L’amaro in bocca

Oltre il caffè


Mentre lei sorseggia il suo caffè, e io le guardo le gambe, mi accorgo che sta leggendo un foglio ingiallito e un po’ strappato appeso al muro. Un foglio di giornale che è lì da sempre, ma che io non ho mai notato prima. Sembra rapita. Così, finalmente, ordino anche io il caffè approfittando di un attimo di distrazione dal suo far nulla del barista coi baffi e mentre lo sorseggio mi avvicino e leggo quel che lei sta leggendo. . .


L’amaro in bocca

È il sapore che mi porto dentro mentre cammino nella vita. Solo un occhio esperto può riconoscerlo da fuori. L’amaro in bocca è un sapore che si nasconde bene sotto le giacche eleganti di tweed, sotto i disegni delle cravatte, sotto le battute sarcastiche alle conferenze. All’alba dei cinquant’anni continuo a cercare nutrimento in queste piccole illusioni che so già non riusciranno a restituirmi quel sonno che da lungo tempo non conosco più. Il sonno. Dormire pacifico?

Se mi guardo nello specchio e me lo chiedo so cosa significa. È quello che ti capita quando ti svegli per andare a far pipì nel cuore della notte, ormai capita sempre più spesso, e una volta ricoricato abbandoni lo sguardo sul disegno della spalla della tua compagna, o del viso. E ti rendi conto di quanto sia dolce quel morbido respirare lì vicino a te. E senza accorgertene svanisci nel sonno. Regalando al risveglio di lei quel che ti sei appena regalato.

Questi ricordi rendono l’amaro ancora più intenso. Ora che lei non c’è più. Ora che un tradimento dopo l’altro l’ho costretta a mandarmi a quel paese. Sì l’ho costretta. Non lo ammetterò mai con lei, ma è questo che ho voluto fare. Per una sfida assurda con me stesso: vedere fino a che punto può essere amaro, l’amaro in bocca.

Fino a un certo punto della mia vita, avrò avuto trent’anni, non riuscivo a concepire il caffè senza zucchero. Ne ero diventato un cultore. Come si legge nei manuali per amatori “il buon caffè è quello che quando versi un mezzo cucchiaino di zucchero riesce a trattenerlo con la tensione superficiale delle molecole della sua crema…” Un po’ come i rapporti umani. Quando metti la tua essenza in una relazione esiste una forza che la trattiene dolcemente, che viene rilasciata pian piano, e mentre scivola si imbeve del dolce che si rilascia, così che nel fondo della tazzina arriva solo una parte dello zucchero versato. E i veri intenditori non lo mescolano neppure lo zucchero che si è depositato sul fondo. Si accontentano di quello rilasciato nel tragitto. Lo zucchero che dalla superficie arriva sul fondo è un po’ una metafora della vita. Il nostro buono non è quel che si deposita ma quel che si rilascia nel tragitto.

A un certo punto, non so perché, ho iniziato a prenderlo amaro il caffè. Senza zucchero. Proprio senza nulla. Prendere il caffè senza zucchero significa schierarsi. Significa mettere ogni volta in discussione il rapporto col barista che ostinatamente ti offre la tazzina fumante con il cucchiaino a fianco. La prima volta provi a spiegarglielo. Ma lui no. Ostinatamente continua a offrirti il caffè con il cucchiaino per lo zucchero. È la battaglia per il mondo nuovo che si combatte al bar. Ogni mattina. Tra i pochi rivoluzionari che perseguono l’essenza e i molti che si abbandonano ai sapori artificiali. E magari la sera dopo l’ufficio o la fabbrica vanno a cercare l’illusione della loro identità nella meditazione zen o qualche cosa d’altro…

Bisogna essere coraggiosi per smettere di mettere lo zucchero nel caffè. Sai quel che lasci, ma non sai quel che trovi. Come quando lasci una donna, come quando lasci la casa dei genitori con le camicie stirate e qualcosa da mangiare sempre pronto, come quando un tempo hai smesso di succhiare il latte dal seno di tua madre. Sai cosa lasci, ma non sai cosa trovi.

