U2: il disco di tutti/ nessuno

Songs of Innocence canzone per canzone, con tutto quello che costa

Raised by wolves, stronger than fear

Sono stato un fan scatenato degli U2, e da ragazzino li ho amati forte. Sono stati un gruppo fondamentale e fino a metà degli anni Novanta erano una bomba atomica. Il 98% dei grupponi di oggi può sognare di portare in giro un tour come ZooTV, anche a vent’anni di distanza. E tutti quelli che sostengono che gli U2 siano un gruppo da sempre orrendo lo fanno perché sono insicuri e non sanno le cose, poveri. Stiamo loro vicini, mentre vanno a vedere gruppi dell’Idaho che hanno fatto un EP a 78 giri recensito bene su Pitchfork.

Detto tutto questo, sono parecchi anni che gli U2 fanno dischi pieni di canzoni con urletti e inni da stadio, anticipando quella tendenza che i Coldplay incarnano con un senso di contemporaneità maggiore solo per via del loro passato discografico meno consistente. I soldi si fanno dal vivo, e dal vivo gli U2 ne fanno delle montagne. I dischi si vendono poco ma servono per far girare i tour, e gli U2 riescono a fare arrivare il disco per un mese sui computer di tutti con questo stratagemma Apple. Tutto giusto. Peccato che Songs of Innocence sia un disco molle come un fico, pieno della solita formula riff–strofa banale–ritornello slogan con urletto che coinvolge. Peccato che qua e là si intraveda quel fuoco lì che uno non dimentica (ma proprio perché ha della riconoscenza), soffocato da un cincischiare compiaciuto che ti leva gli schiaffi dalle mani, senza un filo di vera gioia. Ancora un po’ che aspettano a fare un bel disco, tornano a dire qualcosa che non sia sociologia contemporanea per le masse in festa, e arrivano i cyborg a suonare al posto loro. Detto questo, ho l’impressione che Songs of Innocence sia uno dei migliori loro album degli ultimi tempi. Il problema è che non basta, è ancora una volta un disco che si perde nel tentativo di piacere a tutti, e così facendo non piace veramente a nessuno: risulta gradevole per chi compra pochi dischi e molto banale per gli altri. Ed è proprio un peccato.

Ecco le canzoni una per una.

The Miracle (Of Joey Ramone)Un pezzo festaiolo tribale con l’urletto, che è la tipologia tipica degli U2 degli ultimi anni. Strofe a immagini, linee melodiche inconsistenti, e un ritornello da cantare tutti insieme dal vivo. Il disco si apre così. Il suono di Edge è sempre interessante, ma il resto è banale.

Every Breaking Wave Un giro di basso e un andazzo che ricordano vagamente “With Or Without You”, quando le canzoni dicevano qualcosa e avevano strofe e ritornelli. Canzoncina senza costrutto perfetta per pubblicità.

California (There Is No End To Love)Rintocchi di campane. Poi parte qualcosa con mantra che ripete «Santa Barbara», citando in qualche giorno “Barbara Ann” dei Beach Boys, vero inno al divertimento totale, canzone registrata in cucina con un gruppo di amici in costume sbronzi di birra. Qui invece si parla della California, fino al ritrnello con urletti e falsetto. La canzone non è pessima come certe malattie, ma senza il mondo è proprio uguale. Urletti e ritornello da stadio.

Song for Someone Una ballata malinconia degli U2, finalmente con un barlume di ricordabilità, con un inciso che si apre e urlo d’ordinanza, certo, ma questo è un pezzo che può tenere in piedi qualcosa. «If there is a light we can always see» è un verso che tutti, anche con un inglese molto stentato, possono cantare a gola spiegata. Bellino anche l’assolo di Edge. Il pezzo è anche munito di Stop & Go, quindi in teoria va bene. Peccato che sembri una canzone da spot, con strofe banali, ritornelli banali, urletti noisi, un disastro per spot di coni gelati.

Iris (Hold Me Close) Echi, riverberi, falsettini che introducono un pezzo veloce accompagnato da una chitarra che ricorda i vecchi U2 di The Joshua Tree. Strofa debole, ma apertura «Something in your eyes, took a thousand years to get you» cui segue «Hold me clooooose, hold me cloooooose and don’t let me go», «I’ve got your light inside of me» e ululati. Perfetta per la dinamica che monta e poi si apre, con tutti gli elementi al posto giusto. Tutto questo in teoria. In assoluto invece non è niente di che, ma siamo disperati e tutto fa.

Volcano Brano andante, come se ce ne fosse bisogno, come se il ruvido e semplice fosse un tono che viene bene agli U2, in un mondo di Black Keys e Jack White. Ma facciamo finta di sì. Senza infamia e senza lode, allegra. Meno molesta delle altre, sarebbe un pezzo di passaggio tra canzoni sensate. Invece risulta una specie di sollievo sospiratissimo.

Raised By Wolves C’è un pianoforte in sottofondo, incredibile dictu. Parte la strofa di Bono, e la strofa ha un po’ della litania gospel, ricorda Rattle & Hum in qualche modo. Poi arriva della melodia, una tonnellata di riverbero, «I don’t believe anymore». Ancora Edge con il suo delay vecchia scuola di ordinanza. Il pezzo sembra non voler partire, non ci si crede più. Arriva il ritornello. È un pezzo. Finalmente, cazzo. Ricorda le prime cose new wave. C’è sicuramente troppa produzione, troppo cincischiare, ma almeno c’è una canzone che dice qualcosa e ha un bel ritornello, siamo stati cresciuti dai lupi, più forti della paura. Ancora un po’ che aspettate, però.

Cedarwood Road Un pezzo che strizza l’occhio al folk quando inizia, ma poi si perde in una pomposeria di cori e arrangiamenti che trasforma la sigla di True Blood, True Detective, qualsiasi sigla di serie sudista degli ultimi anni anche senza la parola true nel titolo in un componimento essenziale e irrinunciabile tipo Bach. Non è male, ma se non la ascolti non cambia nulla. Anzi, da’ retta, evita.

Sleep Like A Baby Tonight Il pezzo si apre con un synth che fa pensare a un demo dei Depeche Mode delle origini. In un disco come questo sembra il futuro. Poi il pezzo si rivela un misticone sexy che si trascina costante e pulsante con un suo fascino, e senza bisogno di urletti e inni da stadio. La chitarra di Edge funziona. Altro pezzo sensato del disco.

This Is Where You Can Reach Me Now Altro pezzo che monta monta, e poi dice 1, 2, 3, 4 e via, ritornello leggero con un suo senso (non spiccatissimo) e un suo suono. Veloce, un filino Talking Heads banalizzati, ma non si butta via. Il disco sembra acquisire una dignità sul finale (quasi e non abbastanza).

The Troubles Un coro di voci femminili. È Lykke Li, ma una sorella qualsiasi andava benone. Il disco sta finendo e diventa al limite interessante adesso. Sotto c’è una scala cinese, pentatonica, che si dipana. Diventa una canzone odalisca, con coro gospel che duetta con Bono in maniera melliflua. Si chiude in fade out, come capitava ai dischi quando gli U2 erano capaci e importanti.

Fine. Sob.

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