MALESIA ROAD TRIP

Racconto di un viaggio di famiglia in Malesia fra grattacieli e giungla tropicale, con una guida dal nome incerto e un bambino in cerca di pasta in bianco con olio e parmigiano

Quando si apre l’ultima porta automatica dell’aeroporto, quella che dopo 18 ore d’aereo mi farà respirare aria naturale, il primo abbraccio della Malesia è molto caldo, 35 gradi di temperatura e 80% d’umidità. La ragazza che mi aspettava con un foglio A4 con il nome scritto a penna ci accompagna fuori e ci lascia alla nostra guida. Saliamo su un piccolo van Toyota diretti verso Kuala Lumpur, distante 70km, per farci una doccia in albergo. Pensiamo che il tipo che ci accompagna sia solo il tipo del transfer verso la città, invece ci terrà compagnia tutta la settimana. Gli chiedo come si chiama, farfuglia qualcosa parlando senza aprire molto la bocca e io non afferro il nome. La seconda volta ripete un qualcosa che foneticamente io interpreto come Bardrum. Lo chiamerò così per tutta la vacanza, sbagliando, e solo l’ultimo giorno vincerò la vergogna di chiedergli esattamente lo spelling del nome (che scoprirete alla fine).

Fabiana: Esco completamente frastornata dall’aereo, cioè dalle 18 ore di voli e aeroporti, trascino le le gambe e, molto elegantemente, struscio i piedi. Sono stanchissima e stufa di un viaggio infinito che non riesce a terminare. Non troviamo l’uscita. Finalmente. Siamo fuori. Ci attanaglia un caldo umido spaventoso. Veramente mi taglia le gambe e mi finisce di annebbiare la testa. Fortunatamente mio marito regge e parla con la guida, la persona che, solo dopo scopriremo, ci accompagnerà per tutta la durata della vacanza. Ignoro il suo nome e mi sembra di non capire una parole del suo, invece perfetto, inglese. Do la colpa alla stanchezza. Con il suo piccolo ma confortevole e maniacalmente pulito minivan Toyota ci porta Kuala Lumpur. Ancora 70 km.

Non abbiamo fame, come potremmo averne dopo una giornata passata fra aerei, due, e aeroporti, tre? Se il piccolo di casa ha trovato gioia a tavola all’aeroporto di Dubai, scalo obbligato se si vola con Emirates, noi invece ci siamo saziati durante il volo. Era da tempo che non viaggiavo su aerei diversi da quelli usati dalle compagnie low-cost, quei Boeing 737 che ti costringono ad alzate notturne e a viaggi scomodi, con il mal di collo unico omaggio di quei sedili anti ergonomia talmente vicini l’un l’altro da generare claustrofobia. Prendere un Boeing 777 o un Airbus A380, praticamente il top in ambito aeronautico, è volare più in alto. La comodità dei sedili della economy, anzitutto, con il display personale grande quanto un iPad che ti consente di vedere film e ascoltare musica (è così che sono riuscito a rimettermi in pari con le ultime uscite cinematografiche: 10 film visti fra andata e ritorno). E poi l’aperitivo di benvenuto, il pranzo con la pasta o il pesce e la cioccolata, e tutto quello che vuoi da bere, quando lo vuoi e quanto ne vuoi, e la merenda, e il caffè, e l’amaro, e la barretta con il succo di frutta a notte inoltrata, non sia mai si avesse un languorino (a ritorno riusciranno a offrire in meno di due ore cena salata e colazione dolce). Insomma, ci si stanca perché non siamo nei larghi spazi della business, o nei mini appartamenti della prima classe, ma si viene coccolati allo stesso modo da queste hostess che abbracceresti, tanto ti trattano bene.

Dopo un paio d’ore di sonno è tempo di scendere nella hall del nostro lussuoso albergo e incontrare Bardrum per discutere il programma della settimana. Ha una camicia a fiori, di almeno una taglia più grande, i pantaloni lunghi e le scarpe di pelle nonostante il clima tropicale. Io indosso una maglia dei Kiss. Mi dice che lui è cresciuto ascoltando i Black Sabbath e i Led Zeppelin, e che gli Iron Maiden hanno suonato a Singapore per la prima volta nella loro storia nel 2015. Singapore è a sud di Kuala Lumpur, dista solo un paio d’ore di macchina su una grande autostrada. Perché in Malesia non c’è l’alta velocità: non ci sono i treni proprio. “Ma adesso hanno iniziato a costruire la ferrovia veloce”, mi dirà Bardrum più tardi. Entrambi abbiamo compianto la morte di Ronnie James Dio, e io l’ho fatto un po’ rosicare raccontandogli di aver fatto in tempo a vederlo cantare prima che morisse.

