L’idea di stupro

Jason Robards - Claudia Cardinale

Lo stupratore, se non è straniero, si presta poco ad essere un buon capro espiatorio. Attraverso i social media, si esprime come umore diffuso l’ostilità colpevolizzante verso la vittima, una mentalità già denunciata ai tempi di processo per stupro. Tuttavia, è molto diffusa ed attiva anche l’indignazione contro tale ostilità, una indignazione rappresentata pure sui giornali. L’Italia è forse più arretrata di altri paesi europei, ma è soprattutto un paese molto diviso e contrastato.

Capita di rimanere perplessi, contrariati, a leggere una donna, una femminista scrivere cose che potrebbero uscire dalla tastiera di un maschilista. Per esempio, domandarsi cosa ci faceva in giro di notte la ragazza vittima di uno stupro. Una visione pessimista vede la cultura patriarcale sopravvivere o attecchire anche tra le femministe. Una visione più ottimista vede il femminismo diffondersi anche tra i settori più tradizionali della società, per cui pure una signora con riflessi un po’ conservatori arriva a dirsi femminista.

Certi riflessi poi sembrano e per certi aspetti sono puro buon senso. Un invito alla prudenza, alla sobrietà, alla vigilanza genitoriale pare la cosa più normale del mondo, perchè la violenza c’è e la tutela dello stato non è sempre garantita. Come discorso privato ci può stare. Anch’io da padre direi ad una figlia di essere cauta. L’ho detto e lo dico a parenti e amiche. Come discorso pubblico diventa problematico. Se dico alle donne di stare attente, si potrà poi dire delle eventuali vittime che sono state disattente. E tutto questo invitare alla cautela è di fatto una limitazione alla libertà di uscire, muoversi e vestirsi come meglio piace.

La cultura dello stupro è fatta di solidarietà con gli stupratori, ma è fatta anche, forse soprattutto, di una idea normale e normalizzante della violenza. Si normalizza la violenza nel rappresentarla divertente: si fa in tante parodie e in genere nella pornografia. Si normalizza la violenza nel rappresentarla naturale, eventualità possibile, probabile come la grandine, le frane, le alluvioni, i terremoti, le tegole che cadono dai tetti, le auto che ti investono, un rischio normale con cui bisogna convivere con molta attenzione. Sta alle potenziali vittime tenerne conto, prima di avventurarsi all’aperto nelle notti buie. Tuttavia, le mura domestiche sono altrettanto insicure, il 70% dei violenti sono parenti, amici e colleghi.

Tanti uomini violenti non lo sono, neppure nei loro retropensieri, magari solo nelle loro fantasie immaginando corrispondenti fantasie femminili. Tanti sottovalutano, non si rendono conto, perciò non hanno una reazione adeguata, non formano ancora una opinione pubblica contro la violenza. Vedono nella violenza sessuale ancora un problema morale, un fatto forse molto schifoso, ma non una tragedia, non qualcosa che può avere a che fare con la vita e la morte, una sproporzione assoluta tra il piacere criminale dello stupratore e la sofferenza inflitta alla vittima. E magari credono che una donna libera e disinibita possa essere capace di affrontare con dignità e laicità una simile esperienza, considerandola soltanto molto sgradevole, come sembra stia per accadere nella scena di un vecchio film western di Sergio Leone.

Il simpatico bandito Cheyenne (Jason Robards) si impone come ospite di Jill McBain (Claudia Cardinale). Appena contraddetto, lui le dice: «Signora, mi pare che non hai capito la situazione!» e lei con sguardo fiero gli risponde: «Ma certo che ho capito. Sono qui sola in mano ad un bandito che ha sentito odore di soldi. Se ti gira puoi sbattermi sul tavolo e divertirti come vuoi e poi chiamare anche i tuoi uomini. Beh, nessuna donna è mai morta per questo. Quando avrete finito mi basterà una tinozza di acqua bollente e sarò esattamente quella di prima. Solo con un piccolo schifoso ricordo in più». Credo di averla ammirata, la prima volta che l’ho ascoltata. Per tanto tempo, io stesso ho avuto questa idea banalizzante dello stupro.

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