La gestione dei rifiuti urbani consiste nella loro raccolta sul territorio comunale e nello smaltimento degli stessi. Questo servizio viene finanziariamente coperto dal tributo comunale sui rifiuti, un tempo inquadrato nella tariffa TARSU ed oggi accorpato all’interno nella TARES insieme ai cosiddetti “servizi indivisibili” (illuminazione pubblica, polizia locale, manutenzione delle strade).
All’interno dei servizi predisposti per la raccolta dei rifiuti, ogni Comune adotta specifiche strategie: un caso molto diffuso è il cosiddetto “porta a porta”, con il quale una società incaricata (spesso pubblico-privata), si occupa di ritirare a domicilio la spazzatura già differenziata attraverso un kit che la popolazione ritira e usa durante tutta la durata del servizio.
La spazzatura così differenziata viene poi smaltita e, nei casi possibili, riciclata e re-immessa sul mercato come materia prima per la realizzazione di nuovi prodotti. Nel solo 2012 si calcola che l’industria del riciclo abbia fatturato 9,5 miliardi di Euro, contribuendo a trainare quella che viene definita “Green Economy”.
La domanda è: il cittadino contribuente si è reso conto di tutta questa ricchezza? A giudicare dallo sforzo, fisico ed economico, il cittadino contribuente ha registrato solo difficoltà e rialzi sul tributo per la nettezza urbana. Un rialzo che è più o meno marcato in base alle scelte dei rispettivi Comuni. A conti fatti, l’industria dei servizi ambientali azzera una voce in bilancio e ne addossa l’onere al cittadino: la differenziazione dei rifiuti post-raccolta, che essendo svolta “a monte” da tutti noi si traduce in minor personale retribuito e minor uso delle attrezzature tecnologiche da parte di chi gestisce i servizi ambientali.
La formula finora inculcata, quella che vedeva il rifiuto come un intralcio per il quale stra-pagare purchè fosse eliminato, è ormai superata: i rifiuti sono letteralmente oro per chi li tratta. Quindi vediamo di partecipare anche noi cittadini a questo buon affare!
Di seguito lancio uno spunto di riflessione, naturalmente soggetto a domande, dubbi ed ovvi approfondimenti tecnici che la sede con consente, ma che potrebbe stimolare il dibattito su un percorso alternativo al moderno sentiero intrapreso da molte amministrazioni locali, un sentiero tutto in salita per il cittadino contribuente.
Ci sono altre incongruenze macroscopiche tra l’obiettivo di realizzare una città vivibile ed ecosostenibile, e le modalità scelte per intraprendere questa strada. La raccolta differenziata “porta a porta” ha drasticamente ridotto, se non azzerato, la dotazione comunale di cestini e raccoglitori di rifiuti sul suolo urbano. Non è difficile notare un marcato aumento della sporcizia in città, laddove alla barbarie degli evasori della TARES, si aggiunge un insufficiente servizio di pulizia del manto stradale, un servizio che è bene ricordarlo viene pagato da tutta la comunità e che quando diventa “extra” (es. quando sorgono discariche abusive od accumuli lampo di pattume nelle zone periferiche della città o nelle campagne), produce un costo “extra” per la riqualificazione dell’area: un servizio pagato ancora una volta dalla comunità tutta.
Ma a chi fa capo l’esercito dei servizi ambientali? Un’altra delle anomalie italiane è la zona grigia rappresentata dalle società miste. Imprese private partecipate dagli enti pubblici che con una mano contribuiscono (in maniera determinante?) all’assunzione di personale, e con l’altra decretano aliquote e tributi per lo svolgimento del servizio. Giova ricordare che il costo sui rifiuti è uno dei quattro costi base che pesano di più e ai quali una famiglia deve necessariamente fare fronte (oltre ad acqua, luce e gas per chi usa il metano), servizi che per la maggior parte possono esser finalmente scelti dal cittadino in base alle proprie esigenze ed opportunità.
