Tema

Un corpo odiato.

“Rifletti sul tema del rapporto, spesso conflittuale, dell’adolescente con il proprio corpo.”

Matteo Aquila
Jul 25, 2017 · 5 min read

È difficile parlare di ciò che non si conosce. Ed è ancora più difficile parlare di un argomento così delicato come il rapporto degli adolescenti con quella strana cosa in continuo cambiamento che sono costretti a portarsi dietro — il loro corpo. Così, quando mi è stato chiesto di parlarne, sono stato preso da un leggerissimo attacco di panico: da dove partire per descrivere un fenomeno che, da un certo punto di vista, mi riguarda da molto vicino in quanto esponente della categoria “Giovani folli in balìa degli ormoni” che, per fortuna, viene comunemente chiamata con il ben più discreto termine “teenager”? E soprattutto, come parlare di qualcosa che credevo non mi potesse toccare?

Per discorrerne con un minimo sindacale di serietà, avevo deciso di informarmi “meglio” sull’argomento e cogliere un’occasione offertami da Netflix, che in data 14 luglio ha rilasciato un film che poteva fare al caso mio: “To The Bone”, storia di Ellen (Lily Collins) , una ragazza anoressica che, dopo il fallimento di ogni altra terapia, decide di affidarsi spinta dalla famiglia alle cure apparentemente bizzarre del dottor Beckham (Keanu Reeves).

Netflix

In questa nuova struttura, una semplice villetta gestita da un’infermiera dal dubbio senso dell’umorismo, sette ragazze e un giovane inglese, tutti affetti da disturbi alimentari, si scontrano quotidianamente con la propria malattia e con gli effetti che essa comporta sul loro modo di essere e di approcciarsi al mondo. In una serie di eventi tragicomici, dove spesso ti trovi a chiederti se stai sorridendo per simpatia o per pietà, si vede scorrere sullo schermo un vero e proprio inno alla vita che si concretizza in particolar modo nella commovente scena della pioggia artificiale, un ballo sul mondo che pare lavare ogni timore e far rinascere un germe di speranza in quei ragazzi fragili. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che sia la regista (l’esordiente Marti Noxon) sia l’attrice protagonista (la bravissima Lily Collins) hanno avuto loro stesse un passato tormentato da anoressia e bulimia, traspare chiaramente come questo film sia un documento prezioso per capire cosa si nasconda nei protagonisti di certi fenomeni.

Ciò che però mi ha lasciato perplesso è stato il finale: ammetto che al primo impatto non avevo proprio capito quale messaggio stesse cercando di dare. Senza anticipare nulla, il film termina con una scena sognante, rappresentazione di ciò che sembra essere la psiche di Ellen, ma che purtroppo si rivela molto criptica, sembra non spiegare nulla. La pellicola ti abbandona di botto, ti lascia tante domande sul passato ma soprattutto sul futuro, affidando all’immaginazione dello spettatore il compito di scoprire cosa succederà poi. Mi sono trovato smarrito, non lo nego, nel constatare che dopo la visione di “To The Bone” mi trovavo con più dubbi sull’argomento di prima.

Come si può parlare di qualcosa che non si comprende? Me lo sono chiesto tante volte durante questi giorni e ho posticipato sempre più la stesura di questi pensieri, timoroso di ripetere banalità ormai già affermate da tantissimi. Se provavo a ripensarci, mi tornava in mente solo un grande nero, traccia di quel dolore che mi ritengo fortunato a non aver mai dovuto sperimentare ma che mi trovavo “costretto” a descrivere; non potevo tirarmi indietro proprio per una questione di principio, per un senso del dovere di dare una versione dei fatti corretta e non campata su ipotesi di esterni e idee estranee che ormai sono diventati clichè comuni.

E così, in mezzo a questi pensieri, sdraiato sul letto cercando di prendere sonno, quando “la ruota del criceto” si mette in moto e il cervello comincia inconsciamente a collegare i concetti più assurdi per trarne sogni, ho finalmente capito: il film aveva centrato il suo obiettivo.

C’era un filo conduttore in tutta la storia che si snodava sotto ai miei occhi e a cui non avevo prestato la minima attenzione: la paura. Paura di essere sbagliati, paura di apparire diversi, paura di esprimersi, paura di cambiare. E ancora, paura di rimettersi in gioco, paura di discutersi, paura di impegnarsi in relazioni autentiche, paura di sperimentare, paura di vivere davvero. Questo ha trascinato Ellen nel suo abisso: il terrore del futuro, la paura di ciò che non conosceva. Si riconduce tutto qui. Ellen, i suoi genitori e parenti, i suoi compagni della casa, tutti sono legati al giogo del timore.

Come si fa a non aver paura di ciò che non si conosce? In un periodo oscuro e nebuloso come l’adolescenza, perdipiù, si è travolti da un turbinio di sensazioni nuove, esperienze inedite, cambiamenti impetuosi e senza via d’uscita: tutto questo spaventa oltre ogni dire e purtroppo molti ne vengono urtati più di altri. Quando ti trovi sull’orlo di un baratro, basta un minimo alito di vento per farti cadere giù: la situazione familiare di Ellen, un commento maligno su una foto, una presa in giro sentita da lontano. Un adolescente, sensibile per definizione, si sente nella vita come un peschereccio su un mare in tempesta.

In questo periodo dove tutto cambia, un giovane cerca di riottenere una parvenza di senso di controllo sfogandosi sull’unica cosa che può modellare: non il mondo, non gli altri, ma il proprio corpo. La carne rappresenta l’unico modo per tentare di controllare lo spirito e una ragazzina che lo scopre tende ad ubriacarsi di questo irragionevole potere fino a tendere drammaticamente verso l’autodistruzione. È un ciclo terribile e l’unica persona che può fare qualcosa per fermarlo è la vittima stessa. E quel qualcosa è capire.

Alla fine Ellen, moribonda e disperata sotto il sole dell’Arizona, capisce che ha ancora appigli a cui aggrapparsi e una via per tornare a vivere, comprende lo stato in cui si è ridotta e decide di ripartire. Questo è quello che l’ultima scena vuole trasmetterci: il fatto che noi, dall’esterno, non possiamo capire. I disturbi alimentari e il non sentirsi in pace con il proprio aspetto sono problemi puramente psicologici e in quanto tali sono alimentati da una miriade di cause diverse e pensieri intricati. Pur sforzandoci, pur tentando, non possiamo capire, ma possiamo aiutare, proprio come il dottor Beckham: a lui non interessa parlare di malattia, di cibo, di problemi; il suo fine è convincere Ellen che la sua vita merita di essere vissuta. Spinge i suoi pazienti a sconfiggere le loro esitazioni e a tuffarsi sotto l’acqua, tenendosi per mano.

Probabilmente avrò scritto banalità, superficialità e supposizioni infondate, ma perlomeno so di aver fatto del mio meglio. La cosa più bella è che ho imparato dalla storia di Ellen quello che credo sia una bellissima verità: certe volte non bisogna aver paura di non sapere o di fallire nel tentativo di capire, ma fidarsi nell’ostinata convinzione che le cose non possono andar male e che il meglio deve ancora venire.

Matteo Aquila

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