Human Mind and Artificial Intelligence

L’idea di ridurre le capacità cognitive più nobili dell’uomo (quali il ragionamento, la percezione, la memoria, etc.) a semplice “calcolo”, affonda le radici nell’antichità. 
Leibniz, ad esempio, folgorato in giovane età dalle idee aristoteliche riguardo l’universo e la sua assoluta determinatezza ed essendo convinto, come Hobbes, che “ragionare equivalesse a calcolare”, aspirava a ridurre qualsiasi ragionamento ad un calcolo, così che si potesse risolvere qualsivoglia controversia intellettuale come un comune calcolo aritmetico. Sviluppa e coltiva così il sogno di una “enciclopedia” della conoscenza umana, partendo dalla scelta delle nozioni fondamentali e dei simboli ad esse adeguati per giungere alla riduzione delle regole deduttive e alla manipolazione di tali simboli, ovvero al calculus ratiocinator, la moderna logica simbolica.

Diversi secoli dopo, discussioni scientifico-filosofiche riproponevano l’antico sogno circa la possibilità di realizzare esseri artificiali e svelare, in tal modo, il segreto della mente umana, costituendo la base teorica per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale(IA).

Le opinioni riguardo l’Intelligenza Artificiale sono suddivisibili in due contrastanti punti di vista:

Da un lato vi è chi sostiene che l’Intelligenza Artificiale potrebbe, in un futuro prossimo, sopraffare quella umana e le macchine divenire in grado non solo di agevolarci, quanto, appunto, di sovrastarci, se non addirittura sostituirci.
Quelli che oggi non sono che apparati artificiali capaci di compiere azioni in base a comandi che gli vengono assegnati dagli esseri umani o che svolgono “autonomamente”, basandosi su linee guida generali, potrebbero trasformarsi in creature dotate di intelletto proprio e abilità.

Lo scienziato inglese Stephen Hawking era convinto che l’Intelligenza Artificiale potrebbe, un giorno, costituire la fine della razza umana. 
Chi ci impedisce di pensare — diceva Hawking — che forme evolute di intelligenze artificiali non possano far perdere all’uomo il controllo su di esse?”

L’altra posizione a riguardo potrebbe, invece, essere facilmente chiarita da un intervento del filosofo e psicologo statunitense Daniel Dennett riguardo alla coscienza umana: 
«Bene, allora come può il cervello estrarre determinati significati dalle cose? In quale momento possiamo parlare di coscienza? Queste sono le domande alle quali le scienze cognitive stanno cercando di dare una risposta, cercando di ridurre la rappresentazione interna e coloro che sperimentano la suddetta rappresentazione a delle macchine. Un computer può farlo. La grande intuizione di Turing fu proprio questa: ridurre la macchina semantica a macchina sintattica. I nostri cervelli non sono nulla di più che macchine sintattiche, che tuttavia estraggono significati dal mondo circostante, ovvero lavorano come macchine semantiche. Siamo in presenza di un paradosso, ma non di un mistero, come molti vorrebbero farci credere. Non credo nei misteri, sono soltanto problemi che non sappiamo ancora come avvicinare. Se pensiamo di aver trovato un mistero, probabilmente abbiamo soltanto frainteso il problema. Quel che è certo è che la coscienza è meno misteriosa di quanto si pensi: essa si sviluppa da ciò che fa il cervello — ovvero come macchina sintattica — e non da ciò di cui è fatta»

Un ulteriore problema riguarda, invece, la conoscenza: l’Intelligenza Artificiale resterebbe, in ogni caso, una forma di conoscenza limitata e parziale, poichè gli stessi meccanismi delle macchine lo sono. 
E seppure fosse possibile congegnare un computer dotato di una “super-memoria”, capace di contenere anche solo una piccola parte delle innumerevoli informazioni presenti nei nostri cervelli, essa non corrisponderebbe comunque ad una memoria umana.
Negli esseri umani la memoria è profondamente connessa a quella particolare forma di conoscenza data dall’interazione con il mondo esterno e dalla capacità di relazionarsi agli altri, nella vita quotidiana.

