Corbyn: la svolta a sinistra-sinistra che il Labour non si aspettava


Jeremy Corbyn è il nuovo leader del partito laburista britannico. Chi conosce un po’ la Gran Bretagna sa che quello che è appena accaduto ha dell’incredibile: a pochi mesi dalla più cocente sconfitta alle elezioni patita dal Labour Party da 30 anni a questa parte — e molti trovano le radici di quella Waterloo nella decisione di Ed Miliband d’imprimere una svolta a sinistra “invendibile” all’elettorato britannico — la base del partito ha deciso di affidarsi a un attempato deputato di seconda fascia che ha fatto del suo radicalismo, del suo essere di sinistra senza filtri una bandiera buona anche per il XXI secolo. I Tory oggi senz’altro gongolano: Corbyn appare loro come un assegno circolare che garantirà al partito di stare al governo per un’altra legislatura. Ma è davvero così?
Partiamo da un dato. L’85% degli elettori da tre sterline, ovvero i simpatizzanti non iscritti al Labour che hanno dovuto solo firmare una dichiarazione in cui sostengono i valori del partito e versare l’obolo per esprimere la loro preferenza, hanno votato Corbyn. È la prima volta che il Labour utilizza un sistema aperto — all’italiana, oserei dire — per eleggere il suo segretario. Il sistema, nella mente di chi lo ha scelto, sarebbe dovuto servire a “diluire” la golden share del sindacato a fronte della più centrista società civile. Niente di più errato. I simpatizzanti, a quanto pare, si sono rivelati più radicali del previsto e ai tre giovani volti di sistema — Andy Burnham, Yvette Cooper e la blariana Liz Kendall — hanno preferito l’anziano Corbyn, l’outsider. Se per le sue ambiziose proposte politiche marcatamente di sinistra o piuttosto perché percepito come slegato dall’apparato poco importa. Ora il dado è tratto. Detto questo, Corbyn ha vinto bene anche nelle sezioni, tra quelli che la tessera ce l’hanno eccome. In tutto quasi 500mila britannici hanno espresso una preferenza nella corsa alla leadership. E davvero stupisce che un uomo smaccatamente di sinistra abbia vinto la carica più alta in uno dei grandi partiti di sinistra europei? Sì — perché significa la morte della terza via inaugurata dal tre volte premier Tony Blair.
Il confronto non è solo tra storie personali. Ma tra politiche assai diverse, come sono diverse le epoche in cui vengono proposte. Blair va a Downing Street sull’onda di una specie di pleibiscito dopo 15 anni di governi Tory inaugurati da una certa Margaret Thatcher. Che era figlia di un droghiere e credeva smaccatamente che ognuno fosse artefice e responsabile del proprio destino. Una che una volta disse «la società non esiste». Il Paese sotto di lei fu rivoltato come un calzino e non è il caso di ricordare tutte le cose di destra fatte dalla Thatcher e delle ferite che le sue scelte provocarono in alcune zone dell’Inghilterra e della Scozia. Forse è bene però ricordare che prima della Lady di Ferro la tassazione era arrivata a picchi dell’80%, larghe fette dell’economia erano in mano allo Stato, il movimento dei capitali fortemente regolato. Certo, c’è chi dice che era meglio così. Ma i britannici — o almeno la maggioranza — non la pensarono allo stesso modo e diedero ai Tory un forte mandato per rinnovare il Paese.
È la democrazia, bellezza.
Ma nulla avviene in una bolla. La Thatcher, se vogliamo, è il frutto (anche) di una battaglia nelle viscere del partito Conservatore stesso, che dovette lavorare sodo per mettere la sordina ai vari Lord e Baronesse e trovare qualcuno al suo interno che si rivolgesse, in modo credibile, alla nuova middle-class britannica scrollandosi di dosso la nomea di partito delle elite. Margaret vinse la sua battaglia e si tirò dietro un Paese con un programma davvero radicale rispetto alle ricette sperimentate in Gran Bretagna dalla fine della seconda guerra mondiale — ricette che, ricordiamolo subito, assicurarono decenni di crescita e pace sociale.
Insomma, a ciascuno il suo tempo. Causa-effetto — e dunque Tony Blair.
Il re Mida dal Labour party vince e nel primo mandato fa cose straordinarie, molto di sinistra: il reddito minimo, gli investimenti da cavallo nella scuola e nella sanità pubblica, l’introduzione del Freedom of Information Act, il potenziamento del Welfare. Il tutto senza intaccare il potere della City e anzi andandoci a nozze. «Non abbiamo problemi a vedere gente che diventa schifosamente ricca», sentenziò egregiamente Mandelson.


