Ovvero cosa mi ha insegnato Infinite Jest

Silvia Maria Garis
Aug 25, 2014 · 5 min read

Ho iniziato a leggere Infinite Jest di David Foster Wallace l’ 11 agosto 2013, ho aperto la prima pagina spaparanzata su un’amaca all’ombra del pergolato della casa in campagna. Me lo imprestò la mia amica preferita di sempre, la stessa che mi fece conoscere D.F.W. qualche tempo prima.

L’ho finito oggi! (#solotrecentosettantanovegiornidopo)

Ovviamente in testa ho un sacco di punti interrogativi rimasti senza risposta. Ma quindi vuoi dirmi che l’intrattenimento…? Ma Hal all’inizio ha detto che…? Ma poi sta muffa?etc etc..

Ma non è di questi che voglio scrivere, non voglio spoilerare a chi non l’ ha-letto-ma-vorrebbe e tanto meno fare critica spicciola di quello che è indubbiamente (piaccia o no) un vero masterpiece contemporaneo, frutto di una multisfaccettata mente geniale. Voglio invece raccontare l’esperienza della lettura in sé e le lezioni che da essa ho imparato a furia di “machiccazzomelhafattofare”. Perché diciamocelo pure, palloso alle volte è palloso, ma avercela fatta nonostante le crisi di sonno sulle pagine ha davvero cambiato il mio approccio alla lettura.

Ho sempre letto molto, fin da bambina (il GGG qualcuno se lo ricorda?puro amore ai tempi) quindi non posso dire di non essere abituata alla posizione seduta/sdraita/girata con il libro in mano e a tutto ciò che ne consegue, ma mai prima di Wallace mi ero accorta che il come-si-legge può influenzare notevolmente il valore personale di cosa-si-legge.

Ma andiamo per ordine.

1- Disciplina

Approcciarsi a un tomone di 1200 pagine (con più di 100 pagine di note) così sconnesso nella struttura narrativa richiede una sorta di pianificazione del tipo mi-approccio-a-fare-un-cammino-spirituale-anche-se-non-ho-mai-pregato-neanche-una-volta-in-vita-mia-ma-mi-obbligo-ad-aver-fede-sennò-che-lo-faccio-a-fare. Il motivo per cui ci ho impiegato un anno è che all’inizio questo non l’avevo capito, per nulla.

Lo leggevo nei tempi morti: in vacanza,prima di andare a dormire, sul bus, in viaggio… insomma, facevo con lui quello che avevo fatto con ogni libro “nonscolastico” da che ne ho memoria. E ovviamente non funzionava. I troppi personaggi, il susseguirsi di eventi apparentemente senza importanza (il peso del tomo)e la continua richiesta di saltare al fondo delle pagine per delle note che poi dicono “proprio così” (cit.n.49) non aiutano certo a fare di questo libro una lettura da bus. Dopo un po’ ti inizi ad innervosire. Così poco per volta ho iniziato ad abbandonarlo, ne leggevo una o due paginine ogni tanto, ma poi mi sentivo ancora peggio perchè il mio spirito di lettrice incallita non mi permetteva di mollarlo, ma allo stesso tempo mi sembrava un obbligo più che un piacere. Cosa inaccettabile perchè riconoscevo già la sua bellezza e volevo davvero davvero leggerlo.

Poi un giorno al mio ennesimo “non ce la farò mai a finirlo” il mio compagno mi ha consigliato di cambiare prospettiva e di guardare a questa lettura come a un impresa da compiere con calma, passo dopo passo. Come un cammino. C0sì ho iniziato a capire che forse potevo pianificare la riuscita di questa impresa, e godermela davvero nel frattempo che si compiva senza aspettarmi che arrivasse la famigerata fine. Ho iniziato a scegliere le ore in cui leggere e a darmi degli obiettivi e dei limiti (minimo 5 pagine al giorno ma max 10 se non mi andava davvero), ma soprattutto ho smesso di farmi domande sul senso del libro. Mi sono disciplinata alla lettura infinita, godendomi le poche pagine giornaliere senza per forza cercare di mettere insieme i pezzi e abbandonando del tutto il desiderio di sapere come sarebbe andato a finire.

