardino. Artemisia, infastidita dai suo schiamazzi si alzò per chiudere la finestra, ma proprio in quel momento vide che una freccia, rimbalzando su un tronco, cambiò improvvisamente la traiettoria e finì la sua corsa conficcandosi sul braccio del bambino. Scattò fuori dalla stanza senza pensarci, e corse dal bambino, posandogli istintivamente una mano sopra la ferita sanguinante. La ferita guarì all’istante. La nonna di Artemisia, la sciamana del paese, sorridendole le spiegò che il suo nome, Artemisia, è il nome di una pianta magica che cura tutte le ferite da taglio.


Massimo era un gigante dal cuore di panico. La notte dormiva sonni non-sonni, Insonnia lo vegliava spesso. All’alba il lupo Ansia che viveva dentro di lui gli mordeva il retro del collo. Durante il giorno il gigante lottava, con tutte le sue misere forze. Ma Melanconia era la sua compagna diurna. La sera i demoni si placavano, gli lasciavano un lieve respiro. Un giorno incontrò una piccola lucertola, senza coda. Si era persa nel suo terrazzo. Massimo fece di tutto per scacciarla, ma più la allontanava più lei correva pazza verso di lui, e cercava di entrare nel panico del suo cuore. Alla fine si guardarono negli occhi per una infinità numerabile di istanti, il gigante e la lucertola. Fu lei a dire per prima: “il nome sanscrito dell’aglio significa uccisore di mostri”. Una lacrima salata scese dall’occhio sinistro del gigante e lo trasformò in mare. Da quel giorno Lucertola nuota nel suo cuore.


Iris sognava di andarsene da quel paese claustrofobico, sognava di solcare quelle montagne che la circondavano e la opprimevano, come delle streghe malefiche che giorno dopo giorno le succhiavano la linfa vitale. Ma aveva solo nove anni, e questi pensieri a questa età non trovavano voce, neanche lei sapeva esattamente cosa fosse quella sensazione di peso sul petto. La mamma le raccontava storie bellissime di quella terra incantata, il papà la portava nei boschi e le insegnava a riconoscere le piante e le loro proprietà, eppure si sentiva prigioniera, e in colpa, per essere così ingrata nei confronti dei suoi cari e della sua terra. Un giorno, mentre lei e papà stavano raccogliendo l’iperico, videro un ciuffo di menta, profumata e di un verde brillante. Il papà le disse di raccoglierla, e che una delle proprietà della menta era quella di curare la voce, e di dare la voce a chi non ce l’ha. Iris si illuminò, raccolse il mazzetto, alla sera preparò un impacco e se lo posò sulla gola, e magicamente le vennero tutte le parole per esprimere quello che aveva nel cuore, le disse di getto, alla mamma e al papà che la guardavano attoniti; disse che voleva vedere cosa c’era oltre la barriera delle montagne, che sognava città grandi, il mare, gente di tutte le lingue che lavorava insieme, e colori e profumi che non aveva mai visto. Mamma e papà la sostennero, quando fu più grande iniziò a viaggiare. Ora lavora all’ONU di New York.


“Un rametto di rosmarino sotto il cuscino o sotto il letto evita i brutti sogni e difende dai fulmini durante i temporali.” Ethereum guardava fisso questa frase, misteriosamente uscita nell’intestazione dell’ultimo blocco della sua catena. Era il blocco 8109944, delle 10:00:28 di mattina dell’8 Luglio 2019. Che volesse mai dire non lo sapeva proprio, e come fosse finito lì quel messaggio lo sapeva ancor meno. La rilesse per 9 volte, aspettando i consueti 9 blocchi successivi per capire se il blocco fosse reale o fasullo. Niente, era proprio vero, il blocco era sulla catena principale. Il mistero si infittiva. Pensò che qualcosa del genere era già successo, “The Times 03/Jan/2009 Chancellor on brink of second bailout for banks”, nel blocco genesi della catena rivale. Ma quel messaggio, col senno di poi, aveva avuto perfettamente senso. Lesse la frase per altre 9 volte, ma senza far caso alle parole, come se stesse recitando un mantra in un linguaggio di programmazione antichissimo. Improvvisamente un fulmine lo destò dal sogno. Controllò il numero del blocco corrente: 8109997. Aveva sognato per ben 53 blocchi! D’istinto uscì dal Metaverso, il mondo virtuale in cui oramai tutti vivevano la maggior parte del loro tempo. Entrò nell’Universo, il mondo naturale, oramai vuoto e disabitato. Vide una pianta di rosmarino, si avvicinò, raccolse un rametto. In un lampo, capì il significato di quel messaggio onirico. Tutto fu limpido, chiaro come la luce del fulmine. Tornò immediatamente nel Metaverso. Un hard fork aveva avuto inizio, a partire dal blocco 8109999. La catena secondaria era in vantaggio di 42 blocchi. Diamine di un rosmarino! Provò a recuperare blocchi, con tutte le sue forze computazionali. Niente, le probabilità di recupero calavano esponenzialmente. Satoshi, l’autore dell’attacco sleale, ebbe la meglio. Abbandonò la sua catena, ormai divenuta secondaria e insignificante. Non poté far altro che rifugiarsi nell’Universo, nel mondo della Natura. Lì si addormentò, vicino ad una pianta di rosmarino. Non fece alcun brutto sogno, e nonostante il temporale, nessun fulmine lo colpì.


