Sfidiamo la morte per paura di morire

Viviamo nell'era digitale, dell’adesso e dell’istante, del sempre presente. Tutto è ineffabile e inconsistente nella sua virtualità e nell'immediatezza dei social media, facciamo sempre tutto subito e di fretta, per paura che le cose ci sfuggano di mano, per paura di non avere tempo, per paura di morire. E tra noi c’è chi la morte la sfida, cercando una seconda possibilità di vita.

La storia della ragazzina 14enne britannica che ha scelto di farsi ibernare post-mortem ha fatto molto discutere la Gran Bretagna e il mondo intero. La giovane è morta a causa di un cancro e, fino alla fine dei suoi giorni, ha combattuto perché i giudici le concedessero “il privilegio” di avere la speranza, un giorno, di essere risvegliata e curata dal suo male con nuove medicine oggi ancora non inventate.

Ha vinto la sua sfida. Non voleva morire, ed è riuscita a non farlo.

Soprattutto, non è la sola: il centro più attivo nella crioconservazione è quello di Alcor in Arizona (Usa) che a ottobre 2016 contava ben 1.583 soci di cui oltre 1.000 hanno già completato le pratiche per predisporre la loro ibernazione, non appena morti. Una pratica conosciuta e utilizzata anche da alcuni nostri connazionali, come riportato dal Corriere della Sera.

Ma cosa ci porta a sfidare così la morte? Forse è la speranza di risvegliarci in un mondo migliore? E se poi il futuro non fosse così perfetto come ce lo immaginiamo? Probabilmente sono suggestionata dall'aver guardato con troppo trasporto Wayward Pynes, serie TV in cui uno scienziato seleziona uomini e donne in rappresentanza di tutta l’umanità per addormentarli e risvegliarli nel futuro per evitare che il genere umano si estingua a a causa di una misteriosa epidemia (la tecnica usata è proprio la sospensione criogenica). Ma al risveglio il mondo è popolato da “mostri” — cosiddette “aberrazioni” — che minacciano ancora una volta la sopravvivenza di tutti … non vi sto a dire le millemila implicazioni di questa intricata trama. Vi consiglierei di guardarla, ma temo che non mi ringraziereste visto il modo in cui si chiude…

I diversi articoli che ho letto sulla pratica della crioconservazione e sulla storia della giovane britannica, mi hanno portato a pensare tanto alla possibilità di sfidare la morte, di superarla e (quasi) vincerla. Sono andata in giro a chiedere ad amici e colleghi (!!!) “ti faresti ibernare con la speranza di risvegliarti in un futuro - forse - migliore?”, e la risposta è stata quasi sempre no, “avrei paura”, “non ci credo”, “che pazzia”Il quesito l’ho posto anche a me stessa ma non ho saputo rispondere in maniera così netta. Mi vengono in mente troppe variabili che potrebbero portare al fallimento, alla quantità di denaro da investire in una pratica che non promette alcun risultato certo, alle troppe domande a cui probabilmente non c’è risposta. Mi sono però anche fermata a immaginare di risvegliarmi in un mondo che non conosco, senza le persone a me care, dovendo rinascere ex-novo ma a 80 anni suonati. Non credo sarebbe poi così facile o bello. Per che cosa vivrei? Con chi? La solitudine non mi sembra poi una prospettiva così allettante…

Eppure ammiro quella 14enne piena di speranza che ha voluto realizzare un desiderio: morire lasciandosi aperta la possibilità di non morire. Le ragioni per cui l’ha scelto potrebbero essere molte e, cavolo, ci vuole tanto coraggio a non perdere la forza e la voglia di vivere, anche davanti a un male così aggressivo come il cancro. Certo, le implicazioni di una scelta del genere sono moltissime: a cominciare da quelle religiose fino a quelle morali , ma questa è un’altra storia.

Scegliere di “morire non morendo” non significa solo voler sfidare la morte, vuol dire anche non accettarla. Vuol dire trovare un modo per superare e andare oltre la paura.

“Morire non è nulla, non vivere è spaventoso” — Victor Hugo