La Malesia ha un Re, anche se ha solo funzioni ceremoniali. Alloggia qui però
Albergo esagerato, di un grattacielo esagerato, in una città di palazzi e grattacieli esagerati. Bevenuti a Kuala Lumpur. Ci stropicciamo in albergo in una lussuosa camera per quasi 2 ore. Nella hall ci attende la nostra guida dal nome ancora ignoto per visitare la città. Sento crescere in me l’entusiasmo, realizzo di essere dall’altra parte del mondo. Lontano anni luce dall’accomodante occidente, in una terra esotica di cui so pochissimo. Si va.

Nell’agorafobica hall dell’albergo io e Bardrum rivediamo il programma della settimana prima di partire per la visita di Kuala Lumpur, la metropoli della Malesia che racchiude circa 8 milioni di persone fra il centro dominato dai grattacieli, eretti o in costruzione, e la periferia, dove intere aree di foresta vengono disboscate per erigere schiere di case tutte identiche. Diamo sùbito uno sguardo alle Petronas Tower, le torri gemelle costruite dal colosso petrolifero Petronas per raggruppare tutti gli uffici che aveva sparsi per la città. Rapidamente, con Bardrum che ci accompagna nei posti e poi ci lascia per visitarli in solitudine, entriamo nella moschea nazionale, mentre vediamo avanzare minacciose delle nuvole nere quando visitiamo il monumento dedicato ai caduti delle varie guerre, rilassandoci successivamente sul prato di piazza dell’Indipendenza, dove i malesi proclamarono la fine dell’egemonia inglese sul loro territorio. Era il 1957. Gli inglesi, infatti, sono stati gli ultimi a colonizzare la Malesia, dopo giapponesi, portoghesi e olandesi. Della loro occupazione rimane oggi una traccia evidente: la guida a sinistra nelle strade.

Intuisco prontamente che qui c’è parecchio traffico. Da quel che capisco, in questa enorme città vivono 8 milioni di abitanti, non avere traffico è impossibile. È una città in eterno movimento, gestita in verticale. E tra i palazzi che grattano il cielo, si nascondono piccoli e piacevoli angoli di tranquillità. Sono stonata e non propriamente lucida, il jet lag si fa sentire ma mi riprendo alla vista delle torri gemelle Petronas. Faccio ammenda con me stessa, scusandomi di non aver mai visto una città moderna e contemporanea, capisco ora che il fascino di una città verticalizzata è pazzesco, imponente e totalizzante. Sono microscopica. Non esisto.
Le torri Petronas

Kuala Lumpur è molto trafficata, ma si tratta di un traffico silenzioso. Ha i canoni tipici delle metropoli, è sprovvista di metropolitana e quindi ci si sposta praticamente con autobus e macchine; circolano pochi motorini e praticamente zero biciclette. Ci sono diversi cinesi con la mascherina per l’aria sui marciapedi. Grattacieli da almeno 50 piani si accostano a cantieri dove se ne costruiscono altri, con gli operai che lavorano H24 e che rispettano le norme di sicurezza con caschi e imbracature. Fuori città, avremo modo di vedere, non sarà così. Piove per mezz’ora e poi fa più caldo di prima. Spendiamo la sera facendo due passi nel quartiere dell’albergo, cenando in un centro commerciale immenso che farebbe chiudere per la vergogna qualsiasi centro acquisti italiano in termini di dimensioni.

La stanchezza ci attanaglia, la nostra amabile guida ci accompagna mostrandoci ancora qualche angolo città. A noi ci entusiasma tutto, i parchi, le case, i grattacieli, la gente. Tutto diverso ed esotico, magico. Del resto siamo in vacanza.

