Senseless


È tutto programmato per essere buttato, non nella natura degli oggetti, ma nel nostro cervello.

A vedere i consumi delle feste natalizie, gli sprechi associati, rimangono degli scarti e l’aria diventa nauseante: ciò che abbiamo oggi non ci soddisfa, è vecchio, è passato; dobbiamo correre a consumare il nuovo che non abbiamo. Si è più frustrati di prima (perché è sempre più facile entrare in contatto con chi ha di più) e nel frattempo insoddisfatti (perché non apprezziamo quello che abbiamo).

Con questa velocità perdiamo di vista le radici del nostro passato, lo vediamo distante, come se non ci riguardasse il tempo di quando eravamo più poveri. Se non vediamo l’ora di cambiare un oggetto che consideriamo obsoleto, certamente non possiamo definirci “economicamente efficienti”. Se consumiamo per buttare tutto quanto prima possibile, le risorse naturali per produrre gli oggetti diminuiscono e noi -invece- ne aumentiamo il consumo. E il nostro “footprint”, l’impronta ambientale, aumenta invece di ridursi.

Sulla base di questo dato, un economista affermerebbe che se c’è un così largo consumo vuol dire che, in condizioni normali, il prezzo del bene è basso. In realtà ha ragione, paghiamo troppo poco gli sprechi delle scarse risorse naturali, come acqua e petrolio. Ma è ancora più vero che spostiamo sugli altri il carico di questo costo. Pensiamo ai poveri, ai paesi in via di sviluppo.

Il consumo di un bene è giusto quando è utile, non quando è imposto dal modello di vita degli altri, che chiamiamo con l’accezione positiva “stile”. Questa imposizione ci obbliga a dedicare tanto tempo al lavoro. (E non consideriamo mai abbastanza che alcuni non se lo possono permettere.)

Se le persone sono superate dalle innovazioni, sfruttate per il benessere degli altri e inibite nell’espressione della creatività, diventano amorfe e automi, cioè si eseguono programmi piuttosto che crearli o immaginarli. Come se dovessimo eseguire scientificamente un programma con il quale dobbiamo partecipare senza libertà di tempo e grado di coinvolgimento. Non riusciamo a sottrarci a quest’idea di successo: dobbiamo possedere beni materiali.

Si prende in considerazione la società come macchina destinata al consumo dei prodotti. E qui parte la campagna pubblicitaria per vendere sempre di più, anche senza un reale utilizzo. Con l’ausilio dello Stato se c’è sotto-consumo, siamo sempre pronti a stimolare la domanda. Iniziano i comportamenti d’emulazione e la spirale del debito. Più quest’idea diventa pervasiva, più sembra invisibile e difficile da cambiare. Fino ad arrivare al paradosso che l’uomo non si sente più uomo se non appartiene all’insieme economico. Dimenticandosi che c’è un universo naturale da preservare.

Il consumismo, che si basa su velocità, bisogni indotti e spreco, è entrato a far parte del nostro essere, ormai siamo programmati nel misurare il successo solo in ricchezza.

E la ricchezza è la misura del successo, purtroppo.

Twitter: @massimochi

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