Dalla struttura subatomica non ricavo immediatamente le caratteristiche della materia per come la sperimentiamo al nostro ordine di grandezza. C’è un’opera di sintesi che richiede un salto quantico.
La causa mi fa effetto
Iside Fontana
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Cara Iside,

questa in particolare è una considerazione che è di una portata fenomenale, nell’aiutarci a scardinare quel modo di pensare un po’ semplicistico, che troppo ci lega a meccanismi ferrei e direi implacabili di “causa effetto”.

Come al solito la scienza ci aiuta, e ci aiuta a pensare, ci forza a nuovi modelli di pensiero. Da soli non ci saremmo arrivati, non avremmo mai pensato le risposte. Eppure indagando il mondo subatomico siamo penetrati in un reame le cui leggi sono così assurde per una parte di noi, che molti degli stessi scienziati che le hanno scoperte hanno fatto una incredibile resistenza all’accettarle compiutamente. E molti — parliamo di persone del calibro di Albert Einstein, non certo di sprovveduti — non si sono rassegnati e hanno continuato a cercare un’altro modo di interpretare questi dati, per tutta la durata della loro vita.

Così abbiamo dovuto capire che il mondo microscopico gode di sue regole molto particolari, regole che sorpassano ogni più sfrenata fantasia o velleità fantascientifica, ma che sono perfettamente coerenti e consistenti. Anche se passare a dire che la certezza è appena valore della probabilità, per dirne una, implica un cambio di paradigma che per il cervello umano è veramente una rivoluzione.

Umilmente, inizio a pensare che il vero valore della scienza sia in ciò che ci porta a pensare per quanto è altro da lei. Dal valore educativo inestimabile e sopratutto insostituibile che appare sempre più legato alla nostra capacità di porre domande al cosmo — e all’ardire di ascoltarne onestamente le risposte, comprenderle davvero, nella loro straordinaria libertà da tutto: anche e sopratutto dal nostro senso comune.