All’indomani la colazione si fa al decimo piano in una sala con una parete tutta a vetri che dà sullo skyline. Noi privilegiati, che alloggiamo negli appartamenti, abbiamo ascensori dedicati e ovviamente uno spazio tutto per noi dove godere della colazione continentale. Sediamo ai tavoli vicino ai vetri, per farci irradiare dai raggi del sole visto che l’aria condizionata ci gela la pelle. Samu è felice di trovare la nutella da spalmare sul pane tostato. Alle 9 in punto Bardrum è giù nella hall; ha un’altra camicia fantasia e i pantaloni lunghi, è molto gentile e ci chiede se abbiamo riposato bene. Ci spalanca la porta del suo van bianco e verde e ci mettiamo in viaggio verso Malacca, la città più antica della Malesia sorta “quando Kuala Lumpur era infestata dalla malaria ed era paludosa”, almeno così dice la nostra Lonely Planet.

Il tempio di Batu Caves

Lasciamo la metropoli con lo sguardo fisso verso i finestrini del van, guardando le altezze dei palazzi scendere man mano che ci allontaniamo dal centro. Arrivano le case a schiera, identiche e affastellate per non rubare troppo spazio alla vegetazione, e poi i villaggi quando Kuala Lumpur dista già qualche decina di km. Rimaniamo impressionati dalla vegetazione malese, le palme che una volta coprivano tutta la penisola. Sono fittissime e colorate di un verde pieno che riempirà la nostra vista durante gli spostamenti da sud a nord. Ma in generale cominciamo ad amare tutti i colori della Malesia, questa parte di mondo che non avremmo mai pensato di visitare e invece eccoci qui, ad amarla dopo neanche un paio di giorni.

Una casa museo cinese

Per strada ci fermiamo a visitare una tipica casa cinese. È tenuta come una specie di museo e l’ingresso costa 2 ringgit, praticamente neanche 50 cents. Ha il dal pavimento rialzato per favorire la ventilazione e per entrare dobbiamo toglierci le scarpe. Il pavimento è color marrone mentre le tende sono di un giallo molto saturo. Tutto è mantenuto alla perfezione da almeno 50 anni. Io e Samuele proviamo a giocare a un vecchio gioco, dove bisogna spostare delle biglie velocemente da una ciotola all’altra ma ci annoiamo subito. Ci rimettiamo in viaggio diretti a Malacca e quando arriviamo notiamo subito una cittadina molto viva, con molti turisti, ma piena soprattutto di colori. Ci sono molte bancarelle che costeggiano la strada verso quello che rimane dell’attrazione principale della cittadina, un fortino costruito dai portoghesi nel sedicesimo secolo, quando arrivarono in Malesia desiderosi di espandere le loro rotte commerciali.

Malacca sintetizza alla perfezione l’integrazione malese delle tre etnie che popolano questa striscia di terra, indiana, malese e cinese. È un posto in cui un induista un musulmano e un buddista escono dal bar e vanno a pregare ognuno nel proprio luogo di culto, che a Malacca stanno sulla stessa strada, Harmony street, la strada dell’armonia appunto.

In preda al fuso orario mi sveglio alle 3, mi rigiro un po’ in questo letto comodissimo e largo come una piazza d’armi. Poi mi alzo e per qualche minuto me ne sto alla finestra a spiare, dall’alto, la vita di questa città eternamente sveglia. Ci sono luci e macchine, grattacieli illuminati, passanti, moto. Provo una sensazione magica, dal profondo dello stomaco la sensazione di vivere un momento indelebile, indescrivibile. Non lo so spiegare ma questo sapore di diversità che mi affascina talmente tanto da togliermi le parole, ce l’avrò per tutto il resto della vacanza. Il mondo è fatto anche così. La mattina, alle 9 siamo pronti per andare a Malacca, città colorata e incasinata, piena di vita e di storia. Il caldo è violento e il caos totale. E qui, in questa piccola città, ci viene data una enorme lezione di convivenza: in una stessa strada, Harmony street, convivono templi di diverse religioni. Qui ognuno può trovare il suo Dio, in pace.

