Il sesso della violenza

NO-alla-Violenza

Una donna può agire violenza contro un uomo e un uomo può essere vittimizzato da una donna. In tal caso, la responsabilità individuale della donna va giudicata come si fa con un uomo e la condizione dell’uomo va tutelata come si fa con una donna. Dalla possibilità di questo caso particolare è tratta una conclusione generale sbagliata: la violenza non ha sesso, può essere tanto maschile quanto femminile. Non esiste la violenza di genere, la violenza sessista, esiste la guerra tra i sessi. Coinvolge tanto gli uomini, quanto le donne. Poiché gli uomini sono un po’ più forti, fanno un po’ più danno.

A questa conclusione arrivano: gruppi neomaschilisti o mascolinisti e associazioni dei padri separati, che di questi gruppi sono espressione, i quali pensano di dover rimontare uno svantaggio morale maschile; alcune donne che colgono la singolare occasione per sentirsi alla pari, che rivaleggiano con altre donne, che desiderano avere rapporti cordiali con i misogini o quanto meno evitare di fargli da bersaglio; alcuni blogger e giornalisti che vogliono uscire dall’ordinario con novità e rivelazioni capovolgenti. In fondo si tratta solo di un capovolgimento integrativo della tradizionale visione che confonde violenza e conflitto, diffusa tra i giornalisti che parlano di raptus al culmine di una lite o tra gli operatori istituzionali che provano a salvare la coppia, la famiglia, invece della vittima. A supporto del capovolgimento circolano due credenze: gli uomini si vergognano di denunciare i maltrattamenti, per timore di mettere a repentaglio la propria immagine virile; se gli uomini praticano la violenza fisica, le donne praticano la violenza psicologica.

L’intuito, l’esperienza, le inchieste, gli studi statistici offrono rari riscontri. Il solo sentimento di vergogna maschile sarebbe insufficiente per nascondere la violenza femminile di cui gli uomini sarebbero vittime, se una tale violenza fosse davvero un fenomeno di rilevanza sociale. Subire violenza è umiliante anche per le donne e le donne hanno lo stesso senso di dignità degli uomini. Da parte femminile la rinuncia alla denuncia è accertata da numerose inchieste. Secondo l’Istat denuncia solo una donna su dieci. La maggioranza delle donne non riconosce come violenza e come reato gli insulti, gli schiaffi, gli spintoni, l’essere forzata al sesso quando tali comportamenti sono messi in atto dal partner. Ciò nonostante, il fenomeno della violenza maschile emerge ed è abbastanza noto. Parenti, amici, vicini sanno. Spesso sono loro a segnalare situazioni alla polizia. Negli ultimi decenni, le donne si sono organizzate per crearsi centri antiviolenza e case rifugio. Gli uomini, pur disponendo di maggiori risorse, non hanno fatto nulla del genere, anzi ora provano a creare centri di ascolto per maltrattanti. Quando nei paesi anglosassoni è stato tentato l’esperimento delle case per i mariti maltrattati, queste sono rimaste disabitate. Ciascuno di noi può dire di aver conosciuto donne maltrattate. Io posso dire di non aver mai conosciuto un uomo maltrattato, costretto a rapporti sessuali indesiderati, isolato da tutti, obbligato a stare in casa, destabilizzato nell’autostima o messo in pericolo nella sua incolumità dalla partner, nè mai ne ho sentito parlare da parte di miei amici, conoscenti, colleghi, anche se qualcuno di simile da qualche parte esisterà. Quanto alla violenza psicologica, può non dar luogo a violenza fisica, ma la violenza fisica nel rapporto di coppia sempre si accompagna ed è preceduta dalla violenza psicologica, insulti, minacce, intimidazioni. Così è infondata l’idea di una divisione sessuale della violenza, fisica per i maschi, psicologica per le donne.

Le statistiche dei ministeri degli interni e della giustizia nei vari paesi convergono sugli ordini di grandezza: gli uomini sono colpevoli in circa il 90% dei casi di violenza contro un’altra persona e raggiungono la quasi totalità quando si tratta di crimini e reati a sfondo sessuale. Negli anni, qualche ricercatore, in genere vicino ai gruppi mascolinisti, ha provato a proporre ricerche e statistiche da cui emergeva una violenza reciproca e paritaria tra i sessi. E’ riuscito a guadagnare titoli sensazionalistici su alcuni giornali, ma senza ottenere grande considerazione nelle istituzioni e nella comunità scientifica, perchè i campioni di ricerca non erano rappresentativi, i fatti registrati confondevano aggressione e difesa, venivano isolati da un contesto che li potesse spiegare, quando non consistevano in aspettative maschili deluse, per cui gli intervistati denunciavano come violenza psicologica o addirittura come violenza sessuale il rifiuto da parte della partner di avere rapporti sessuali. A dichiarare di aver subito violenza (dai genitori, dalla ex moglie o fidanzata, dalla compagna attuale) sono spesso proprio i maltrattanti allo scopo di giustificare i loro maltrattamenti. Così come gli uomini violenti ribaltano le accuse nella sfera privata dei rapporti di coppia, i maschilisti associati ribaltano le accuse nella sfera pubblica dei rapporti politici e giudiziari.

L’argomento principe che attribuisce la violenza tanto agli uomini quanto alle donne dice che parlare di violenza maschile equivarrebbe a teorizzare l’esistenza di una natura maschile violenta, mentre invece non esistono differenze per natura, siamo uguali, siamo pari, lo siamo anche nella violenza. E’ un caso in cui il principio egualitario è giocato contro le donne. Il gioco consiste nel confondere uguaglianza e simmetria.

Sarà senz’altro vero che nello stato di natura, uomini e donne, come pure bianchi e neri, e altri gruppi umani duali che possiamo nominare, sono tutti potenzialmente violenti e vittime nello stesso modo, perchè uguali. Ma nello stato di una civiltà, di una organizzazione sociale nella quale è egemone una classe, una “razza”, un sesso, l’uguaglianza è negata dalla asimmetria dei rapporti e la violenza diventa espressione e funzione di quei rapporti. Che sono rapporti di dominio e di proprietà. Le donne agiscono violenza molto meno degli uomini, non perchè più deboli o più buone per natura, ma perchè la violenza gli è inutile, in quanto non hanno da ottenere e difendere qualcosa di equivalente al patriarcato, che non è una realtà naturale, ma storicamente determinata. Si dirà che ormai il dominio maschile è in declino. E’ vero, ragione per cui la violenza maschile cessa di considerarsi normale e inizia ad essere finalmente denunciata, ma non per questo diventa meno preoccupante. Quando un potere cade, può diventare più pericoloso e subdolo. Come diceva una femminista di cui mi sfugge il nome, l’uomo in crisi di dominazione si spaccia per dominato. E per vittima di violenza.