Le compere festive e la vita di tutta la gente

Pieter Aertsen, Scena di mercato, c. 1550

Passata la festa, gabbato il cliente? Non proprio. Nonostante il martellamento mediatico e la provvidenziale calata dei pesi massimi del sindacato, la protesta contro la decisione dei responsabili dell’outlet di Serravalle di alzare le serrande anche il giorno di Pasqua si è risolta in un sostanziale fallimento: appena quattro dei duecentocinquanta punti vendita sono stati costretti alla chiusura, mentre lavoratori e visitatori hanno superato a piedi il blocco stradale imposto dai dimostranti, pur di prendere parte alla festa profana del mercato.

La vicenda accomoda diverse letture: quella macroeconomica (davvero, in un paese in cui la disoccupazione galleggia a livelli di guardia e la crescita latita, il problema sono gli straordinarî?); quella microeconomica (come possiamo pensare che la grande distribuzione, forzata a rispettare vincoli anacronistici come le chiusure prescritte per legge, competa con il commercio elettronico, accessibile con un clic ventiquattr’ore al giorno e sette giorni alla settimana?); quella giusprivatistica (il tema non è stabilire in astratto se le aperture festive siano desiderabili, ma consentire che sia la libertà contrattuale di datori di lavoro e dipendenti a determinare in concreto il punto d’equilibrio ottimale); addirittura quella egualitaristica (è ragionevole voler esentare dal lavoro festivo gli operatori del commercio, quando quattro milioni di lavoratori italiani nei più disparati settori vi sono comunque soggetti?); per finire con l’inevitabile declinazione populistica (“quei lavativi ringrazino di avere un lavoro”).

Da qualunque angolo la si guardi, insomma, l’iniziativa di McArthurGlen appare giustificabile. Argomenti contrarî? Poca roba, se per “argomenti” intendiamo articolazioni razionali: Di Maio che grida alla disgregazione delle famiglie, incassando l’endorsement della Cei; qualche snob che deplora — non senza ragioni, ma perdendo di vista il nucleo del problema — l’estetica poliuretanica dei centri commerciali. Perché, allora, le posizioni dei talebani della domenica senza portafogli continuano a godere di un rilevante credito emotivo? Perché è con la nostra dimensione apparentemente più venale che molti commentatori faticano a scendere a patti.

Un punto di vista ben esemplificato, in un post di qualche tempo fa, da Alessandro Gilioli — oppositore dichiarato di un riduzionismo che ambirebbe a contenere l’individuo nei panni angusti del consumatore, facendogli svestire quelli di “produttore di qualcosa, pedone, attivista di una causa o di un partito, automobilista, partecipante a un evento sportivo, fedele in un culto religioso, partner sessuale, camminatore in un bosco, cazzone sul web, amico, cognato, figlio”. Sicché faremmo meglio a “considerarci tutti esseri umani prima che acquirenti compulsivi” e a riconoscere nel riposo non solo un diritto, ma un “dovere sociale”. Riposo che nessuno, peraltro, mette in discussione traslandolo dalla domenica al giovedì, ma tant’è.

L’antropologia sedimentaria di Gilioli e l’antromentarìa sedipologica di Di Maio trascurano, mi pare, due elementi fondamentali. Il primo è che è comprando e vendendo che gli uomini hanno imparato a convivere e a rispettarsi come pari, fuori dalla riserva dei legami di sangue, trasformando le proprie differenze in vantaggio reciproco: “erano proprio quei crocevia, dove gli uomini si incontravano per barattare pesce con cesti, verdura con carne, oro con spose, i veri posti dover per la prima volta abbiamo imparato a conoscerci e a comunicare gli uni con gli altri” (John Cheever). In altre parole, con buona pace di Aristotele, più che animali politici, siamo animali commerciali.

Il secondo è che l’identità mercantile attraversa e sostiene l’intero prisma dei nostri ruoli sociali. La maggior parte delle nostre decisioni, anche di quelle più intime, ha immediati risvolti economici. Se voglio donare delle rose alla donna che amo, posso sperare di trovare un fioraio aperto; oppure posso, con congruo anticipo, stabilire di coltivarle io stesso: ma anche allora dovrò acquistare i semi, gli utensili, il concime, nonché — nel mio caso — un manuale di botanica per evitare che, dopo mesi di cure, i miei romantici boccoli sfornino profumatissimi kiwi. E la stessa logica può estendersi all’intera lista di Gilioli: tutte le nostre interazioni presuppongono l’esistenza d’infrastrutture — materiali o meno, poco importa — efficienti e sempre in funzione; e queste, a propria volta, si fondano largamente su logiche di scambio. L’automobilista della domenica avrà bisogno di un casellante; il camminatore della domenica di una guida o di un oste; il partner sessuale della domenica — dio non voglia — del farmacista di turno.

È particolarmente curioso che il lavoro domenicale sia osteggiato proprio da coloro che sono soliti agitare come una clava l’abominevole dichiarazione che apre la costituzione italiana; e difeso in questa sede — se mi è concessa una minima digressione autobiografica — da uno i cui geni siculi, innaffiati all’ombra della Serenissima, non riportano esattamente lo stampo di uno Stachanov. Ma il vero tema non è il lavoro, a ben vedere, bensì la libertà del lavoro. Al protagonista di Tutto scorre, Vasilij Grossman mette in bocca queste parole: «un tempo pensavo che la libertà fosse la libertà di parola, di stampa, di opinione. Ma la libertà è tutta la vita di tutta la gente; ecco cos’è: è il diritto di seminare quel che vuoi, di fare scarpe, soprabiti, di cuocere il grano che hai seminato, per venderlo o non venderlo, come vuoi tu». La libertà è anche la libertà di vendere o comprare un paio di Prada, la domenica; oppure di passarla in casa, a fare il cazzone sul web.

[Articolo apparso, in versione ridotta, su Il Foglio del 22 aprile 2017]