Sulla sommità della collina ci sono i resti di una chiesa cristiana costruita da un prete, la cui statua accoglie i visitatori appena giunti in cima. Si narra che, quando morì il prete, il suo corpo non andò in decomposizione. I credenti chiesero al Vaticano di riconoscere questo fatto come un miracolo e Roma, per pronta risposta, chiese di esaminare il corpo. Quando venne tagliata la mano destra del cadavere per spedirla a Roma fuoriuscì sangue. Sùbito dopo arrivò poi una forte tempesta tropicale che fece cadere la statua costruita per celebrare la grande opera di evangelizzazione di quel prete. Dopo la caduta la statua riportò un danno: si spezzò la mano destra nello stesso punto in cui era stata tagliata quella vera. Rido su questa storia, che puzza tanto di farsa, e poi fa troppo caldo per impressionarsi. Intanto Samuele, che fin qui ha passato tutta la vacanza a sparare ai passanti con l’arma immaginaria della sua mano destra, viene munito di mitra giocattolo rigorosamente cinese acquistato per 9 ringgit, 3 euro al cambio. Almeno non è più un “soggettone”, come si dice dalle parti di casa nostra.

Scopro, soffrendo, che la guida vuole farci arrivare alla sommità di piccola collina per farci vedere i ruderi di una chiesa. Almeno così mi pare di aver capito. Saliamo io e mio figlio che sta veramente affrontando con maturità questa vacanza, mentre mio marito se la chiacchiera con la guida. Con una sudata epica, arriviamo in alto. Molto bello tutto ma onestamente i ruderi non mi fanno vibrare.

(Sarà che sei de Roma)

Prima di andare via visitiamo anche l’unico negozio presente in Malesia che vende le vecchie scarpe che venivano usate per le donne cinesi di alto rango, quelle che i padri speravano di dare in sposa alla nobiltà locale. Queste, dovevano avere i piedi piccoli e spesso gli venivano tagliati proprio per farli entrare dentro queste micro scarpe. Si torna in albergo e si approfitta della piscina al decimo piano, vista Kuala Lumpur. Di sera prendiamo un taxi per raggiungere le Petronas Tower, illuminate e visibili da ogni latitudine della city. I taxi sono guidati prevalentemente da indiani, costano poco anche se bisogna sopportare la loro musica, francamente indecente al pari delle playlist tristi di un mio amico che ogni giorno seleziona dei brani postandoli su Facebook. La sensazione di guardare in alto le due torri è pari a quella che provai sotto il World Trade Center guardando il cielo in cerca della cima delle Twin Towers newyorchesi. L’ingresso delle due torri malesi ospita un altro centro commerciale che descriverò usando una sola parola: sconfinato.

Alle 9 in punto del giorno dopo Bardrum è sempre nella hall e ci viene incontro chiedendoci se abbiamo riposato bene. Il viaggio prevede la partenza per Cameron Highlands, verso il nord della Malesia. La strada è lunga e c’è tempo, dopo aver visitato il tempio buddista di Batu Caves, interessante per una statua del Budda alta 40 metri posta di fronte a una scalinata ripida che conduce a una caverna popolata da pipistrelli, di parlare della Malesia vera, quella che inizia non appena si lascia il centro di Kuala Lumpur. Bardrum mi mostra le case popolari costruite dal governo, che costano circa 9.000 euro, e delle cliniche private dove si ricorre in caso di piccoli incidenti, pagando per le medicazioni. Gli spiego il sistema sanitario italiano e rimane molto sorpreso quando apprende del nostro medico di base. Mi racconta che la maggior parte delle persone della classe media si indebita per comprare la casa e la macchina, spesso una Proton, un marchio locale che produce due modelli, due berline di media dimensione che si rompono spesso.

Le scuole malesi hanno due gradi, quella dai 7 ai 12 anni e quella dai 13 ai 17. Parliamo anche di Kuala Lumpur, dove ricchi cinesi costruiscono palazzi i cui appartamenti possono costare anche 400 mila euro. Ci fermiamo per visitare una piccola fabbrica di ceste fatte con il bambù, usate per trasportare le verdure, e poi ci fermiamo a pranzo a Tapah, un villaggio con attività e popolazione tipicamente cinesi. Mangiamo in una bettola con il cameriere più vecchio della storia, prendo un caffè vietnamita che altro non è che una tazzina piena di acqua sporca e lascio intonso il pesce fritto che guardo con disprezzo per tutta la durata del pranzo. Pranziamo con riso e verdure e chiedo a Bardrum se lo mangiano anche a colazione, considerato che ci viene proposto a pranzo e a cena. Lui mi risponde di sì, serio. Io volevo fare la battuta.