Erica aveva sempre vissuto in città, la campagna per lei era un diversivo nelle pigre domeniche d’estate, quando con gli amici organizzavano un pic nic da qualche parte, con chitarra, angurie e birra. Ma quando si innamorò tutto cambiò: negli occhi dell’amato c’era il sole, il verde di un bosco, e lei lo seguì. Decisero di andare a vivere in montagna, in quel piccolo paese, e di cominciare da lì la loro avventura insieme. Il posto era bellissimo, Erica era entusiasta, le piaceva questa nuova vita a contatto con la natura, riusciva a lavorare da casa grazie alla tecnologia, si sentiva in paradiso. La prima notte in cui passarono nella nuova casa fu per lei un incubo. Appena si appisolava ombre striscianti e minacciose lambivano i bordi del letto, il cuore le martellava, sudava, guardava il suo futuro sposo dormire placidamente e non voleva svegliarlo. Ma aveva il cuore in gola, le veniva da piangere, pensava a tutto quello che non avrebbe potuto fare spesso come prima, happy hour, cinema, teatro, o semplicemente uscire in strada e stare in mezzo a tanta, tanta gente. Le venne in aiuto un ricordo di una conversazione con la vecchia del paese, che a proposito della salvia disse che aveva il potere di purificare le idee, gli ambienti, l’umore. Quella notte bruciò la salvia e si immerse nel fumo. Quella fu l’ultima notte buia.


Agnese aveva tre braccia: le solite due di tutti gli abitanti del pianeta Ethereum, e una terza che le serviva per disegnare su una lastra di pietra nera. Il terzo braccio le era cresciuto una notte durante un sogno. Aveva sognato di essere un lupo che viveva dentro ad una giovane ragazza. Con la sola forza del pensiero riusciva a immettere i disegni che faceva nella blockchain del suo pianeta.

Quel giorno Agnese era arrabbiata. Si stava annoiando. Certo, adorava ancora quella liscia lastra di pietra nera che dava vita alla sua immaginazione, ma si sentiva limitata; del resto, gli unici colori delle sue opere erano il bianco e il nero. Il mondo, la natura non era realizzata con solo queste due tonalità; e come poteva Agnese riprodurre tutta quella vita, quella varietà, dal verde dei prati fino all’azzurro dell’acqua, arrivando fino al marrone degli alberi e degli scoiattoli, quando tutto ciò che aveva erano solo due pigmenti? La ragazza attraversava il bosco tormentata, sentendosi estranea a tutti quei magnifici colori. Uscì dalla foresta; raggiunse un luogo che non aveva mai visto prima. Una sconfinata pianura di lavanda. Quel viola così tranquillo e quieto calmò lo spirito della fanciulla, che si sedette per ammirare quella meraviglia.

D’un tratto quei meravigliosi colori dapprima si trasformarono in toni di grigio e poi lentamente migrarono verso il nero, esattamente il buio della lastra di pietra su cui di solito disegnava col terzo braccio. Ma peggio ancora, si accorse di esserci finita dentro, alla buia lastra di pietra. Ora non era più lei a disegnare, era lei ad essere disegnata. Non aveva più il controllo del suo mondo e del suo aspetto, era agita dalla mano di un disegnatore misterioso. Ebbe una intuizione, si voltò di scatto verso una delle due dimensioni che formavano quel mondo piatto, e in un riflesso vide la sagoma della cosa che gli stava dipingendo una vita: era un lupo!

Chiuse gli occhi, decise di dar ascolto alla parte più profonda di sé, quella istintiva, ancestrale, che la legava al mondo animale e vegetale. Parlò al lupo, parlò alle nove erbe magiche, chiese il loro aiuto per andare avanti con la vita troppo complicata. Il lupo si mosse per primo, prese per mano le erbe magiche, e tutti insieme formarono un cerchio attorno ad Agnese. Si levò un vento impetuoso che fece vorticare petali, foglie, e i capelli di Agnese, formando una figura di una bellezza struggente. Agnese ebbe la fortuna di vederla un attimo prima che svanisse. Quell’immagine la accompagnò per tutta la vita, a testimonianza che la magia è dappertutto se si è pronti a guardarla.

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