L’Intelligenza Artificiale, per quanto possa svilupparsi e progredire, non sarà mai in grado di elaborare un programma capace di interagire con il mondo e di orientarsi con successo nelle scelte complesse (talvolta anche semplici e banali) che caratterizzano la vita quotidiana degli uomini. 
Alcuni ritengono che, sul piano teoretico, l’Intelligenza Artificiale si stia dunque rivelando un enorme fallimento.

Nonostante ciò, una parte della filosofia non può che continuare a domandarsi se l’IA potrà mai rispondere ad alcune delle irrisolte domande che l’essere umano non fa che porsi da secoli.

Non si può ignorare che, ad un certo punto dell’evoluzione, sopraggiunse una coscienza elementare e che dunque al principio del processo evoluzionistico che ha portato, infine, alla comparsa dell’uomo così come lo conosciamo, vi è una mente pensante.
E’ la mente a costituire l’essere umano, la sua memoria, il suo futuro.
Essa funziona da centro di raccolta di tutte le informazioni interne ed esterne , organizza le domande e le risposte dell’organismo e le coordina tra loro sotto forma di rappresentazione.

La mente è la proprietà del cervello, la sua espressione più significativa ed emergente. Questa si costituisce come una componente per la quale l’immenso numero di circuiti neuronali riesce a creare nell’uomo una coscienza superiore che si manifesta essenzialmente nelle sensazioni.
È soprattutto nell’attività mentale — un ponte che collega l’individuo al mondo esterno — che è possibile scorgere la risposta alla domanda: 
“Che cosa significa essere un uomo?”

Presa coscienza di ciò, sorgono spontanee due domande: “Può una macchina pensare?” e “Simulare equivale a pensare?

La distinzione può essere chiarita da un semplice esempio: Una macchina che gioca a scacchi, semplicemente utilizzando elementi computazionali, è espressione dell’intelligenza artificiale. Questo, però, non fornisce alcun contributo alle scienze cognitive, poiché tutti sanno che un giocatore di scacchi umano non sarà mai in grado di calcolare tutte le possibili mosse da compiere con la stessa velocità di calcolo di un computer. Vi sono, ad oggi, programmi capaci di calcolare dodici milioni di mosse, ad una velocità impensabile per un soggetto umano. Nonostante ciò questo non ci dice nulla sul modo in cui gli esseri umani giocano a scacchi: la macchina si limita a riprodurre, ad una velocità centuplicata, una particolare abilità umana.

Il test di Turing è un gioco che consente di “misurare” se una macchina è in grado o meno di pensare e di farlo autonomamente, al pari di un essere umano.
È stato introdotto nel 1950 dal matematico Alan Turing, considerato uno dei padri dell’Informatica e dell’Intelligenza Artificiale, nel suo articolo “Calcolatori e intelligenza”.

Il “gioco” coinvolge tre persone: un uomo (A), una donna (B) e un esaminatore (C).

A “C”, isolato dagli altri due individui, spetta comprendere, ponendo una serie di domande, il sesso di “A” e “B”. A dovrà tentare di ingannare C, B dovrà cercare di aiutarlo a risolvere il quesito. 
Turing ipotizza che alla persona “A” si sostituisca una macchina. 
Se “C” dopo questa sostituzione non dovesse accorgersi di nulla, allora A dovrebbe essere considerata intelligente al pari di un essere umano.

Alan Turing ha previsto che entro il 2050 le macchine potranno superare il suo test.

Il tentativo di comprendere in cosa realmente consista la capacità di pensare non ha importanza soltanto per quanto concerne il riconoscere possibili entità “senzienti” diverse da quella umana, ma anche per comprendere meglio, e forse appieno, come “funziona” la nostra mente e che cosa significhi essere in grado di pensare.

“Forse la vera questione non è se le macchine siano in grado di pensare, ma se gli uomini siano in grado di farlo nel modo giusto.” (B. F. Skinner)