In tutto ciò Samuele continua nella sua dieta malese. “Papà in questo posto ci sono le patatine fritte e l’hamburgher?”. “No”. “Io voglio la pasta bianca col parmigiano e l’olio”. “Samu, in questo posto non esiste né olio né parmigiano”. “Uffa però”. Mangerà gelati, e caramelle, e senza lamentarsi per la fame. Si rifarà a colazione, quando spalmerà burro e marmellata sul pane tostato.

Michael Jackson

Cominciamo a salire su queste colline malesi e ci fermiamo per visitare degli accampamenti della popolazione originale della Malesia, gli “orang asli”. Vivono in delle capanne rialzate da terra poste sotto il livello stradale anche se di giorno stazionano sul ciglio stradale cercando di guadagnare qualche ringgit come attrattiva per i turisti come noi. Uno di loro ci racconta come vivono, cacciando con una specie di canna che usano per sparare aghi acuminati e avvelenati fino a 40 metri. Bardrum mi racconta che il governo ha costruito delle case per permettergli di vivere con acqua corrente ed elettricità ma molti di loro hanno rifiutato questa proposta, preferendo la vita in mezzo la natura. “Perché”, chiedo. “Si annoiano”, mi risponde. Prima di andare via chiedo a uno di loro come si chiama: “Michael Jackson”. Nel pomeriggio arriviamo in un albergo sulle Cameron Highlands. La nostra stanza ha una veranda infiorata che affaccia sulla vallata. L’aria è fresca e non c’è più umidità. Facciamo un bagno nella piscina coperta, poi torniamo in camera e ci sediamo a prendere il sole in attesa di andare al ristorante dell’albergo a mangiare il solito riso.

Verde e odorosa, una vallata indimenticabile quella delle Cameron Highlands

Freschi e riposati dopo la peggior colazione del soggiorno, dove il dolce scarseggia ed è tutto un pappone speziatissimo anche come primo pasto, partiamo alla volta dello stabilimento Boh, un marchio che produce tè. La vallata è un “Green giant carpet” come dice Bardrum, un tappeto verde gigantesco, e offre un panorama mozzafiato. Alla fabbrica di tè vivono e lavorano degli indiani, anche se i proprietari fanno Russel di cognome, tradendo la provenienza inglese. Sostiamo sulla veranda della fabbrica, che offre una visita guidata dove spiegano come si fa il tè, inebriandoci dell’odore di queste piccole piante curatissime e colorate di un verde saturo. Dopo aver fatto provviste nel negozio della fabbrica, comprando un’altra specialità del posto quale una buonissima marmellata alle fragole, riprendiamo il viaggio alla volta dell’isola di Bukit Merah, dove ci sono gli Orang Utan, gli orango tango - oppure i “rettango tango” come li chiama Samuele. Su quest’isola, siamo noi a essere dentro le gabbie che ci consentono di visitare il loro habitat — come è giusto che sia. La guida, grondande di sudore visto i 35 gradi e l’umidità folle oltre che per il suo burka e i pantaloni neri lunghi in piena estate, ci racconta che i Rettango Tango sono umani al 97% e ride quando Samu rivolge loro dei versacci e delle smorfie.

Il Rettango Tango maschio capo

Si riparte dopo aver scovato una strada che ci farà risparmiare un’ora di viaggio. Siamo nel bel mezzo della Malesia, lontani dall’unica autostrada che da nord scende a sud fino a Singapore (“singapò”, la pronuncia Bardrum). Attraversiamo la foresta e gli unici centri abitati sorgono quando due strade si incrociano, con le case che sono sui cigli della strada. Venti metri dietro queste case c’è la foresta. Arriviamo sull’isola di Banding, dove alloggiamo in un resort che è semplicemente paradisiaco. Check-in veloce, e subito in camera a mettere il costume per l’ultima ora di piscina, a filo senza bordo con vista lago. Con noi c’è un gruppo di cinesi ubriachi alle sei del pomeriggio. Sono loro che hanno parcheggiato le Porsche Ferrari e Lamborghini nel viale a pochi passi dalla piscina, lasciando il cofano del motore alzato, stile Fast and Furious. Dei ricchi coatti, praticamente.

