Perché lavorare da remoto non è da “sfigati”
Emanuela Zaccone
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Vero. Con un caveat: da un lato é vero che dipende molto dalla cultura aziendale, dall’altro secondo me dipende anche molto dal tipo di prodotto/servizio, dal ruolo e da quanto il singolo lavoro é incastrato in una gerarchia. Io ho fatto 10 anni quasi totalmente remoti, ma ad esempio mentre nel 2000/2005 ero a Milano una volta a settimana (quindi 4 a casa e uno in ufficio), nel 2006/2010 vivevo Milano e lavoravo da casa (circa 3.5 in ufficio e 1.5 a casa). Principalmente il motivo era che le due aziende avevano approccio simile ma il mio ruolo era diverso: quando inizi ad avere un team che «dipende» da te, non puoi farti fisicamente vedere una volta ogni 3 mesi. Nel periodo 2011–2015 ho invece sperimentato la vecchia scuola: 15 ore al giorno in ufficio, compreso qualche sabato e qualche rara domenica. Senza avere possibilità comunque di staccare a casa, perché tra fusi orari e pressione vai a letto rispondendo agli Stati Uniti e ti svegli facendo una call con Tokyo. Principalmente cultura aziendale (se non lavori almeno 50 ore a settimana sei un fannullone), ritmi (a casa non terresti quel ritmo) ed eccessi (gente che alle 19 va via e lascia la luce accesa e la giacca appesa in ufficio per far finta di essere ancora da qualche parte al lavoro alle 21… anche perché qualche capo passa il venerdì sera alle 20 per vedere chi c’é e chi no). Per il 2016–2020 vi saprò dire, a breve una nuova azienda mi farà vedere se e quanto é Smart :)