Di fertility day, donne e diritti negati

Hashtag fertility day. E scoppia il putiferio.

Care donne, cari uomini, ma cosa vi aspettavate? Pensavate che il vostro corpo fosse cosa vostra? Di poter decidere della vostra vita o di saper riconoscere il momento giusto (se mai ci fosse per voi) di metterne al mondo un’altra? Pensavate male. In Italia, sappiatelo, “la fertilità è un bene comune”, “il tempo passa” e “sbrigatevi ora che siete giovani se no poi diventate inutili”. Lo dice la Lorenzin, donna e mamma (badate bene, mamma a 44 anni e con stipendio da Ministro), rappresentante illustre della politica italiana per la salvaguardia della salute. E allora dovremmo crederle?!

Secondo il principio del Fertility day (annunciato dal Ministero della salute per il prossimo 22 settembre), la vita di un uomo e di una donna deve essere finalizzata alla riproduzione. La vita di coppia e gli “incontri sessuali” devono avere un solo obiettivo: procreare, procreare, procreare. Niente divertimento, niente erotismo spinto, niente “una botta e via”, niente di niente. Storia d’amore in breve secondo la Lorenzin: uscire alla ricerca di una preda — avendo cura di aver prima calcolato che siano i giorni più fertili altrimenti statevene pure a casa — selezionare obbiettivo, avvicinarlo, incastrarlo con la promessa di una sveltina e invece BOOM, subito incinta, evviva più nascite in Italia, fine.

Ma di cosa parliamo? Siamo seri oppure è uno scherzo? Ditemi dove sono nascosti quelli di Scherzi a Parte, ditemi che i responsabili comunicazione che hanno ideato questa brillante campagna hanno collaborato con Lercio e ci stanno prendendo tutti in giro. Vi prego.

Da donna 27enne in piena età fertile, mi sento perfettamente in target per il fertility day. E proprio non riesco a concepirlo. Lasciando stare la mia situazione lavorativa di precariato uguale a quella di tante altre donne, ci può anche essere la possibilità che io non voglia figli, no? — “Cosa?! Ma cosa dici?! “No! Tu essere nata per fare figli, zitta donna!”.

Cara Lorenzin, scommetto che non ha pensato a questa assurda possibilità quando ha approvato questa bella campagna. Le è mai saltato in mente, guardando una ad una queste cartoline, che io voglia pensare alla mia carriera, a diventare grande io per prima, che non abbia né la voglia né l’istinto per essere madre? E questo mi renderebbe meno donna? Meno utile alla società perché non considero la mia fertilità un po’ mia e un po’ del fruttivendolo sotto casa?

Prima di mettere al mondo un’altra vita, bisognerebbe aver imparato a prendersi cura di se stessi, bisognerebbe essere pronti e, cosa più importante, bisognerebbe avere delle sicurezze per il proprio futuro prima e per quello dei bambini che verranno poi. E invece in questo paese — e ovviamente in questa campagna — la parola “futuro” non compare da nessuna parte. Non è contemplata, non è considerata, non è accettata. L’unica dimensione in cui si vive è un presente di precariato, di crisi, di contratti di collaborazione in cui, finito il progetto, tanti saluti arrivederci e grazie. Ma un figlio non può essere un contratto co.co.co, cara Lorenzin, un figlio è per sempre. E se non lo si vuole fare, se non si desidera prendere un tale impegno — che sia per motivi economici o meno — non per questo si è da meno rispetto a chi ha fatto la scelta di allargare la famiglia. Attenzione, dico “allargare” e non “creare”, perché famiglia si è anche in due, che siate etero, gay, bisex o come ve pare. La famiglia c’è dove c’è l’amore, l’affetto, la condivisione. Ma di amore non si parla nel fertility day, che invece ci considera macchine sforna figli, che ci paragona a prodotti da frigo a scadenza ravvicinata.

Il fertility day potrebbe avere senso per fare informazione. Potrebbe avere senso creare un sito web dove trovare tutte le info necessarie per venire a capo di alcuni temi di cui non si parla abbastanza (o di cui non si parla affatto). Non ha senso invece strumentalizzare la fertilità di tutti noi per un “fine comune”. Anche perché poi mi chiedo: se la mia fertilità è di tutti, perché poi il figlio me lo devo crescere io da sola senza un minimo di aiuto dallo Stato? (Lo stesso Stato che mi aveva spinto a metterlo al mondo per il bene dell’umanità che manco la fine del mondo nei film d’azione americani?!)

Una campagna del genere può sussistere solo in un paese dove i diritti della donna sono ben lontani dall’essere riconosciuti. Perché diciamoci la verità, è un paese maschilista e misogino. E’ un paese in cui si spinge noi donne a metterci al servizio della comunità sfornando figli, che ne vogliamo oppure no. Perché l’altra faccia della medaglia del fertility day è, per esempio, la quantità di medici ginecologi obiettori di coscienza che non praticano l’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) rendendola una pratica quasi demoniaca e impensabile, trasformando un diritto riconosciuto dalla legge italiana sin dal 1978 un’utopia irrealizzabile.

L’altra faccia della medaglia è una mancanza di rispetto assoluta, una mentalità radicata retrograda e arretrata. Proprio come questa campagna.