Il nostro van, e il nostro matto

Ci sollazziamo in piscina senza che nessuno ci disturbi, ben oltre l’orario presunto di chiusura. Andiamo verso il ristorante con calma ma veniamo intercettati dalla reception, che ci ricorda che abbiamo un nightrekking da fare alle 20 e 30 in punto. Samuele sembra molto contento di girare la foresta di notte, forse perché la guida gli mette in mano una torcia. Fabiana un po’ meno, considerato che ha le ballerine ai piedi, non il massimo per scansare liane e camminare su sassi e tronchi. Ci divertiamo, scopriamo tutta la flora locale, ci facciamo illuminare dalle lucciole nel buio pesto e poi alziamo lo sguardo al cielo, guardando le stelle brillare come mai prima. Congediamo la simpatica guida e filiamo verso il ristorante. Ci sediamo in veranda, vista lago, con la vegetazione rigogliosa tutta intorno. La serata è quasi fresca, perfetta. Samuele riesce ad avere finalmente la sua prima pasta in bianco con olio e parmigiano, che mangia fino a quando una mosca gigante non gli svolazza vicino facendolo scappare. Siamo nel mezzo della giungla e gli animali sono ovunque, anche al ristorante. Sembra, infatti, che neanche gli scienziati siano al corrente di tutte le specie che popolano la rainforest: dicono che ci sarebbero almeno 50 specie da censire.

Al mattino abbiamo le gambe stanche. Abbiamo in programma una gita in barca alla alla ricerca del fiore più grande del mondo, nel bel mezzo della foresta tropicale. Si parte e con noi ci sono dei crucchi. (E sì: c’era uno coi sandali con i calzini). Il fiore più grande del mondo è morto tre giorni fa, ci dice la guida. Ma presto ne nasceranno altri. Questi fiori crescono nascondendosi in delle macchie della giungla tropicale, uno di questi posti che noi raggiungiamo dopo un trekking abbastanza duro. Prendiamo un sentiero per vedere il giro che fanno gli elefanti per bere, ma non ne troviamo. Poi riprendiamo la barca in direzione di un un villaggio degli Orang Asli con la guida che manovra la barca molto piano e molto vicino alle rive di queste insenature in cerca di macachi o elefanti, in totale silenzio. Ci sembra di essere in Apocalypse Now alla ricerca del colonnello Kurtz. Più verosimilmente, siamo dei turisti da barca che a fine giornata riporteranno delle belle ustioni sulle braccia, sul viso e dietro il collo.

Questo villaggio ha acqua corrente tramite un tubo interrato posto dal Governo

In queste insenature del lago ci sono tre piccoli insediamenti per un totale di 100 malesi “originali”. Hanno la corrente e vivono nelle capanne, c’è l’asilo e il governo gli sta molto dietro perché vuole preservarli. Sono gli unici a cui è concesso cacciare nella giungla e se qualcuno di loro emerge per merito nelle le valutazioni scolastiche che si fanno puntualmente il governo si occupa di trasferirlo nelle scuole migliori. Un gruppo di bambini entra ed esce dall’acqua calda del pomeriggio con i vestiti addosso.

Ci sarebbe da fare un trekking di un’ora in un’altra parte della foresta, per trovare una cascata cui manca l’acqua, visto che siamo in estate. Gentilmente io e Fabiana ci tiriamo fuori, e con Bardrum ci rinfreschiamo in uno stagno mettendo i piedi a mollo nell’acqua fresca, aspettando che i tedeschi tornino sulla barca sudati e puzzolenti. Sulla via del ritorno siamo tutti molto stanchi per via del caldo, Samuele si addormenta sulla barca. Non ha voglia di svegliarsi, ma quando stiamo per attraccare al Jetty dell’Hotel si rianima improvvisamente: vuole andare in piscina. Che è tutta per noi. Stiamo lì in solitaria a fare il bagno mentre guardiamo il lago e le colline sulle sfondo, con il sole che va a tramontare dietro queste; tutto attorno a noi è fermo, l’unico rumore è quello dell’acqua.

del concetto di relax

Il giorno seguente ci tocca lasciare questo angolo di paradiso malese per andare sull’isola di Penang, ultima tappa del nostro viaggio. Ci arriviamo attraversando strade dove la popolazione malese non parla inglese, e dove la cassiera di una specie di autogrill mi mostra il costo dell’ennesimo gelato di Samuele sulla calcolatrice. Le strade grandi sono spesso attraversate da elefanti, che troviamo a bordo strada in gruppo, ad esempio, o addirittura da tigri. Ne sono morte due di recente mentre attraversano la strada, tamponate da macchine. In totale ne rimangono circa 500 vive.

