Le cose a volte sono così grandi e complicate che per comprenderle non bastano 5 sensi.

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“Life is too important to be taken seriously”. Circa trent’anni fa lessi per la prima volta questa frase su un poster regalatomi da mio padre, che lo aveva acquistato a Parigi in qualche mercatino dell’usato. Era un poster bellissimo, me lo ricordo: ritraeva un elefante che pareva ridere sotto una cascata d’acqua… e riportava quella scritta in giallo, come didascalia. E’ un ricordo cui sono molto affezionato poiché è stato dalla vista di quell’immagine che la mia vita ha preso una direzione precisa. La frase (che dopo seppi essere attribuita a Oscar Wilde) divenne una delle frasi simbolo di gran parte delle mia attività negli anni a seguire, e diventò pure lo slogan dell’Accademia Nazionale del Comico, quando feci incorniciare il poster dell’elefante e lo affissi in una delle aule della scuola. Se qualche hanno dopo, con il primo trasloco di sede, perdetti quel mitico poster, la frase che era sopra riportata rimase negli anni successivi e è arrivata fino a oggi, a significare il vero senso del lavoro mio e dei miei colleghi e collaboratori più stretti. “La vita è troppo importante per essere presa seriamente” è una verità che sempre più è confermata da dati reali, che affermano quanto sia importante sviluppare e tenere allenata la propria intelligenza umoristica per vivere, relazionarsi e lavorare meglio.

Se pensiamo a quanto e come il senso dell’umorismo sia utile in ogni momento nella vita, ci rendiamo conto infatti che la sua importanza va ben oltre lo svago e il divertimento. E la scienza dimostra che è vero: piaccia o no, ognuno di noi è chiamato a mettere in funzione il proprio senso dell’umorismo per il 75% della propria comunicazione. Ogni volta cioè che per qualche motivo vogliamo stimolare l’intelligenza umoristica del nostro interlocutore (attraverso la nostra ironia o auto-ironia) ma anche quando capita il contrario. Quando la risata è un mezzo per presentare e vendere un’idea (pensiamo agli spot pubblicitari), gestire i conflitti intra e inter-personali, renderci più affascinanti nei confronti di un interlocutore o di un uditorio (pensiamo alla politica), gestire lo stress o creare benessere personale e sociale.

Così è, secondo me, e così la pensano sempre più le aziende, i professionisti, chi fa business, chi coordina gruppi di lavoro, chi entra in politica, chi è a contatto con il cliente, chi vende, chi compra, chi negozia. Sull’esempio pionieristico del Regno Unito, di USA e Canada, oggi, infatti, anche in tutto il mondo molte aziende all’avanguardia stanno sempre più accordando fiducia a questa divertente ed efficace innovazione nell’ambito della formazione: applicare l’umorismo, utilizzarlo e farlo agire nella vita sociale e professionale, ricreando, in ogni ambiente e in ogni circostanza che lo consente, una vera e propria zona franca dei livelli cognitivi, utile a smussare le differenze di stile, a ridimensionare le barriere linguistiche e meta-linguistiche, a superare i filtri culturali, sociali e individuali e a predisporre la mente alla produzione, all’elaborazione e alla condivisione d’idee e azioni.

Del resto lo sapevano anche i grandi maestri Zen dell’antichità, che attraverso i koan cercavano di provocare quel cortocircuito utile se non proprio al raggiungimento del satori, almeno a una maggiore consapevolezza di se e del mondo: la vita è un qualcosa di terribilmente grande e importante, così vasta e complicata che non si può comprendere (e prendere) solo attraverso i cinque sensi base… occorre un senso più evoluto. Forse quello dell’umorismo.

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