l’ultimo viaggio

Ecco. Posso parlare dritto per dritto, finalmente.
Ho vissuto una vita di grandi soddisfazioni. Ma non tutto si poteva dire. Anzi, il più bello andava rigorosamente nascosto e taciuto. Figuriamoci viverlo!

Che cosa non si potesse dire o vivere lo sai bene anche tu: la voglia di andare oltre le righe, il bisogno di incerto, la spinta a essere al massimo possibile di sé. ALL IN, si dice a poker.
Così ho lasciato tutto. Il biglietto è di solo andata. La regola è: o A o zero.
Troverò A? Soddisfazione, divinità, pace? Forse.
Che se ci riesco, bene! Se non ci riesco, allora basta così. Svanisco, sparisco, non ci sarò più. Fine. E non esiste il piano B.

Per questo il risalire il Mekong è l’ultimo viaggio.
Ci sto mettendo mesi ad andare dal delta in Vietnam fino alle sorgenti in Cina. Viaggio solo. Sto in un posto finché non trovo la chiave per aprirlo. Vivo e immagazzino solo ciò che, assoluto, mi sbalordisce. Il resto, l’ovvio e il relativo, manco lo guardo.
Alle sorgenti del Mekong, tirerò le somme.

Lasciare tutto alle proprie spalle non è così difficile, se son stati fatti bene i propri compiti. Ho tre figlie grandi e indipendenti, cui da tempo ho dato quanto serviva per il loro futuro.
Avevo un lavoro di lusso, lavoravo da anni in TV come psicologo nei reality show. Divertente? Sì. Remunerativo? Abbastanza, come un buon stipendio mensile, 2500 netti al mese. Interessante? No, o almeno non più. Dagli inizi dei reality a oggi è progressivamente scomparso il coraggio, e la ricerca riguarda solo più il numero di ascoltatori. Che pena! Hanno il mezzo per incidere nella vita sociale e lo usano per comprarsi un posto al sole.
Ho ancora mia mamma, le fa piacere se la vado a trovare e sto un po’ con lei. Ma dopo dieci minuti torna alle sue minuzie quotidiane. La cena, tanto per dire, dura non più di due minuti, poi si alza e mi augura la buona notte (mi dice anche: “Ti lascio dormire domattina, che ne hai bisogno!”, chissà perchè, che io mi sento bello carico).
Ho amici, certo. Che accettano, anche se non capiscono del tutto, quanto vo’ facendo. E incrociano le dita, sperando che alla fine torni indietro.

Perché un fiume? Perché un viaggio deve avere un inizio e una fine, come la nostra vita d’altronde, e il fiume ne è simbolo.
Perché il Mekong? Perché tutti gli altri grandi fiumi sono mono-cultura. Il Nilo? Egitto antico. Il Rio delle Amazzoni? Foresta con una spruzzata di storia. Il Mississippi? Solo USA. Il Fiume Giallo? Solo Cina, lo Yenisey Russia, il Gange India.
Il Mekong invece attraversa cinque paesi, con storia, usi e costumi ben diversi. È più probabile che trovi così ciò che cerco.

Sono partito ormai da mesi. Filmo ciò che cerco e trovo, in modo un po’ surrealista, e lo edito in brevi video che pubblico sul sito ourmekong.com e sui social network.
Ma sai cosa? Spesso mi sono alzato la mattina per vedere quanti avessero visto.
Questa dannata rincorsa a essere ascoltati da quanti più possibile, strizzando l’occhio nel raccontare annacquate storielle!
Non mi interessa, non lo voglio più. Io voglio, cerco solo l’assoluto. Fuori da tempo, spazio, causa (so bene di cosa parlo).
Cuore di tenebra, Kurtz.

Dice un generale a Willard, in Apocalypse Now, che Kurtz era diventato matto.
Willard, soldatino, rispondeva di sì, matto.
Ma palesemente non ci credeva.
Dunque sono qui su questa pagina, matto.
Ma se hai letto fino a questo punto, palesemente non ci credi neanche tu, almeno del tutto.

Perché, dunque, questa pagina su Medium?
Perché ora accelero.
Ho cancellato i miei account e-mail, e ne ho aperto uno nuovo, che ho comunicato a figlie e pochi altri, per le emergenze (le loro emergenze, che io ci vivo di emergenze).
Questa pagina, pubblica, senza moderazione, è d’ora in avanti il solo modo di comunicare con me.
L’ho detto, è l’ultimo viaggio.