Carola Rackete, perché non dovremmo considerarla un’eroina?

La comandante della Sea Watch con sacrificio personale ha salvato la vita di decine di naufraghi

Massimo Lizzi
Jul 3 · 3 min read

Dire di qualcuno che è un eroe, non fa parte della mia retorica. Tuttavia, di fronte all’invito negativo di non considerare Carola Rackete un’eroe, o di non farne un’eroe, mi domando perché no?

Secondo i dizionari, eroico è compiere un atto straordinario, che può implicare il sacrificio di se stessi, per il bene altrui o il bene comune. Il comportamento della comandante della Sea Watch — arrivare a farsi arrestare pur di salvare decine di naufraghi — rientra nella definizione: è stata eroica.

Più di un eroe, una eroina. Ha dichiarato: «ho deciso da sola». Si è assunta ogni responsabilità, per tutelare il suo equipaggio, con il quale probabilmente ha condiviso decisione e azione.

Quale che sia il modo migliore per elogiarla, è sano provare stima, ammirazione, gratitudine per un tale coraggio e riconoscere il suo valore.

Le figure simbolo, le bandiere, gli eroi sono unificanti, aggreganti, mobilitanti. Perciò, la parte avversa le attacca, le scredita, vuole farle ammainare: per dividere, disgregare, far smobilitare.

Qualcuno ha voluto negare il suo eroismo e squalificarla come fuorilegge, perché non sarebbe stata mossa da una vera causa di necessità, in quanto i naufraghi sulla sua nave non erano in pericolo di vita, anzi erano assistiti dalle autorità italiane, e perché avrebbe agito con violenza contro una motovedetta della guardia di finanza.

Le immagini video dell’attracco della Sea Watch al molo del Porto di Lampedusa smentiscono la versione di una manovra violenta, semmai mostrano la sconsideratezza della manovra ostruttiva della motovedetta.

Valutare lo stato di necessità di una nave di soccorso con decine di naufraghi a bordo senza un porto disponibile, allo stesso modo di una nave normale con un porto di destinazione, cioè come una condizione di imminente pericolo di vita, equivale ad aspettare che quella condizione si verifichi, che i naufraghi si ammalino, compiano atti di autolesionismo per essere presi sul serio.

Questo significa ingaggiare una guerra dei nervi, infliggere una tortura psicologica, far soffrire il caldo e condizioni igieniche precarie, trasformare la nave in una prigione sull’acqua, sia pure assistita. Le prigioni sono assistite. Perché le autorità di un paese devono punire in questo modo una nave di naufraghi? Sono queste autorità a dover giustificare il loro stato necessità.

Tra le letture scadenti, non è mancata quella che ha visto la capitana agire, non per una legge superiore, ma solo contro le nostre leggi, altrimenti sarebbe andata in Libia o in Tunisia. Come se lei fosse interna e immersa nelle nostre dinamiche politiche da social-network. Nel denunciare il sovranismo, il populismo, il razzismo, spesso perdiamo di vista la cifra tipicamente italiana: il provincialismo.

La Libia non è un porto sicuro, perché è un paese in guerra ed i migranti sono trattati in modo disumano nei suoi campi di concentramento. Neppure la Tunisia è un porto sicuro per le ONG, perché non ha una legislazione adeguata sul diritto d’asilo, non dà garanzie sul rispetto dei diritti dei migranti, costringe ad attese estenuanti in mare le navi di soccorso.

La comandante della Sea Watch, nel violare un nostro decreto governativo, non ha trovato supporto solo nella sua legge interiore, forte quanto basta, ma anche nel diritto internazionale, nella legge del mare, nella nostra Costituzione e nel nostro codice penale (art. 54). Tant’è che una giudice ha dovuto mettere fine all’infamia del suo arresto.

Negare l’eroismo di Carola Rackete serve anche a questo: a negare la viltà della sua controparte e dei suoi avversari.