L’apologia di fascismo e il Salone internazionale del libro di Torino

La confusione tra il piano legale e il piano politico. L’astratta distinzione tra fatti e parole.

Locandina del Salone del libro di Torino 2019

La possibile presenza della casa editrice Altaforte al Salone internazionale del libro di Torino, ha riproposto la questione della legittimità della presenza attiva del fascismo nella democrazia, secondo una linea di divisione che separa chi sostiene la libertà di espressione senza limiti, per cui ogni idea può essere manifestata e ammessa e solo gli atti violenti devono essere vietati e perseguiti e chi invece pensa che le idee che legittimano l’odio e la violenza non debbano essere legittimate, al contrario di come ha mostrato di voler fare il ministro dell’interno Matteo Salvini, con la pubblicazione di un suo libro intervista con la casa editrice vicina a Casapound e con continui ammiccamenti alla fraseologia e simbologia fascista.

In principio, gli organizzatori del Salone hanno considerato l’affitto di uno stand alla casa editrice vicina a Casapound come una pura vicenda contrattuale ed hanno ritenuto non vi fosse una ragione legale per rescindere il contratto, di fronte alla protesta di alcuni scrittori e intellettuali antifascisti. Poi, a seguito di affermazioni apologetiche e provocatorie del capo di Altaforte, la sindaca di Torino Chiara Appendino e il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino hanno deciso di denunciare la casa editrice per apologia di fascismo. Infine, il Museo di Auschwitz e Halina Birenbaum, scrittrice sopravvissuta all’Olocausto, hanno posto l’aut aut al Salone del libro: o noi o loro. Il Salone ha scelto Halina Birenbaum.

Halina Birenbaum al Salone del libro di Torino

Sono felice per questo esito, tuttavia dinamica e epilogo della vicenda mi fanno pensare che con il venir meno dei testimoni diretti delle tragedie del nazifascismo sia destinato ad estinguersi anche l’antifascismo come valore egemone, secondo la regola per la quale la memoria storica di un popolo dura circa due o tre generazioni. Senza la scrittrice tedesca sopravvissuta alla shoah, l’assenza annunciata per protesta di Wu Ming, Zero Calcare, e altri come loro forse non sarebbe bastata.

Questa protesta non è stata condivisa da altre scrittrici e scrittori, che non hanno creduto nella possibilità di escludere gli editori fascisti ed hanno quindi rinunciato in partenza a chiedere tale esclusione agli organizzatori del Salone. Michela Murgia, nonostante non pensi che il fascismo sia una opinione politica, è stata un’esponente di questa posizione combattiva e rinunciataria e con un post su facebook ha fatto un’analogia, a mio parere sbagliata, tra il Salone del libro e il quartiere o le elezioni o il paese, cioé tra una manifestazione imprenditoriale, dove inviti e contratti sono a discrezione degli organizzatori, e luoghi o situazioni che sono necessariamente pubbliche e aperte a tutti.

Vignetta di Stefano Disegni

Questo errore dipende dalla confusione tra il piano legale e il piano politico. Una confusione molto forte nella posizione dei liberali o dei garantisti cosiddetti volterriani, che non condividono l’idea fascista ma sono disposti a dare la vita (contro gli antifascisti), per consentirle di esprimersi. Una posizione che distingue e separa in modo netto e assoluto gli atti di odio e violenza e le idee che propagandano odio e violenza o l’apologia del fascismo e considerano la censura di queste idee un’istituto illiberale: il reato di opinione. Tra i sostenitori di questa posizione troviamo, per dirne qualcuno che ho letto o ascoltato di recente: Marco Gervasoni (1), Andrea Colombo (1)(2)(3), Fabrizio Rondolino (1)(2), e più sfumato, articolato e problematico Luca Sofri (1).

Personalmente, sono d’accordo nell’agire con cautela quando si tratta di sanzionare, censurare, escludere, limitare sul piano legale, per esempio se si tratta di impedire ad una lista di candidarsi alle elezioni e di avere i suoi spazi nelle tribune elettorali. Lo stato liberale e democratico può doversi fare garante di una tale presenza e partecipazione. Tuttavia, io come parte in causa nella dialettica democratica, posso scegliere di non riconoscere e non legittimare quel concorrente, con il rifiuto di interloquire con lui o di invitarlo nei miei spazi se possiedo una televisione o una radio privata. Anche un tale rifiuto è una forma espressiva e, secondo un volterriano coerente, dovrebbe rientrare nella libertà di espressione da tutelare. Questa espressione non vuole negare l’esistenza dell’altro nello stato, vuole negargli il riconoscimento di una pari dignità politica e morale, vuole negare, per esempio, che razzismo e antirazzismo siano due opzioni di valore equivalente. Dunque, è stata lecita la protesta degli scrittori antifascisti e la decisione finale degli organizzatori del Salone del libro di Torino.

La distinzione netta, categorica, assoluta tra fatti e parole è un’astrazione. Sulla base di una tale distinzione non sarebbe possibile identificare e perseguire la violenza psicologica, che può essere più letale della violenza fisica. Dire «A morte gli ebrei», non è come fare un pogrom o sterminarli in un lager, ma ciò non basta per tollerarlo. Cosa significa consentire di farne uno slogan? Di dirlo a ridosso di violenze antisemite? Di dirlo come pratica di attivismo politico organizzato? Cosa significa concedere, anzi valorizzare come principio, la libertà di espressione razzista (poiché fatta soltanto di parole), che riflessi ha sulla libertà degli ebrei, dei neri, dei rom o di altri diversi? Cosa significa consentire di manifestare contro la legittima assegnazione di una casa e poter dire ad una mamma rom, Troia, ti stupriamo, per la libertà di quella donna e dei suoi simili?

Per intimidire, azzittire, emarginare, spesso si usano solo le parole. Posso essere d’accordo con una sentenza della Corte Costituzionale del 1957, di non perseguire l’apologia di fascismo come mera difesa elogiativa del fascismo, ma di perseguirla solo quando è praticata in funzione della riorganizzazione del disciolto partito fascista. È appunto di questo che parliamo riguardo gruppi come Casapound: di attivismo politico, non di chiacchiere dette al bar o in osteria. Questi gruppi alternano modalità di espressione decente con modalità di espressione violente, per non dire autentiche aggressioni, come quella di Casal Bruciato o quelle che mostrano in foto l’editore di Altoforte Francesco Polacchi e altri suoi sodali armati di bastone. Di fronte a questi atti violenti la voce dei volterriani è molto debole o del tutto silente, pare che la loro condanna sia sottointesa e vada data per scontata, diversamente dall’impegno da essi impiegato nella polemica contro gli antifascisti.