Per arrivare all’isola di Penang passiamo un ponte sul mare lungo 13 km. Facciamo la prima sosta al tempio dei serpenti, famoso proprio per i serpenti vivi e velenosi che sono liberi dentro il tempio, “fortunatamente non vanno quasi mai sul pavimento”, mi dice Bardrum per alleggerire il mio terrore. “Fuori dal tempio sarebbero offensivi, dentro no”, aggiunge. Samu non ne ha minimamente paura e mi chiede a più riprese di avvicinarmi.

Il tempio del Budda disteso

Visitiamo poi un complesso di cinque tempi buddisti, con le quattro statue a proteggere i quattro punti cardinali e tante tartarughe cui ogni giorno danno da mangiare affinché la provvidenza provveda. Pranziamo in un ristorante vegetariano cinese e poi andiamo in albergo, alla ricerca dell’ennesima piscina regale. Che è “solamente” al terzo piano e ha le mattonelle di un blu elegante. Non ha il bordo, l’acqua è perfetta. Passiamo un paio d’ore in relax totale prendendo il sole sulle sdraio di legno, non prima di aver fatto provare a Samu la vasca idromassaggio. Attorno a noi ci sono palazzi altissimi, da trenta e passa piani, nelle vie che guardiamo dal bordo piscina scorre la vita di Penang. C’è anche il mare, ma non è balneabile, nel senso che la gente non si fa il bagno. Infatti il mare bello della Malesia è quello della costa est, mentre noi siamo su quella ovest. A Penang, poi, succede che l’acqua si ritiri di notte e così al mattino, quando ci affacciamo dalla nostra suite vista mare, l’acqua non c’è. Si vede il fondale basso del mare, con grumi di sabbia e l’acqua che è presente solo in lontananza. Scoprirò poi, chiedendo al mio malese fidato, Bardrum, che l’acqua “tornerà verso le 14”. Così avverrà.

Il nostro albergo ingloba un centro commerciale, oppure un centro commerciale ingloba il nostro albergo. Ma noi abbiamo letto meraviglie di Georgetown e quindi lasciamo la parte nuova della città per andare in quella vecchia. Prendiamo un taxi e in un quarto d’ora arriviamo. Immaginate diverse culture ed etnie che si intrecciano in un paio di isolati, con l’architettura che varia da casa a casa e gli odori del cibo fritto a bordo strada dalle varie scuole di cucina che si mischiano e si propagano nelle viuzze, fra le abitazioni dei residenti che si alternano a questi ristoranti arrangiati con tavoli e sedie di fortuna. Non c’è niente di coordinato in questo quartiere, anche a pochi metri di distanza, e questo contribuisce a creare un fascino retro che non ti abbandona mai in questo angolo della città. C’è praticamente di tutto: Little India, Chinatown, i malesi, i musulmani con le moschee, e poi i locali occidentali e i pub con la birra europea, vicino alle casette dei locali, basse e luminose, con le pareti decorate dalla street art meta dei risciò biciclette e tandem che si dividono le strade con le macchine senza litigare, senza strombazzare sul clacson, che sarebbe maleducazione. Noleggiamo una specie di macchina a pedali, con Samuele che si siede davanti e pensa di guidarci con il suo sterzo finto, e ci perdiamo nelle lebuh, le vie di questo piccolo centro culturale messo sotto tutela dall’Unesco qualche anno fa.

(No, non è il Pigneto. A Georgetown ci abita la stessa gente da molti anni e tutto è originale anche se, dopo la decisione dell’Unesco, le aziende di real estate hanno comprato tutto il comprabile per specularci sopra).

Un’idea di posto fico

Mentre giriamo tutto il quartiere alla ricerca dei disegni sulle pareti un pulmino si affianca a noi: è Bardrum. Ridiamo divertiti per la coincidenza. Lui è con qualche suo collega, e ci consiglia di andare a cenare a Little India, “where you can find some vegetables”. Al sesto o settimo giorno, però, riso e noodles stufano; servirebbe una birra e un sandwich. Troviamo un posto perfetto, ricavato in quello che era un garage. Samu mangia l’ennesimo hamburger di carne e poi gioca con delle bambine indigene, lamentandosi che queste non lo capiscono. “Play With me” ripete loro come un mantra. Dopo un po’ sembrano intendersi, si rotolano su un divano antico ridendo e scherzando.

