Ansia d’altrove

Camargue, Francia, Marzo 2012

Nella seconda metà degli anni ’90 io e alcuni amici abbiamo speso diversi pomeriggi seduti sul basamento di una Dea Madre di Costantino Nivola che adorna il porticato del Consiglio Regionale della Sardegna. Ci trovavamo lì a chiacchierare e a guardare i traghetti della Tirrenia che lenti, scricchiolanti e sbuffanti scioglievano le gomene per lasciare il porto di Cagliari senza di noi.

Un’adolescenza, la nostra, da viaggiatori in pantofole, in cui l’arma più potente contro il senso di inadeguatezza era l’esercizio costante dell’immaginarsi diversi: cosa avremmo fatto, e come saremmo stati se fossimo nati da un’altra parte?

Ancora troppo giovani per allontanarci da casa, con una chiara percezione dei limiti che la nostra condizione di isolani ci imponeva mentre i nostri coetanei, oltremare, prendevano treni e si spostavano di città in città per fare cose che anche a noi sarebbe piaciuto fare: concerti, mostre, amicizie sparse.

In quegli anni di letture voraci e di ascolti musicali conquistati col contagocce furono due, per me, gli emblemi dell’ansia di altrove che ci attanagliava: Il quinto passo è l’addio, romanzo di Sergio Atzeni uscito nel 1995 con Mondadori, e un disco dei l’Enfance Rouge (Reus-Ljubljana, 1998) che conteneva un brano dal titolo: Des trains, facteurs de vent.

“Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura. In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini…”

Il traghetto che porta via Ruggero Gunale che scappa da se stesso più che dalla sua terra ha marchiato a fuoco il mio sentimento di ambivalenza verso il mare: benedizione e condanna, libertà e gabbia eterna per chi, tra noi, non avrebbe mai avuto il coraggio di mollare gli ormeggi di una città che sapeva essere languidamente comoda e smaccatamente ingrata, asfissiante anche quando schiaffeggiata dai venti. Un personaggio indelebile, quello delineato da Sergio Atzeni, perché era ed è tuttora, a distanza di oltre vent’anni, l’incarnazione dello spirito del mio luogo di nascita: l’irrequietezza.

Mentre quel brano avant-rock incalzava con un “Prendi un treno/in considerazione” e raccontava di vite vissute in viaggio e in ristrettezze economiche, di migrazioni forzate e desiderio di non avere radici che imbrigliassero la definizione di sé e la propria libertà di scelta. Dentro c’era la suggestione di molte vite: quella dell’africano sbattuto fuori dal treno e fermato a Ventimiglia mentre cerca di entrare in Francia e quelle dei viaggiatori della domenica, puliti e in ordine, anestetizzati da una rassicurante consuetudine, disprezzati perché, anche se in movimento, inconsapevoli del mondo.

Amo i treni: creano del vento. Dietro di me le donne, i loro uomini, i loro figli. Sono fiero di essere povero, non veramente alle strette: libero di ardere il mio tabacco a Kinshasa, bruciare il mio primo sigaro a Carpentras. Vilnius, Ibla: sono il solo ad averle viste perché finché vivrò sono il solo ad averle amate. Prendi la mia mano, Tunisi, e guidala sul tuo seno, perché finché vivrò il mondo mi appartiene.

C’era questa idea un po’ bohemien del viaggio come sradicamento e rinuncia ma, soprattutto, come costruzione della propria identità al di fuori dell’ovvio, ché le radici possono anche non essere un valore.

Liberty Island, New York, Maggio 2015

Quando, a 19 anni, gli ormeggi li mollai davvero, nacque una personale “metafisica aeroportuale”. In un’epoca lontana dal low-cost e in cui la continuità territoriale era appannaggio di Roma e Milano, ogni viaggio da e per la Sardegna poteva trasformarsi in una faticosa migrazione fatta di treni, bus e tempi infiniti dentro un aeroporto. Sempre sola e schiacciata dall’incomunicabilità tra me e gli altri passeggeri, li osservavo di sottecchi per indovinarne le vite. E scrivevo tutto: annotare per annodare, legare se stessi a qualcosa di solido quando non si è da nessuna parte.

Ad un decennio di viaggio inteso come transito obbligato per studio e lavoro, cominciò a sostituirsi l’epoca del “viaggiare per la stessa ragione del viaggio”. Non senza resistenze legate ad un’educazione basata sull’essenziale, dove il piacere del viaggio ha sempre fatto parte del rimandabile. La viaggiatrice è emersa poco a poco e con timidezza, ma ha poi capito che le priorità sono individuali e non accettano di sottoporsi a giudizio.

Ciascuno sviluppa il proprio modo di viaggiare e per farlo impiega del tempo: come tutte le cose, si impara. Non solo nell’atto fondamentale dell’organizzazione logistica, ma nell’approccio al transito e alla meta, nella gestione dell’ansia dell’ignoto, l’ebbrezza del tuffo o la vertigine del volo, o della nostalgia per ciò che si lascia.

Wadi Rum, Giordania, Maggio 2010

Le teorizzazioni sull’argomento si sprecano: da quelle che parlano di tornare più leggeri di quando si è partiti a quelle che consigliano di stare a casa prima di commettere l’errore di portare con sé tutto ciò che pertiene al quotidiano da cui si vorrebbe fuggire.

Ma più che le infinite, plausibili risposte, forse quel che vale sono le domande, anche le più banali; basta che partano dall’assunto che una verità assoluta su noi stessi non esiste.

Relativizzare il proprio io attuale e intuire quello potenziale diventa allora il valore del viaggio: la scoperta dell’altrove da quel sé a cui si è abituati, ed è un processo che tocca trasversalmente tutte le persone che si incontrano e tutto ciò che si vede, assaggia, respira, si lascia lì e si porta a casa. Fino a far sbiadire il concetto stesso di casa, e ammettere a se stessi che potrebbe non esistere mai.

Oggi il vero lusso non è viaggiare ma scegliere di farlo. Deciderne i tempi e le motivazioni, eliminarne la necessità. Questa sarebbe la grande conquista di ogni società: non allontanare mai nessuno che non voglia andarsene, non respingere chi sa che non tornerà indietro, e saper cogliere l’infinita ricchezza di un’umanità in transito.

Ma che ne è stato dei ragazzini che guardavano le navi in partenza sotto la protezione della Dea Madre?

Ci siamo sparpagliati un po’ tutti. E viaggiamo per incontrarci.

Londra, Regno Unito, Dicembre 2012
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