L’amore ai tempi del mos maiorum #2
“Me misero! Ma chi me l’ha fatto fare!? Intraprendere un viaggio del genere, fare così tanta fatica.. per cosa poi!?”
“Tranquillo Varo, siamo quasi arrivati.” — Risposi io per tranquillizzarlo leggermente.
Ormai, dopo un viaggio di circa quattro giorni, in cui avevamo dormito poco e niente per difendere le vettovaglie, avevo imparato a sopportare le sue lamentele, nonostante mi irritassero alquanto.
Camminavamo ormai per la via Flaminia, e avevamo abbandonato la strada di campagna per cui eravamo partiti già da un po’.
Si notava la vicinanza con la grande città. Man mano che ci avvicinavamo alla città degli dei le facce erano sempre più felici, le persone erano sempre di più e il nostro nervosismo aumentava.
Come ci saremmo dovuti comportare!? Cosa avremmo dovuto dire!?
“Quiescati Gaio Valerio.” — Mi dissi per cercare di tacere i pensieri che avevo per la testa.
“RIlassati Catullo, vedo Roma! — Iniziò Varo, quasi riprendendo il flusso dei miei pensieri — “Guarda! Riesco a vedere il Colosseo, la Colonna Traiana..”
“Varo.. Non li hanno ancora costruiti.. Non iniziare con le incongruenze storiche!”
“Dai, non fare il brontolone Valerio!”
Poco dopo, non appena varcai la porta principale di quelle vaste mura mi sentii sommerso da uno snervante vociare, che nel mio piccolo villaggio accanto a Verona non era mai stato così alto, fastidioso disturbante. Era come se tante voci contrastanti, acute e decisamente fastidiose stessero facendo gara a chi urla di più nella mia testa.
-”La città magnifica!” — Per fortuna ci pensò Varo a rompere quella fastidiosa confusione.
“Non vedo l’ora di visitare il Monte Soratte! Te lo immagini se ti prendessero nel circolo degli Scipioni? Sarebbe magnifico! E poi, ho sentito dire da Aurelio del villaggio che le puellae qui sono molto facili da adibare.. Chi sa quanti giochi amorosi potremmo farle fare! Dai, poggiamo i bagagli, e scendiamo al campo Marzio!”
Era l’anno 61 del calendario civile. Fino a qui, tutto bene..

“Varo, non pensi che gli uccelli in questa città sembrino più allegri?”- Chiesi.
“Sicuramente sono più chiassosi!”
“Non lo metto in dubbio. E guarda questi fiori colorati quanta gioia emanano.. E’ bello che in una metropoli così, si mantenga un certo amore per la natura!”
“Forse la amano un po’ troppo.. I vicoli sanno di cacca di mucca.” — concluse Varo, sicuramente non dopo un eccelso ragionamento.
Ormai stava giungendo la notte, ma ancora, nonostante il viaggio, non c’eravamo stancati di passeggiare per la nostra nuova realtà. Pensai che Roma fosse la coronazione di tutti i miei sogni più profondi. Mentre passeggiavo assorto, un gruppo di milites comandati da un signore anziano, il quale aveva una pancia talmente estesa che probabilmente era inversamente proporzionale al cervello di Varo. Tuttavia, l’espressione corrucciata e il volto scavato mi fecero capire che aveva avuto durante la sua, a guardarlo probabilmente immensa, vita, le sue magagne. Notò che lo stavo osservando e distolsi lo sguardo. Ma questo non bastò a evitare che si avvicinasse per presentarsi. O meglio, per farmi presentare.
“Ave. Qual è il tuo nome?” — Mi disse. Sicuramente non saremmo diventati migliori amici.
“Salve. Mi chiamo Gaio Valerio Catullo, vengo da Verona.”
“Ecco perché non ti ho mai visto in città.” — Replicò, facendomi pensare che probabilmente conosceva proprio tutti gli abitanti. — “Il mio nome è Marco Tullio Cicerone. Scommetto che vuoi un autografo.”
“Certo, muoio dalla voglia.. Ovviamente me lo faccia dopo avermi detto chi è.” — Non avrei dovuto dirlo. La mandibola gli cadde in terra dalla sorpresa, e balbettando e riuscendo a malapena ad articolare semplici parole sbiascicò: “T-t-t-tu n-n-non mi c-c-onosci!?!??”
“Dovrei?” — Risposi.
“Il mio nome è Marco Tullio Cicerone!! Ci senti?”
“E io sono Gaio Valerio Catullo.”
“Ma io sono Marco Tullio Cicerone!”
“Aaah si!”
“Vedi lo sapevo che..”
“Non mi dice niente”
“Sono Marco Tullio Cicerone! Non hai mai sentito parlare di Marco Tullio Cicerone? Optimus consul! Melius amicum! Grande persona! Ottimo letterato! Il più geniale di Roma! Nessuno può batter…”
“Cicero, taci! Hai ingoiato un Campanini-Carboni!?” — Lo interruppe in questo modo uno dei soldati che stava con lui. A occhio e croce sembrava il più importante. Sicuramente il più imponente. Aveva una muscolatura degna di un soldato nel senso più vero del termine, occhi piccoli e indagatori, una cicatrice che gli divideva in due la faccia e folti capelli biondi che si intravedevano dall’elmo.
“Clodio.. Lui non mi conosce!”
“Fortunato lui.. Chi sei, giovane? Non sembri nativo di Roma”
“Come già detto il mio nome è Gaio Valerio Catullo. Letterato, poeta, filosofo”
“Ave. Sono Publio Clodio Pulcro. Questore. Ma soprattutto soldato. Scusa, perfavore, il mio amico Cicerone. Quando si arrabbia non sa che dice. Pensa che mi ha anche fatto causa l’anno scorso.”
“Dai Clodio, è storia vecchia.. E poi avevi osato dirmi che la mia ultima lettera ad Attico era ossessionante.”
“Cicero, gli scrivi ogni settimana e non ti risponde mai. Fatti due domande!”
A questo punto, una fanciulla interruppe la discussione chiamando il Questore.
“Clodio, fratello miooo!”
La puella scese da cavallo e corse ad abbracciare suo fratello. Aspetta, a cavallo? Da quando le donne vanno a cavallo?
“Clodia, mia cara, sto lavorando.. Qualsiasi cosa sia ne parliamo a casa.”
Pensai che i genitori non dovevano avere molta fantasia per chiamare i figli Clodia e Clodio. Sorvolai su questo non appena la fanciulla mi guardò dritto negli occhi. Potevo intravedere l’inferno dentro ai suoi occhi neri come le navi greche durante la guerra di Troia. Non riuscii a reggere il peso di tali iridi e abbassai lo sguardo.
“Chi è questo bel fanciullo?” — Chiese, rivolta al fratello.
“Gaio Valerio Catullo.” — Risposero Cicerone, Clodio e Varo all’unisono.
“Che bel nome! E che begli occhi.. Verdi come le foglie primaverili sul melo delle Esperidi. C’è un qualcosa di Minerva nei tuoi occhi” — Mi prese il volto e mi stampò un bacio sulla guancia. Era proprio intrigante, come donna
Tuttavia, da quell’istante i miei ricordi si fecero vani.. Notai però che se fossi morto in quel momento sarei morto felice.
Avrei voluto essere morto in quel momento. Certo sarei stato morto. Ma probabilmente sarei anche stato felice per l’eternità..