(Nel frattempo Samu non ha più il mitra cinese da 9 ringgit, abbandonato per dimenticanza nell’Hotel di Cameron Highlands, ma bensì è armato con una pistola blaster NERF a 6 colpi di gomma che lo galvanizza tantissimo, tanto che la gente quando lo vede alza le mani e dice “I surrender”, mi arrendo)

Le mappe di Georgetown hanno tutte le tappe per fare il tour della street art

Siamo arrivati all’ultimo giorno in Malesia, prima di affrontarne uno intero di viaggio verso casa. Bardrum ci viene a prendere e ci riporta a Georgetown. Ha un’altra camicia fantasia, bicolore, grande della solita taglia extra. Ha il pantalone largo e la solita scarpa, di pelle e consumata. Ci scorrazza per le vie della cittadina passando vicino alle tante bancarelle. Il fascino di Georgetown di giorno è lo stesso della notte, con quel mix di architettura che stupisce ad ogni angolo di strada o facciata di casa. Anche gli odori sono gli stessi: lo street food, cioè la frittura di tutto, è una caratteristica della Malesia, e poi l’immancabile gelato di cocco.

Visitiamo il distretto coloniale e vediamo quel che resta del fortino di Sir Francis, inglese che sbarcò a Penang. Del fortino che costruì con i cannoni rivolti verso il mare per difendersi sono rimaste solo le mura di cinta. Si narra di un cannone di questo fortino che galleggiava anche nel mare, usato nelle battaglie a Malacca e a Kuala Lumpur, e che ora la gente tocca perché pari che porti bene ma, soprattutto, “porti” figli. Visitiamo la casa antica di un clan cinese, una specie di piccolo fortino nel cuore di Georgetown, piena di gioielli. L’architettura delle case di questo quartiere ha tantissime finestre. Bardurm mi spiega il perché: “In questo stato non c’era la tassa sulla luce, ovvero sul numero di finestre, come invece c’era a Malacca dove gli olandesi si facevano pagare un tributo per ogni finestra”.

Tre esempi di architettura in un solo tempio: malese, thailandese e cinese

L’ultima tappa del nostro tour prevederebbe un’ultima attrattiva, una chiesa anglicana. Io e Fabi diciamo a Bardrum che veniamo dal Paese delle chiese e quindi vederne una in più, oltretutto normale (“It’s a normal church, nothing special”), non ci arricchirà un granché dal punto di vista culturale. Decidiamo di passare un paio d’ore nel centro commerciale dentro l’albergo, o viceversa. Pranziamo con una montagna di gelato e facciamo un po’ di shopping prima di tornare in stanza, chiudere la valigia e cominciare a provare nostalgia per questa terra.

È gentile la Malesia, come sono gentili tutti i malesi. Si tratta di una gentilezza che non sembra essere solo una cosa da offrire ai turisti ma un segno distintivo di questa terra che è un esempio di convivenza pacifica fra diverse etnie. E non si parla di piccole percentuali: cinesi, indiani e malesi si dividono quasi in parte uguale la popolazione della Malesia. L’ultimo giorno è quello buono anche per vincere la vergogna di chiedere lo spelling del nome di Bardrum: B-A-D-R-U-L. Ci ero andato vicino, dai.

Arrivati all’aeroporto internazionale di Penang, Badrul è l’ultimo malese a rivolgerci gentilezza, ma solo perché è l’ultimo che salutiamo. Ma lui ricompare mentre noi siamo in fila al banco per check-in. Si assicura che tutto sia ok, conferma il mio “Yes” quando rispondo alla hostess di terra che mi chiede se voglio ricevere le valigie a Roma, aggiungendo un “hopefully” che lo fa ridere. È tutto ok, lo salutiamo ancora passando i varchi, dove ora non può seguirci. Superiamo i controlli, scendiamo verso l’aereo fiancheggiando la cabina di pilotaggio e ci sembra di vedere Badrul in plancia. Ci riporterebbe a Roma, fosse per lui.

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