C’è una canzone militante di Franco Battiato del periodo d’oro, Up Patriots To Arms, che lancia proclami perentori su diversi temi. Lo fa con quello stile lì per cui in Italia nei primi anni Ottanta in classifica c’erano cose che non ci sarebbero state mai più, né prima né dopo. È Battiato: un gigante, uno che non ha mai scambiato il popolare con lo stupido e l’intelligente con l’elitario, e in alcuni momenti della sua carriera ha avuto il tocco del pifferaio magico, quello che unisce tutti e li porta in giro felici. La canzone tra le altre cose dice:
Mandiamoli in pensione, i direttori artistici, gli addetti alla cultura.
È una frase che tutti ci sentiamo di sottoscrivere forse perfino a monte del suo senso logico: se anche non ne avesse senso, ci piacerebbe sventolare un pugno nel cielo e gridare quel verso in piazza. Poi nello specifico guarda caso il senso ce l’ha: l’Italia è un paese contadino che ha imparato a scrivere e parlare da poco, e chi è importante nella cultura del nostro paese in genere rappresenta una categoria poco accessibile, settaria, conservatrice, parastatale, che ribadisce sé stessa e la tradizione prima di qualsiasi altro. Gli addetti alla cultura e i direttori artistici, quando li senti parlare in televisione, sono vecchi e cisposi dentro, come gatti obesi perfetti per un bar della Bassa ma non per prendere decisioni né di cultura né di industria. Vai all’università e vedi professori che scelgono le persone più studiose, legano loro le caviglie, le fanno lavorare per progetti di ricerca vecchi e marci, a vent’anni, per ribadire subito il senso dei ranghi, del sistema, prima di spronare — per carità — qualsiasi entusiasmo o indole culturale.
Che cos’è, poi, questa cultura? Chi lo decide? In genere lo decidono loro, quelli dello status quo: whatever they want è cultura, il resto no. È anche in qualche misura bello così, viene da dire, perché in questo modo le forze emergenti hanno dei bersagli, degli obiettivi da abbattere. Questo discorso, che è la naturale risposta a qualsiasi argomento di rinnovamento strutturale di un sistema, è sbagliato in partenza. Ipotizza che il sistema non abbia fatalmente delle involuzioni di tanto in tanto, ma che le preveda e le tuteli per statuto allo scopo di spronare le novità schiacciandole. Capite che correre sui cocci di vetro per puntare all’oro mnei tremila siepi è una cretinata, no? La lotta alla polvere si può e si deve fare sempre, e cominciare dai premi letterari può essere un’idea.
I premi letterari hanno una caratteristica intrinseca da cui non possiamo prescindere: sono l’unico racconto sulla società letteraria del paese, escluse le rarissime polemiche sulle pagine della cultura dei quotidiani che vedono Scurati litigare con qualcuno. Le storie funzionano, appassionano, fanno vendere, e la storia della gara tra scrittori raccontata ogni anno quelle due o tre volte ha un senso normale e pacifico. Non è vero, come si dice spesso, che i premi letterari non servono a niente: servono perché fanno un filo di gossip, se i protagonisti non fossero stitici come delle vecchie stronze milionarie in casa di riposo sarebbero anche divertenti, e comunque poi metti la fascetta e tiri un po’ di più. Altra questione è cosa rappresentino i premi letterari. Ecco. È qui che dobbiamo discutere.
I premi letterari, che secondo J. Rodolfo Wilcock vanno somministrati su un tavolo anatomico, posteriormente, come suppostoni lubrificati di stima coltissima, rappresentano qualcosa all’interno e qualcosa all’esterno. All’interno sono il campo giochi degli uffici stampa (Strega), degli uffici commerciali (Bancarella) e delle case editrici in toto con un pizzico di giuria popolare (Campiello). Soprattutto per i primi due è facile conoscere i risultati in anticipo e prevederli almeno a spanne, se non proprio a titolo.
Fuori però i premi letterari sono o dovrebbero essere il meglio della letteratura italiana dell’anno. È una letteratura popolare? No. Quasi mai. Ma non è quello il punto: siamo oltre. Ai premi letterari accedono scrittori che a volte uno non ha mai sentito, e che aspirano a qualche forma di altezza, di raffinatezza non meglio specificata. Li intervistano alla radio, tu li senti, e hai la sensazione che a parlare siano persone che non hai mai sentito, e va be’, ma che parlano una lingua da scrittori, raccontano con fatica, quasi fastidio, il proprio lavoro già vago di per sé. Fossero mobilieri, direbbero: «Guardi, non le dico lo scorno. Ho vomitato tutti i giorni per imbottire i cuscini del divano su cui è seduta adesso, che tra l’altro non so se si rende conto, insomma, è stupendo». Aal che uno si alza dal divano, esce, ringrazia e non entra mai più. Non sono Homo sapiens normali, quelli, ma Homo sapiens litterarius. È una popolazione che può ovviamente riprodursi con i sapiens, ma esibisce un divario comunicativo violentissimo. I litterarius tra di loro si capiscono benissimo, parlano un codice proprio, e tu da fuori sei lì che li vedi, ti sembrano tutti vicepresidi del tuo liceo, ti fanno orrore, pensi che se la cultura è quella cosa lì, se i libri importanti li fanno persone così, tu con i libri non vuoi avere niente a che fare. Pensi che quegli addetti alla cultura, quei direttori artistici, vanno mandati in pensione. E hai ragione.