Da quando ho cambiato il punto di vista sull’esperienza della lettura non ho mai passato un giorno senza leggere almeno 5 pagine.

2- Il Flusso Informativo

La conseguenza inevitabile di questo modus operandi tipo #chivapianovasanoevalontano però fu l’enorme lentezza con cui acquisivo informazioni sui personaggi e sulla storia.

Wallace riempie le pagine di frasi e frasi e frasi di descrizioni di eventi inutili all’effettivo svolgimento narrativo, oltre che innumerevoli rigurgiti di parole su parole su parole riguardo i sentimenti intimi e contorti di personaggi secondari che spesso neanche ti ricordi chi sono e devi tornare allo schemino dei personaggi che avevi trovato in rete.

Ma questo succede ogni giorno nella vita reale, e mi sono trovata ad amare visceralmente questo soffermarsi sulle piccolezze, superflue nella visione di un destino narrativo dei personaggi. Mi è sembrato semplicemente umano e ho riconosciuto in questo enorme flusso informativo perenne il mio cervello. Quel rumore di fondo, inutile, quell’attenzione a quel particolare, inutile, quel ricordo specifico, inutile e forse irreale… quelle informazioni vomitate quasi senza un senso logico narrativo mi hanno aperto gli occhi sulla quantità di inutilità con cui cibiamo la nostra mente di continuo, involontariamente.

Non so dire se l’autore volesse questo, ma io ho trovato uno specchio senza giudizio di quello che siamo e vederlo da spettatore, invece che da protagonista, mi ha aiutato a riconsiderare la qualità e la quantità di informazione che faccio passare attraverso di me, o per lo meno l’attenzione che gli dedico e i giudizi che spargo.

3- Stupore

Insieme a questa enorme mole di informazione superflua e ossessiva si è poco per volta fatto strada un senso di stupore crescente, più il dettaglio descritto era superfluo e piccolo, più lo stupore cresceva. Non ho mischiato lo stupore all’interesse o all’attenzione..no no, parlo di distillato di stupore. Quel sano e infantile WOW che ti fa aprire gli occhi e ad un certo punto scopri una cosa che hai sempre avuto sotto il naso. E questo epifanico WOW totale l’ho potuto vivere in Infinite Jest solo grazie alla rinuncia della comprensione immediata del senso assoluto della storia, vivendo di parola in parola ho potuto scorgere uno scorcio su una realtà parallela, che si muove lenta, quasi immobile e vive nei particolari di tutte le cose.

Ed è così terribilmente vicino a come si dovrebbe vivere la vita che forse mi sono commossa.

4- Non tutto si capisce ma è ok

All’ultima pagina del libro mi sono accorta che probabilmente mi sono persa un sacco di pezzi, o forse no, o forse ho fatto confusione, o forse no, ma insomma non importa, del resto neanche mi importava più della fine.E poi?Anche se fosse che mi sono persa dei pezzi?

Ho tirato un sospiro di sollievo quando ho intuito che non cambiava nulla.

Si, forse in mesi di lettura mi sono persa quel collegamento che forse avrebbe aperto le porte a quell’altra intuizione sul forse vero e voluto significato ultimo che avrebbe fatto luce sulla vera morale, ma amen. Ho vissuto il mio viaggio, ho capito quello che per me era importante capire, ho detto WOW, ho amato i personaggi, i dettagli, gli stati emotivi, per me è ok cosi!

    Silvia Maria Garis

    Written by

    Zen & Drama / Art & Social Media / Professional Bipolar / Communications Manager for @quadroapp

    Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
    Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
    Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade