Sembra proprio un casino di parole su cui concentrarsi, solo su quelle, senza che succeda qualcos’altro. E una volta finito un capitolo, si deve passare al successivo. E di solito ce ne sono tanti altri, prima di poter dire finito, e iniziare il prossimo. Il prossimo libro. La prossima cosa. La prossima possibilità. La prossima. La prossima. La prossima.
Perché non riusciamo più a leggere?
Gianluca Licciardi
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La molla è l’interesse. E nasce da dentro

Può essere che dipenda da una mia particolarità genetica o forse dal fatto che sono nato alla lettura molto prima che esistesse Internet. Non lo so. Fatto sta che non sono mai diventato vittima, o almeno non in modo grave, del bisogno-dipendenza di controllare vorticosamente e-mail, Twitter, Facebook, Google+, Instagram, cellulare, iPad, ecc., perdendo di vista completamente quello che sto facendo o che ho in mente di fare.

Se cerco di riflettere sulle ragioni di questa non-dipendenza, l’unica cosa che mi viene in mente è che, per tutta la vita, ho avuto sempre la passione di costruire qualcosa che avesse a che fare con le parole e i concetti. Apprendere un sapere, completamente, fino al limite delle mie capacità e del mio interesse: fossero le regole degli scacchi, l’albo d’oro del campionato italiano di calcio dal 1929 in poi, le date di nascita dei giocatori, la filosofia, l’astronomia, la biologia, la psicologia… Quando qualcosa comincia a interessarmi davvero, quell’interesse è una molla potente che scaccia automaticamente le distrazioni.

Se mi appassiono alla fisica che regola i meccanismi interni del Sole e decido di farne un articolo che sia veramente completo, allora passo anche un mese del mio tempo libero a cercare informazioni per quell’articolo, scandagliando ogni fonte fino ad essere soddisfatto di quanto ho appreso. Leggo decine di studi sull’argomento senza sentire il bisogno di controllare l’email di continuo o di fare una pausa ogni dieci secondi per cazzeggiare su Facebook o aggiornare Twitter. Non ne ho voglia, quel sapere che sto scoprendo/costruendo mi interessa di più dell’ultimo filmato sui gattini o dell’ennesima polemica su Renzi. Quando ho raccolto abbastanza informazioni, comincio a scrivere l’articolo e rileggo diecimila volte ogni frase, e ricontrollo le fonti per essere sicuro di non aver scritto fesserie, e poi riscrivo le frasi che non mi soddisfano, cercando di raggiungere una forma che mi sembri la più semplice e comprensibile.

Tutto ciò nasce da un interesse che proviene dall’interno, da un progetto personale, dal piacere di approfondire un sapere e di produrre, alla fine, un lavoro che sia il risultato di quel sapere, con l’aggiunta, se possibile, di nuove idee, nuovi dati, correlazioni che aggiungo io e che non stavano nei dati consultati. Con la speranza, ovviamente, che tutto questo possa anche interessare e piacere a qualcuno, ma senza il vincolo che l’apprezzamento altrui sia fondamentale: ovvero, lo farei lo stesso, anche se alla fine l’unica cosa ottenuta fosse un articolo con 0 lettori.

Ma se non c’è una passione, un interesse, un progetto, allora la lettura di un libro, l’ascolto di una canzone, qualsiasi cosa che richieda impegno e concentrazione per più di un minuto diventa una fatica, un tormento, una forma di autoflagellazione. È questo senso di forzatura che ho avvertito nelle parole che ho citato dall’articolo di Licciardi. Se uno percepisce il libro che ha tra le mani o sul reader come un “casino di parole su cui concentrarsi”, allora controllare freneticamente l’email o Facebook sono forse solo un meccanismo di difesa del nostro subconscio: perché dobbiamo “punirci” con una lunga concentrazione se quell’argomento non ci interessa veramente? E, all’opposto, se invece ci interessa davvero, come ci può venire in mente di lasciarlo di continuo per controllare l’email e Facebook per l’ennesima volta?

Concludendo, l’abitudine “dopante” di perdere le migliori ore del giorno saltando da un gadget sociale all’altro senza nel frattempo imparare, leggere, scrivere nulla si instaura, forse, non solo perché quei gadget ci sono e sono stati studiati espressamente per “rubarci” l’attenzione, ma anche perché non sappiamo costruirci fin dall’inizio un filtro di separazione. Un filtro che non sia basato, però, su una disciplina dolorosa, come quella che deve seguire un alcolista per disintossicarsi, ma che poggi invece su una base solida e profonda: il piacere di cercare di fare, in ogni momento, le cose che ci interessano davvero e solo quelle.

Acquisire un sapere richiede senz’altro tempo e fatica, concentrazione durevole, ma non è mai uno sforzo doloroso, se è mosso da un interesse profondo e sincero. Qualunque sia il risultato finale.

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