La sconfitta della Sinistra in Umbria

Il Partito Democratico ha perso per il declino della Regione. L’alleanza giallo-rossa non ha fatto argine

Massimo Lizzi
Nov 2 · 2 min read
Tipico panorama della campagna umbra (Wikipedia)

La sinistra ha perso le elezioni regionali in Umbria, per molti motivi: amministrava la regione dal 1970; la sua presidente uscente è stata coinvolta nello scandalo dei concorsi truccati alla sanità, quindi obbligata alle dimissioni; il declino economico della regione e l’aumento della povertà tra gli umbri è risultato in questi ultimi anni superiore alla media nazionale, anche in conseguenza del terremoto del 2016; il vento internazionale sovranista favorisce ovunque la destra.

Date queste ragioni, la scelta di allearsi con il M5S non può essere vista come causa decisiva della sconfitta. Il PD aveva già perso il suo primato in Umbria alle politiche del 2018 e alle Europee del 2019. L’alleanza con i 5 stelle, sconfitta con ben 20 punti di distacco, ha solo mostrato di non potere essere un argine, l’inizio di un rimedio, il segno di una inversione di tendenza, soprattutto per il disorientamento degli elettori pentastellati, rifluiti in parte nell’astensione, in parte nel voto alla Lega. Gli avversari dell’alleanza, sia all’interno del M5S, sia all’interno del PD, l’hanno immediatamente messa in questione. In effetti, spenderla subito in una competizione dall’esito perdente ha significato bruciarla. Il PD è passato dalla contrapposizione all’alleanza con i 5 stelle in modo repentino ed è stato precipitoso nel proporre un’alleanza strutturale; una prospettiva forse giusta, che però richiede tempi di sedimentazione e costruzione.

La scelta dell’alleanza di governo è stata necessaria, per evitare nell’immediato di consegnare il paese e le sue istituzioni alla destra, ma poi sarebbe occorsa più collaborazione e meno proclami strategici. Si dice che non basta un’alleanza “contro”. Sembra una frase di buon senso, ma non è del tutto vera. Essere “contro” può bastare, se si è “contro” sul serio. Se la Lega, per le sue politiche, è percepita come un pericolo, tale per cui è naturale praticare politiche ispirate a valori alternativi, l’essere “contro” diventa un essere “per” ed alle elezioni si può avere qualche probabilità di vittoria. Se invece la Lega è percepita solo come un temibile concorrente, allora essere “contro” non basta, e alle elezioni diventa molto probabile perdere.

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