La moralità del gufo

Un elogio del tifo contro


Se non siete tifosi, passate oltre. Se pensate il calcio come un’esperienza puramente estetica (ed è molto, ma non è tutto), allora queste righe non parlano a voi. Non vi giudico; solo credo vi sfugga qualcosa: la differenza tra Messi e Borges, tra Baggio e Vedova, tra Platini e Messiaen. Aspettate un derby come l’uscita dell’ultimo Woody Allen: forse al cinema portate delle aspettative, ma nessun rischio, nessun investimento.

Se tifate, invece, sapete bene di che parlo. L’attesa febbrile delle grandi sfide, la mutazione animalesca nei novanta minuti, la libidine del lunedì… il mal di testa del lunedì. Non siete un orpello, siete parte dell’evento. I vostri riti contano quanto la determinazione della squadra; le vostre indicazioni dal divano possono cambiare la storia di un torneo.

Quando tocca a voi, cioè ai vostri ‘ragazzi’, l’avvicinamento alla gara è segnato: conoscete il vostro posto in battaglia. I problemi sorgono quando il confronto è faccenda altrui e voi rischiate di essere degradati a semplici spettatori: a non-tifosi. Non vi può bastare. Gli agnostici ignorano che significhi avere skin in the game, ma voi lo sapete bene; e non potete rassegnarvi all’ignavia degli amanti del bel giuoco. Vi serve un appiglio per stabilire con chi schierarvi: un gemellaggio, una ricorrenza storica, la presenza di un ex ancora amato (o disprezzato). E più l’incontro pesa, più diviene intensa l’esigenza di scegliere una parte.

Certo, il riposizionamento non è gratuito dal punto di vista emotivo. Se avete il dono della fede calcistica, non sono ammesse abiure selettive; l’esclusione da uno scontro decisivo brucia e continuerà a bruciare dal primo all’ultimo minuto. Siete fuori, costretti a dotarvi di un ripiego per sbirciare dentro a uno stadio che vi rifiuta — piccole fiammiferaie del pallone. Tuttavia, non è il peggio che possa capitarvi. Doversi destreggiare tra due squadre che non fossero la loro capitò persino ai seguaci della dittatura blanca di Gento e Di Stefano. Il dramma è quando a un passo dalla gloria non si trovano due squadre qualunque, bensì i vostri avversari quotidiani.

Allora comincia l’accerchiamento: si spande la melassa autarchica del tifo italiano, tipicamente alimentata dagli agnostici che s’improvvisano ultrà. Talora anche i più malleabili tra i tifosi cedono, sedotti dall’evocazione del ranking Uefa, declinazione appena imbellettata dell’argomento patriottico — argomento risibile, anche in questa versione utilitaristica, perché due finali da sconfitti rimpolpano i coefficienti ben più di una finale vittoriosa.

Quale virtù ci sia nel tifare italiano non ve lo illustra nessuno — né vi spiegano che rilevanza abbiano i confini nazionali per club che, da sempre, attingono capitali e talento a prescindere dalle restrizioni dell’atlante. Da un accidente geografico non può derivare alcun vincolo di fedeltà; e, se siete tifosi, è probabile che vi siate già ribellati a questa superstizione: proverete, forse, affetto per la squadra del quartiere, ma difficilmente legherete il vostro destino a una compagine a chilometro zero.

Disinnescato il pigro richiamo nazionalista, il dilemma rimane: che fare? Se astenersi non è un’opzione, la scelta più ovvia è quella di sostenere gli ‘altri’: l’avversario del mio avversario è mio amico. La tentazione è forte, specialmente quando oltre il centrocampo attende una squadra che ammalia con un calcio incantevole, nutrito di sentimenti antichi e fatturato moderno. Anche questa, però, sarebbe una strategia indolente e un poco pilatesca: all’atto pratico, equivale al tifo contro, ma vi esime dall’onere di riconoscere l’inammissibile violazione del codice decoubertiniano. Senza contare che essa pure implica un tradimento: temporaneo, e certo meno grave dell’intelligenza col nemico auspicata dagl’italianisti a ogni costo; ma un tradimento, nondimeno.

Al tifoso rispettoso di sé, allora, resta una sola strada: il tifo contro. Esercitato con garbo, certo; con leggerezza, se possibile, ma senza compromessi. La fede calcistica ci definisce per sottrazione: qui i nostri colori, lì tutti gli altri. Come il matrimonio, non concede vie di fuga. Non solo il tifo contro non è incompatibile con questo legame: ne è la prosecuzione con altri mezzi. Il tifoso contro non prende a prestito una squadra altrui: sostiene la propria in contumacia.

Certo, sono i trionfi a segnare la storia di un tifoso — ma riempiono il cuore anche le sconfitte dei rivali. A ben vedere, il tifo contro è l’atteggiamento più onesto persino nei loro confronti: non mira a sminuirne le vittorie con l’indifferenza o, peggio, con l’usurpazione. Il tifoso contro non si chiama fuori, investe nell’assenza. La sua morale è reciprocità e simmetria. Il tifo contro nobilita: è un dono all’avversario. Il valore di un successo si misura dal valore degli sconfitti. Se al fischio d’inizio non avete nulla da vincere, fate almeno in modo di avere qualcosa da perdere.