Quello che ruota intorno a questa società dei libri in mostra al premio, a cominciare dalle signore eleganti con i capelli di legno aerografato che assistono alla premiazione, fa altrettanto schifo. Anche dettagli normalissmi, come le giacche dei convenuti, le sedie e le aste dei microfoni, ti diventano intollerabili agli occhi. Un po’ come lo scopare di Berlusconi nei racconti di Villa Certosa, che se c’è una cosa normale e bella che si fa tutti con gioia è proprio scopare, ma quando vedi il contesto e la situazione e i soggetti e le intercettazioni, ti accorgi che anche le scopate ti sembrano orrende, e orrende non sono, è chiaro, le cravatte, gli applausi e i microfoni scuri non hanno nessuna colpa.
Ma la sensazione di cultura è una puzza che sa come di pipì vecchia, e nei premi letterari quella c’è sempre. Basterebbe che fossero dei premi di gente che vende dei foglietti di carta incollati, dei libri senza quel senso di urgenza e di pregio a priori che ci mettono loro, e già andrebbe meglio, saremmo tutti più sereni. Invece lì c’è proprio la sensazione di cultura. D’altronde la cultura si vede perché te ne arriva un pezzo e ti colpisce, ci pensi, la riconosci in sé: non perché ha intorno dei buttafuori. Eppure chi sta dentro la cultura, e comprensibilmente, come tutti quelli che fanno un lavoro e ne frequentano l’ambiente, trova meno fastidiosa questa idea che la letteratura italiana ha di sé, questo viversi come fondamenta del paese senza che la cosa abbia un minimo riscontro all’esterno. È un fenomeno assurdo per cui questo circo ha un senso tangibile a volte solo per i fatturati (fatturati che, ribadiamolo perché qui il discorso dell’autenticità gratuita è sempre pericolosamente in agguato, ci piacciono tantissimo anche e soprattutto quando sono legati alle idee, ai libri, ai film, ai videogiochi, alla creatività, a un’industria culturale di qualsiasi tipo), ma i fatturati sono un tema delicato che non si nomina per discrezione, si sa ma non si dice, come che Spadolini era ricchione, e si fa finta di aspirare tutti all’immortalità artistica.
Francesco Piccolo è la kriptonite di tutto questo. È una persona simpatica, divertente, comprensibile, che parla dell’Italia con passione, e che da tempo lavora, mentre scrive, in ambiti della comunicazione che hanno a che fare con l’oggi. Quando scrive foglietti incollati, ne scrive che piacciono e che vendono. Quando parla, dice cose intelligenti che fanno riflettere. Non ci sono i buttafuori, non c’è quel ragionamento tormentato che si distingue, né l’idea che quello che si fa sia diverso rispetto alla scrittura di una sceneggiatura per il cinema o di un programma televisivo. Il tipo di scrittore e di intellettuale rappresentato da Francesco Piccolo è raro, rarissimo, quasi unico, tanto che quasi non rappresenta nulla se non sé stesso.
Quasi tutti gli scrittori dei premi letterari, se aprono bocca, danno la sensazione della cultura. Un po’ come degli attori di prosa ma nemmeno seduttivi. Francesco Piccolo no.
Francesco Piccolo, vincendo lo Strega, ribadisce il concetto di fondo per cui gli scrittori italiani non sono come lui, non sono come noi: sono intenti a partecipare alla società letteraria, che sarà anche una cosa piacevole da dentro ma non importa a nessuno da fuori. L’idea di salvare il mondo stampata in faccia è funzionale al ruolo, e credo che si acquisisca in anni di editoria italiana, cena dopo cena, salone dopo salone. Eppure Francesco Piccolo ne è esente, anche se è di quel mondo, e sa dire delle cose interessanti che non hai sentito prima e ti fanno pensare. Si capisce che non fa la scena come Scurati perché non è preoccupato. Io sono sempre colpito dalla capacità degli scrittori di essere sempre tutti preoccupati. Non si capisce da cosa venga questa preoccupazione né a cosa tenda, ma c’è, invariabile: inspirano l’aria tra i denti parlando dell’amore, della società, dei poveri e dei ricchi, dei sani e degli infermi, scuotono la testa, ripiegano le labbra contro i denti nell’espressione del dispiacere profondo. Forse ho capito cosa temono veramente: hanno paura che vinca uno come Piccolo e sia improvvisamente chiaro a tutti che il mondo letterario italiano è nella quasi totalità una manica di disperati che si danno un tono.
E allora vorremo forse che Piccolo non vincesse premi come lo Strega, che li lasciasse affondare nel proprio vecchiume dentro a montagne di lanugine soffocante? Temiamo che figure come la sua restituiscano quell’umanità che manca fisiologicamente alla bizzarra istituzione premistica, premiale, premica? Io detesto il tanto peggio tanto meglio in qualsiasi ambito. Penso che una integrazione tra il dentro e il fuori sia impossibile, e credo che le due genie di letterati di cui sopra esprimano una opposizione perfetta, per cui nel negare l’un l’altro si danno senso e forza. Quindi andrà avanti così: che certe volte vincerà qualcuno tipo Francesco Piccolo, e mentre applaudi ti verrà da dire ma guarda un po’, guarda come sono strani gli altri candidati, che roba inspiegabile, che vecchi animali estinti.
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