Oggi, allora, perchè non riconoscere un bonus sulla bolletta riservato ai cittadini che impiegano tempo per svolgere una vera e propria mansione che dovrebbe spettare ad altri e al contempo genera profitti? Ma la sfida di domani, che dovrebbe essere quella più importante, è coinvolgere la straordinaria capacità imprenditoriale italiana e stravolgere il modus operandi della gestione a domicilio della spazzatura, magari aprendola al mercato libero!
Pensiamo per un attimo cosa significherebbe implementare il mercato libero anche per la raccolta dei rifiuti delle famiglie: servizi dedicati, concorrenza su prezzi, nuovi posti di lavoro realizzati da imprese private che lavorano nell’ottica dell’efficienza e non della connivenza con il settore pubblico e la logica soverchiante della distribuzione elettorale di prebende, favori e posti di lavoro. Nel mare di sigle coniate per le prossime tasse che ci saranno riservate, perché non tentare lo scorporo tra “l’igiene cittadina” (pulizia e manutenzione delle aree pubbliche) e la raccolta a domicilio della propria spazzatura!
In fin dei conti non si produce affatto in base ai metri quadri! La vita di ciascuno di noi è cambiata, il rifiuto è privato in virtù dei propri costumi casalinghi dove privata è la scelta dell’alimentazione, privata la scelta sull’igiene personale e privata la cura e vivibilità della propria casa, fattori che determinano la mole e la tipologia complessiva dei propri rifiuti! Se non fosse una logica squisitamente pubblica, a quale azienda verrebbe in mente di tassare ferocemente - solo perché mediamente grande - un appartamento di famiglia concesso ad un giovane lavoratore che utilizza l’alloggio solo per dormire, consumando i propri pasti e vivendo la propria vita esclusivamente fuori casa?
Allora sì, che in un regime di concorrenza fiorirebbero occasioni per il cittadino, invogliandolo alla differenziazione dei rifiuti dove, ricordiamolo, esistono oggi marginalità importanti e rimarrebbero in parte intatte anche per i Comuni che potrebbero scegliere di chiedere un tributo, o per meglio dire un canone fisso, direttamente alle imprese private che chiedono di poter lavorare sul territorio, inteso come ristoro per la presenza e l’utilizzo delle discariche e per il traffico pesante che andrà ad insistere sulla rete urbana.
Un buon impianto di base, costruito su una domanda fortissima (un servizio necessario e già presente nelle case di milioni di cittadini) e un’offerta tutta nuova (nuove aziende che affiancherebbero le attuali), potrebbe consentire ai comuni di non rinunciare del tutto alla gigantesca torta dei tributi sui rifiuti urbani, attraverso un’apertura del mercato “controllata”, ad un prezzo giusto e definito per le aziende che accettino la sfida.
A chi potrebbe far notare che il sistema degli appalti garantisce a più aziende di formulare la risposta migliore alle richieste di ogni città, è bene ricordare che il meccanismo dell’affidamento in esclusiva - poiché in questo si traduce per la ditta vincitrice – rende inutile, per le nostre nostre tasche, la pluralità delle offerte di servizio. Quante volte avete sentito: faremo la raccolta differenziata quindi le tasse sui rifiuti saranno più basso? Ed è cambiato qualcosa (salvo rarissime eccezioni)? Restituire la scelta ai cittadini vuol dire permettere a ciascuno di scegliere dove destinare il proprio denaro, e al contempo spronare al miglioramento continuo del servizio sia in termini di fisiologici ribassi di prezzo che di migliorie generali: offerte personalizzate e più flessibili in termini di prezzi e raccolta giornaliera, volte a soddisfare una clientela – perché di questo si parla – che si rivolge ad un mercato sempre più particolareggiato e sempre meno “di massa”, soddisfatto di poter pagare un servizio (a minor costo oppure - perché no - a parità di costi o perfino maggiorato rispetto le attuali tariffe) finalmente funzionante, e soprattutto utile per il sereno svolgimento della propria vita.
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