È contro ogni logica smettere di prendere il caffè con lo zucchero. Dopo anni che il palato si aspetta di riconoscere quel sapore dolciastro di fronte al marrone scuro della tazzina è davvero un atto incomprensibile ai più.

Senza zucchero il caffè smette di essere un rifugio. Acquista una identità propria. Qualcosa con cui ti devi misurare. La tua identità e la sua. Il tuo odore di uomo e il suo aroma. Ma non è un’esperienza poetica quella della prima tazzina di caffè senza zucchero. È il confronto con la potenza dell’amaro inevitabile. Oggi ci illudiamo di evitare l’amaro della vita. Con gli oggetti, il consumo, gli psicofarmaci, annulliamo i sintomi. Cancelliamo l’amaro. Ma lo cancelliamo semplicemente come si tinteggia un muro che qualcuno ha scarabocchiato. I segni non scompaiono. Si coprono. Ma restano. Restare umani significa lasciare spazio all’amaro di presentarcisi di fronte.

Esplorare l’amaro è un percorso lungo di esplorazione di sé. Una tazzina dopo l’altra, un giorno dopo l’altro. Quaranta giorni ci vogliono per attraversare il deserto. Come Gesù.

E ogni giorno sembra impossibile resistere alla tentazione di tornare indietro. Di ricominciare a drogarsi del nulla. Ogni passo è una tentazione verso il ritorno. E a un certo punto non si può più tornare. Sei nel mezzo. Hai abbandonato quel che non si vede più alle tue spalle e non vedi ancora il limite del deserto di fronte a te. Cristoforo Colombo era un folle maestro in questo. Giorno dopo giorno l’amaro lentamente sfuma. Senti che amaro è una sensazione che ti appartiene. Non è del caffè, ma tua propria. Che il gusto non è esterno, ma interno. Che il rifiuto pian piano si allenta. E le papille si rilassano per accogliere la crema e gli aromi così come sono. Non c’è il piacere, ancora. Ma non c’è più il rifiuto. Almeno quello.

Solo che ti chiedi perché lo fai. Sei in mezzo al deserto, oppure come Cristoforo in mezzo all’Oceano con le riserve di cibo esaurite, e ti chiedi perché ti sei messo in viaggio. Il motivo è che il caffè è una droga. Lo è a tutti gli effetti. I medici lo sanno. Tu lo sai. Non hai più il dolce, ma l’effetto della droga quello sì. Ed è forte, è ancora più forte senza lo zucchero. Quando lo prendi, deglutisci il primo sorso, senti dalle papille allargate che il canale è aperto per la caffeina che arriva al sangue direttamente, senza intermediazioni. Potente. Senti il colpo che ti arriva e ti rende vispo. Acuto.

La droga è la spinta ad attraversare il deserto. Ogni droga. Possono essere i libri, il caffè, il sesso, gli amici. Questa è la motivazione per cui ogni tanto ci concediamo di abbandonare il divano di casa nostra per tentare di attraversarlo. Non sappiamo, non sapremo, se ce la faremo. Ma iniziamo il percorso. A un certo punto, dopo la metà del tragitto, accade qualcosa di nuovo.

L’amaro iniziale che ci suscitava il rifiuto, i conati perfino a certuni, non solo non c’è più, ma lascia spazio a un sapore mai sentito prima. Una specie di dolce che non viene da fuori da quell’agente esterno che è lo zucchero bianco, ma da dentro. Un dolce mai assaggiato prima. Soffice e persistente. Un sapore dolce che ti impedisce di lavarti i denti perché altrimenti lo cancelleresti. Un dolce che è solo il tuo e di nessun altro. Che non si può comprare. Un dolce che è quel che tua madre ti ha regalato quando ti ha messo al mondo.

E ti accorgi che la vita ti ha regalato la forza. La forza di esistere e di attraversare i deserti. Perché ogni deserto è una scoperta di qualcosa che non è fuori, ma dentro. Perché ogni sapore è dentro di noi se solo sappiamo ascoltarlo. Perché l’amaro non è più amaro se lasciamo spazio al dolce che ci abita. Perché… da un certo punto in avanti non ho più messo lo zucchero nel caffè.

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Questo è brano estratto dal romanzo Tanto Tantra.
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