Studiare giornalismo in Italia e negli Stati Uniti: senza differenze, in nome di una buona storia da raccontare

Voler raccontare storie, guardando negli occhi chi le ha vissute cercando di rendere al meglio ciò che viene elargito con le parole: essere studenti di giornalismo in Italia e negli Stati Uniti, in fondo, è la stessa cosa.

In visita alla sede dell’IFG di Urbino — attiva con il primo anno del biennio 2016/2018 — sono stati accolti sei dei 40 studenti del Journalism Department dell’Ithaca College di New York, tutti partecipanti al corso estivo ‘The Urbino Project’ organizzato dall’Institute for Education in International Media.

Gli studenti newyorkesi nell’aula dell’IFG di Urbino insieme ai colleghi italiani — Foto: Matteo Marini

In lingua inglese, superato l’imbarazzo, c’è stato il confronto da due prospettive diverse sullo stesso percorso: il giornalismo. Dal reportage svolto in piena ‘zona rossa’ a Camerino dopo il sisma del 26 ottobre 2016 ad uno sguardo sugli agriturismi e sulla nascita di una figura ibrida tra fattore e albergatore, passando anche per l’analisi del turismo in Urbino e sulla preparazione della città ducale in caso di terremoto.

Superata la barriera del linguaggio — qui la mappa sulla diffusione dell’inglese in Italia — gli studenti statunitensi non hanno avuto alcun problema nell’esercitare all’estero la professione, dalla ricerca delle fonti alle interviste, passando per le riflessioni sul modo migliore di raccontare una storia.

Tutte fasi, appunto, che ogni giornalista si trova a vivere, a prescindere dal luogo in cui si trova e dallo strumento che sceglie di utilizzare. A mettere a nudo le differenze, invece, sono stati gli allievi della scuola, che hanno ‘punzecchiato’ i colleghi chiedendo un pensiero sulla propria carriera nel paese governato dal presidente Donald Trump e sulla sovra-esposizione di celebrità su temi di politica, evenienza che in Italia si verifica in misura decisamente minore rispetto agli States.

Dalla speranza di una buona carriera giornalistica nonostante ‘The Donald’ allo stupore nel fatto che le celebrità italiane raramente si lascino andare in endorsement per il politico di turno (l’inequivocabile “Really” di Avalon e Kristen parlava da solo), i ruoli sono cambiati, e gli studenti newyorkesi hanno chiesto cosa si ha intenzione di fare dopo la scuola, quando si scenderà sul campo. La risposta, per quanto banale, è affascinante: fare il lavoro di un giornalista, cioè quello di raccontare storie rendendole al meglio, proprio come accade negli States e in tutto il mondo, finché ci sarà penna pronta a scrivere e occhio pronto a catturare.