Ricerca, strumentalizzazione e paura: il caso di Lisa Littman e della (presunta) “disforia di genere a insorgenza rapida”
Mettere in dubbio uno studio scientifico solo dopo che i risultati hanno attirato le critiche di una delle parti coinvolte non è di nessun aiuto né per evitare strumentalizzazioni, né per difendere la fiducia nella scienza

Uno dei tanti grandi mali che affliggono questi tempi strani si riassume in una parola particolarmente brutta: strumentalizzare. Prendere un’azione, un’opinione, una dichiarazione di qualcuno, sradicarla dal suo contesto, privarla della sua complessità, e utilizzarla come fosse una clava per percuotere i propri avversari, rafforzare le proprie posizioni, ottenere qualche vantaggio personale. Si tratta di un meccanismo che ha ormai pervaso il dibattito pubblico, e dalla politica urlata al cattivo giornalismo, passando per le immancabili liti sui social, si sta ora diffondendo verso contesti che fino a non troppi anni fa erano considerati immuni da questi pericoli. Ad esempio quello della ricerca scientifica.
L’uso della strumentalizzazione come arma è diventato tanto comune, e tanto temuto, che oggi è sufficiente il solo sospetto che qualcosa possa venire strumentalizzato da qualcuno per far scattare allarmi e censure più o meno preventive.
L’ultimo caso riguarda un paper pubblicato sulla nota rivista scientifica PLOS ONE e firmato da Lisa Littman, medico e ricercatrice alla Brown University. Lo studio è il primo a definire la condizione di disforia di genere a insorgenza rapida (rapid onset gender dysphoria, ROGD): un improvviso disagio o rifiuto rispetto al genere assegnato alla nascita che si manifesterebbe in giovani ragazze e ragazzi durante la pubertà o dopo il suo completamento, senza che durante l’infanzia fossero emersi comportamenti simili. L’analisi riporta che diversi casi di questo fenomeno si sarebbero registrati all’interno di gruppi di coetanei (soprattutto gruppi di giovani ragazze) nello stesso periodo temporale, suggerendo che la disforia di genere possa essere “socialmente contagiosa”.
Appena pubblicato su PLOS ONE, il paper ha subito attirato dure critiche da parte di gruppi di attivisti e difensori dei diritti delle persone transgender, che ne hanno messo in dubbio la validità scientifica, in particolare rispetto alla metodologia dell’indagine. Le voci di protesta hanno infatti sottolineato come l’autrice abbia realizzato l’analisi interpellando i genitori di ragazze e ragazzi che avrebbero manifestato disforia di genere, senza però raccogliere le testimonianze dirette delle ragazze e dei ragazzi coinvolti. Inoltre, le persone interpellate sono stati rintracciate esclusivamente attraverso siti frequentati da genitori preoccupati per l’improvvisa disforia di genere manifestata dai figli.
Queste critiche, diffuse online e sui social media, hanno attirato rapidamente l’attenzione delle istituzioni coinvolte. E le risposte non si sono fatte attendere. Prima, la rivista PLOS ONE ha messo in discussione la metodologia dello studio (che la rivista stessa aveva appena pubblicato), annunciando un’insolita verifica post-pubblicazione (ma mantenendo comunque il paper disponibile online). E poco dopo, la Brown University ha a sua volta reagito cancellando dalla sezione notizie del proprio sito l’articolo che aveva dedicato ai risultati della ricerca. In una nota, l’università spiega che la ragione per la cancellazione della notizia non starebbe nella natura controversa dello studio, ma nei dubbi sulla sua solidità scientifica espressi da PLOS ONE.
Tutto questo, com’era ampiamente prevedibile, ha a sua volta attirato nuove critiche e non è stato di nessun aiuto per fare chiarezza rispetto ad un tema complesso ed estremamente delicato. Né si è dimostrato utile per fermare semplificazioni e strumentalizzazioni dei risultati.
La metodologia dell’analisi di Lisa Littman può sembrare effettivamente debole, ma c’è da considerare che l’argomento oggetto dello studio è ancora poco analizzato a livello accademico. E la stessa autrice, presentando i risultati della sua ricerca, invita altri ricercatori a farsi avanti per approfondire il tema con nuove indagini ed analisi.
Mettere in dubbio la validità scientifica di un paper dopo la sua pubblicazione — e solo dopo che quello studio ha sollevato critiche rumorose da parte di gruppi collegati ad una delle parti coinvolte — non aiuta in nessun modo la ricerca scientifica, soprattutto in una fase in cui la fiducia nella scienza è messa in discussione da ciarlatani, gruppi d’interesse e politici che si credono molto furbi (ma non lo sono).
Se uno studio mostra seri problemi metodologici, questi devono essere individuati prima che venga pubblicato. E se invece ci sono abbastanza elementi per confermare la pubblicazione, allora i risultati di quello studio vanno difesi. Ricordando che la ricerca scientifica è un processo di miglioramento continuo delle conoscenze e che — soprattuto quando si parla di fenomeni ancora poco studiati — è sempre bene muoversi con estrema cautela e aspettare con pazienza nuovi studi e nuovi dati prima di avanzare conclusioni parziali ed affrettate.