Funzionò. La Gran Bretagna crebbe per anni a tassi cinesi, molti diventarono schifosamente ricchi (o più ricchi) e in generale il benessere si diffuse ovunque, specie tra le classi medie che — complice il credito elargito facilmente — poterono fare acquisti, accendere mutui, andare in vacanza all’estero ed essere cool che più cool non si può. Chi prese l’onda in tempo se la spassò alla grande. Nel mezzo del cammino, però, la tragedia: l’11 settembre e quindi l’Afghanistan e l’Iraq. Soprattutto, ovviamente, l’Iraq. Per gli elettori laburisti, specie quelli che avevano vissuto come un male minore che va tollerato la svolta al centro di Blair, la scelta di appoggiare l’America nella campagna irachena fu un trauma. Il consenso iniziò a calare, i voti in Parlamento a mancare. E poi, mentre il mondo cercava ancora un suo assetto chiaro nel dopo guerra fredda, ecco arrivare la Grande Crisi. Londra ne è uno degli epicentri.
Bene. Il bigino di storia serve a capire la catena che lega non tanto Corbyn a Blair, ma Corbyn a David Cameron. Nel 2010, infatti, i britannici non si fidano ancora totalmente dei Tory e scelgono di non scegliere: Hung Parliament, parlamento impiccato. Nessuno vince, si fa il governo di coalizione. I Lib-Dem di Nick Clegg — a ben vedere più compatibili con il Labour che con i Tory — firmano il patto e per cinque anni governano insieme a Cameron, pagando un prezzo enorme — un giorno la storia renderà merito a Clegg per il servizio che ha reso al Paese, in un momento in cui la Gran Bretagna aveva un deficit secondo solo alla Grecia in Europa — in termini di popolarità e consenso. I Lib-Dem hanno senz’altro addolcito la pillola, ingabbiando i sentimenti della parte più “animale” dei Conservatori. Così, nel maggio scorso, Cameron può esibire i successi ottenuti senza portare sulle spalle l’etiche del Nasty Party, il partito cattivo che fa macelleria sociale.
E questa volta vince.
Ed Miliband, con la sua aria da bravo ragazzo nerd e i voti garantiti dai sindacati al congresso, non ha sfondato nei cuori dei britannici. La sua ricetta, One Nation Britain, tutti sulla stessa barca, è troppo cervellotica, è una piroetta per condire un programma di sinistra sì, ma non troppo, a toni e stilemi profondamente blairiani. La svolta, da un lato o dall’altro, non c’è.
Eppure i dati dicono che la Gran Bretagna — benché la sua economia sia benedetta da un consistente segno più — avrebbe bisogno come l’acqua nel deserto di una qualche forma di ridistribuzione della ricchezza, con l’ascensore sociale che si è fermato, i salari al palo, un mercato immobiliare impazzito che premia i baby-boomer ma imprigiona i millenial nelle loro camerette o negli appartamenti condivisi. E che dire della “gran” Gran Bretagna? La politica indipendentista di Cameron ha isolato il Paese in Europa e intiepidito la special relationship con l’America; l’ossessione per tagliare i numeri dell’immigrazione netta intra ed extra europea lascia intravedere una svolta protezionistica, con i residenti stranieri che corrono a chiedere la doppia cittadinanza terrorizzati dall’ipotesi di essere cacciati qualora l’avessero vinta i falchi che si annidiano tra i Conservatori.


Ecco, se Jeremy Corbyn sarà davvero ineleggibile come primo ministro di sua maestà dipende anche — molto — da quello che combinerà Cameron nel suo secondo mandato, soprattutto se perderà il referendum sulla permanenza nell’Unione Europea — lui vuole restarci: l’uscita dall’Ue per la Gran Bretagna sarebbe un disastro — e si troverà a dover negoziare una nuova relazione con Bruxelles da una posizione svantaggiosa.
Corbyn, intanto, dice cose che la base laburista non sentiva dire da anni. Che se si va in guerra a casaccio poi si creano le crisi del futuro, come quella dei migranti di oggi; che la Gran Bretagna, su questo punto, deve fare la sua parte con umanità e compassione; che la povertà va combattuta; che i ricchi devono fare la loro parte; che l’istruzione universitaria deve essere a carico dello Stato (così come è stata per la generazione dei Blair e dei Cameron); che l’evasione fiscale delle grandi multinazionali è pazzesca e fa affrontata. E via galvanizzando.
Corbyn crede a quello che dice — il suo curriculum vitae lo testimonia — e la gente crede che lui ci creda. Sembra un paradosso ma non lo è, in tempi di story-telling. Che poi la sua “narrazione” possa diventare “potabile” anche per il resto della Gran Bretagna, al momento pare «improbabile» (come dice senza peli sulla lingua un alto papavero del Labour). Eppure mai dire mai. Il Regno Unito — si dice ed è vero — è avanti coi tempi, contemporaneo per forza: è la condanna delle superpotenze decadute, non adagiarsi mai sugli allori. E dunque, se in Italia la svolta al centro di blairiana memoria è venuta buona 20 anni dopo con Matteo Renzi, non è detto che quella a sinistra-sinistra non lo sia per la Gran Bretagna del 2015–2020.